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Sensini: “La Finale ’90, che rimpianto! Ci fosse stato il var… Con la Lazio ho vinto dove avevo perso”

Quel bus verso Rosario ogni giorno, l'Italia nell'albero genealogico e nel destino, uno stadio il più grande sogno e il più grande incubo. Oggi Roberto Nestor Sensini ha 55 anni e il campo di calcio è ancora il suo posto preferito

Simone Lo Giudice

General Lagos, un paese dell'entroterra argentino che guarda Rosario da venti chilometri: tutto comincia qui per Roberto Nestor Sensini negli Anni '60. Nella sua vita c'è sempre il calcio: prima della scuola e dopo, quando è tempo di tornare a casa. Distribuisce i prodotti del negozio di alimentari di famiglia, in campo fa altrettanto con i palloni sempre con un bel sorriso sulle labbra. Abel Balbo è stato un amico e un compagno in Argentina ed è rimasto tale in Italia, quando l'Udinese ha chiamato entrambi. A Parma Sensini ha vissuto un sogno bellissimo, a Roma sponda biancoceleste invece si è preso la rivincita dopo il brutto scherzo del Mondiale '90. Oggi Nestor vive in Argentina sui campi di calcio e si prende cura della tenuta di famiglia in campagna. E, tra un ciuffo d'erba e l'altro, aspetta una nuova grande opportunità.

Nestor, che cosa fa oggi nella sua vita?

Nel 2021 è finito il mio contratto con l'Everton de Viña del Mar in Cile. Ho allenato la squadra fino allo scorso dicembre per un anno. Sono tornato in Argentina. Al momento non sto lavorando nel calcio. Aspetto e mi tengo pronto per cominciare una nuova avventura. Mi aggiorno e seguo allenamenti. 

Lei ha allenato in tre Paesi diversi: che cosa le ha dato questa esperienza?

Dopo aver smesso di giocare ho fatto un'esperienza di sei mesi all'Udinese. Poi sono tornato in Argentina: nel 2008 ho allenato l'Estudiantes La Plata, poi il Newell's Old Boys, quindi il Colon e l'Atletico de Rafaela. Poi sono stato all'Everton. Un allenatore deve farsi trovare pronto sempre.

Che cosa l'ha spinta a fare l'allenatore?

Ho giocato a calcio per tanti anni, è la mia passione. Facevo già un po' l'allenatore dentro il campo. Oggi stare in panchina significa gestire un gruppo, la società, i giornalisti ed è un lavoro bellissimo.

Come è nata questa passione per il pallone?

Come è successo a qualsiasi altro bambino. Quando calciavo il pallone su un prato ero felice. Sono nato a General Lagos, un paesino vicino Rosario. Giocavamo a calcio a scuola e quando uscivamo. Mangiavamo e andavamo a giocare per tutto il giorno. Facevamo un pallone con quello che trovavamo per strada.

Che lavoro facevano i suoi genitori?

Mio padre e mia madre avevano un negozio di alimentari. Io andavo ad allenarmi e quando tornavo gli davo una mano, distribuivo i prodotti. Ho lavorato anche in un bar. Tutti i giorni dovevo fare un paio di chilometri a piedi per andare a prendere il bus per Rosario lontana venti chilometri da casa mia e dovevo rifare la stessa strada al ritorno. Studiavo anche. Ho fatto tanti sacrifici per me e per la mia famiglia.

Che cosa ricorda del Mondiale del '78?

Avevo 12 anni. Abbiamo vinto nel periodo peggiore della dittatura. Ci sono state nascoste tante cose. Quel successo però ci ha dato allegria. Nell'Argentina giocava il mio idolo Daniel Passarella. Abbiamo giocato insieme nella nostra nazionale. Aveva un colpo di testa micidiale, grinta e tanta personalità.

C'erano parenti italiani nella sua famiglia?

Mio nonno era originario di San Severino Marche ed è emigrato in Argentina con il fratello. Ho vissuto con mio nonno che parlava italiano e mi raccontava le storie della sua famiglia. Avevano sofferto molto. Quando sono arrivato in Italia sono andato a vedere dove era nato, mio padre ha fatto la stessa cosa.

Quando le è arrivata la chiamata dell'Italia lei non ci ha pensato due volte?

Ho cominciato a giocare nel Newell's Old Boys 1986-87. Nell'estate dell'89' ho disputato la Copa America in Brasile: lì è venuto a vedermi Marino Mariottini, direttore sportivo dell'Udinese. Volevo andare a giocare in Europa. In Italia c'era il calcio migliore, la Serie A era il campionato più difficile.

Lei è arrivato all'Udinese con Abel Balbo: è uno dei suoi amici nel calcio?

A 15-16 anni prendevamo il bus che ci portava a Rosario. Abel arrivava da un paesino a venti chilometri da casa mia. Abbiamo fatto insieme le giovanili poi siamo andati in prima squadra. Nell'88' lo ha preso il River. Nell'89' eravamo insieme nella nazionale argentina e l'Udinese ci ha voluto entrambi. Per noi è stata una fortuna. Allora in Serie A c'era spazio solo per tre stranieri, arrivarci era difficile.

Lei ha perso la finale del Mondiale a Italia '90: è il suo rimpianto più grande?

Ho fatto danni quel giorno! L'arbitro ha fischiato il calcio di rigore per il mio intervento su Rudi Völler. Se ne parla ancora. Se ci fosse stata la Var sarebbe andata diversamente. Avevamo fatto un grande sforzo per arrivare in finale. La Germania si è portata in vantaggio ad otto minuti dalla fine. È un episodio negativo della mia carriera. Vorrei tornare indietro per non ripetere quell’ intervento, ma non posso. 

Che cosa ha rappresentato Diego Armando Maradona?

Come compagno e come leader è sempre stato il numero uno. Ho giocato la prima partita con Diego nell'87' quando ho debuttato nell'Argentina. Diego si metteva tutte le responsabilità sulle spalle.

Nel '94 Maradona è stato fermato per doping: con lui avreste vinto il Mondiale?

Quella Argentina giocava molto bene. Tutto girava intorno a Maradona, a Batistuta, a Caniggia. Diego era convinto, tornava da stop. Con lui in campo sarebbe finita diversamente. Si allenava duramente, era uno spettacolo. Maradona è stato il nostro calciatore più rappresentativo di sempre. Ha aperto tante porte, è stato un ambasciatore per gli argentini. Diego ha dato una credibilità diversa anche a Napoli e al sud d'Italia: con lui in campo è stato possibile battere società che dominavano da sempre. 

 (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Lei è più tornato a Parma?

Sì, ci ritorno sempre volentieri. Ci sono arrivato nel '93. L'Udinese allora lottava per salvarsi. Sapevo che il Parma mi avrebbe permesso di giocare per altri obiettivi. Il Tardini mi fa venire in mente bei ricordi.

Qual è stato il suo momento più bello a Parma?

Quando abbiamo vinto la Supercoppa europea nel '93 contro il Milan di Fabio Capello: quella sera ho fatto anche gol. È indimenticabile anche la stagione 1998-99 quando abbiamo conquistato la Coppa Uefa e la Coppa Italia con Alberto Malesani in panchina: ero capitano di quella squadra.

Il momento più brutto invece?

Quando abbiamo perso la finale di Coppa della Coppe contro l'Arsenal alla mia prima stagione a Parma. Il rimpianto più grande però è non essere riusciti a vincere nessun campionato. Ci siamo andati vicini.

Che cosa ricorda della Cittadella di Parma?

Era dove ci allenavamo. Nel calcio di oggi una cosa del genere sarebbe impossibile. Andavamo al Tardini per spogliarci, poi ci aspettavamo due pulmini per andare alla Cittadella dove c'erano tante mamme con i loro bambini. Era un posto bellissimo. Il campo non era nemmeno in ottime condizioni. Il Parma però non si poteva permettere un centro sportivo per lavorare. Ci siamo allenati anche in un campo vicino al carcere. Altri tempi. Con Ancelotti abbiamo iniziato ad avere un posto fisso per preparare le partite. 

Quante ne ha combinate Faustino Asprilla?

Un paio grosse... In campo però si divertiva, era sempre sorridente. Ci portava allegria. Asprilla faceva le sue cose, alla sera usciva, ma non ha mai saltato nessun allenamento, tranne quando stava male per qualche infortunio. Il presidente Giorgio Pedraneschi lo difendeva. Per Nevio Scala non era facile gestirlo. Il gruppo però adorava Tino per l'allegria che ci trasmetteva in campo. Era fantastico.

Com'era allenarsi con Gianluigi Buffon?

Gigi era già fortissimo prima del debutto con il Milan. Giocatori come Zola, Stoichkov e Asprilla non riuscivano a fargli gol su punizione in allenamento. Ancelotti ha dato a Gigi la possibilità di esordire e mi fa piacere che sia tornato. Buffon ama Parma. Al di là della sua età Gigi continua a parare molto bene.

E com'era giocare con Fabio Cannavaro?

Arrivava in anticipo sul pallone, aveva grande agilità, era veloce e colpiva molto bene di testa. Cannavaro con Thuram e Nesta è stato un difensore incredibile, uno di quelli che hanno lasciato un segno nel calcio.