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Rampulla: “Calciopoli un’ingiustizia, Ibra non voleva la B. Ho provato a portare Verratti alla Juventus”

Le mani in gioco sempre. Nel negozio di alimentari di famiglia da ragazzo, tra i pali della Juve quando è diventato uomo, adesso che deve andare a prendersi una nuova avventura. Michelangelo Rampulla ha 58 anni ed è pronto a rimettersi in gioco

Simone Lo Giudice

Uomini fatti della stessa sostanza dei sogni, forse i siciliani un po’ di più. Anni '80, quartieri assolati di Scala di Patti in provincia di Messina, dove rimbomba leggera la voce di chi non molla nonostante quasi niente da queste parti sia semplice. Qui un ragazzo di nome Michelangelo vive di campo, scuola e ore spese tra i banconi del negozio dei suoi genitori. Allora la Juve era nel cuore di tutti in famiglia, 20 anni dopo è finita tra le mani di Rampulla grazie anche a quel gol segnato con la Cremonese nel febbraio 1992. Vialli è stato il compagno perfetto, Lippi l’allenatore ideale con cui crescere e vincere in Italia, in Europa e nel mondo. Oggi Michelangelo pensa, ripensa e si aggiorna nella sua Paestum. Il calcio gli manca. Aspetta solamente la chiamata giusta.

Michelangelo, come sta?  A che cosa si sta dedicando in questo momento?

Vivo a Paestum, sono a riposo e aspetto che si muova qualcosa. Non sto male, dopo tanti anni passati viaggiando fermarsi un momento non fa male. Però il calcio un po’ mi manca. Guardo partite e mi tengo aggiornato. Facevo parte dello staff di Marcello Lippi, ma il mister non vuole più allenare. Aspetto che arrivi qualche proposta interessante. Mia moglie qui gestisce un albergo-ristorante: io la aiuto e le faccio un po' da supporto morale.

Che cosa le ha dato la sua ultima esperienza in Cina?

È stato bellissimo. Abbiamo conquistato la Coppa dei Campioni asiatica che il club non aveva mai vinto. Con Lippi abbiamo allenato la nazionale cinese. In Coppa d'Asia siamo usciti ai quarti di finale. Non ci siamo qualificati per Russia 2018 per un punto. Avevamo preso in mano la nazionale ultima nel girone, siamo arrivati terzi. Negli ultimi due anni, il calcio cinese ha perso terreno a causa del Covid. La crescita del movimento adesso si è rallentata un po’.

Che cosa le ha dato la Sicilia? È merito della sua terra natìa se è arrivato alla Juventus?

Mi ha dato la testardaggine tipica dei siciliani, la voglia di non mollare mai, di inseguire sempre il sogno. È una cosa che accomuna un po' tutti, ma i siciliani la sentono di più perché per uno del Sud farcela è più difficile. In Meridione non ci sono tante strutture. Ai miei tempi non c'erano nemmeno grandi squadre, a parte Palermo e Catania che si alternavano in Serie B. In Sicilia bisognava possedere una forza di volontà maggiore. I miei genitori avevano un negozio di alimentari e gli davo una mano. L'ho fatto finché sono rimasto in Sicilia. Li aiutavo dopo la scuola oppure nel tempo libero. Quando non avevo gli allenamenti ero sempre da mio padre e da mia madre.

Lei è passato dalla Pattese al Varese nel 1980 grazie a Beppe Marotta: che cosa ricorda?

Ero andato a Varese a fare un provino alla fine del campionato di Serie C: loro stavano lottando per andare in B, se la giocavano col Forlì. Era la stagione 1979-80, io ero salito a Nord a maggio. Marotta allora era il vice del direttore sportivo Piedimonte. Finito il provino parlai con Beppe. Mi chiese se mio padre sarebbe stato contento se fossi rimasto lì: risposi di 'sì' e firmai subito il contratto.

Com'è stato il salto improvviso dalla Sicilia alla Lombardia?

Era una bellissima novità per tutta la nostra famiglia. Non avevo paura di andare fuori di casa a 17 anni. Ero felice del mio trasferimento al Varese. Col tempo ovviamente la mancanza degli affetti si è fatta sentire. Volevo fare il calciatore, lo sognava anche mio padre e per fortuna ce l'ho fatta.

Lei ha giocato e segnato con la Cremonese: quanto è difficile fare gol per un portiere?

Fare gol è stato bellissimo. Tutti i bambini sognano una cosa così, è l'essenza del calcio. Sono felice di essere stato il primo portiere ad esserci riuscito su azione in Serie A.

Con quel gol si è guadagnato la Juventus?

Penso di sì. Quella rete mi ha messo sotto i riflettori. Ero reduce da una dozzina di campionati tra Serie B e A tra Cremonese, Varese e Cesena. Tanti pensavano che fossi vecchio, invece avevo solo 29 anni. Si sono accorti che c’ero anche io. Hanno scoperto tutto quello che avevo fatto e che ero un buon portiere.

Lei ha giocato con Attilio Lombardo e con Gianluca Vialli: che valori trasmettevano?

Sono stati miei compagni alla Juventus. Con Lombardo ho giocato anche alla Cremonese, con Vialli nell'Under 21 di Azeglio Vicini. Davano entusiasmo e professionalità. Attilio è umile ed eccezionale. Davano ciò che serve per stare bene in gruppo. Con Gianluca abbiamo legato tanto nei quattro anni in cui è rimasto alla Juve. Uscivamo insieme, andavamo fuori a cena. Vialli aveva capito l'importanza del gruppo forse più di me e di altri compagni. Era sempre pronto a crearlo. Gianluca è un vero leader.

Vialli non ha tirato il rigore con la Juve nella finale di Champions 1995-96 e non ha visto quelli di Italia-Inghilterra nell'ultimo atto di Euro 2020: perché?

Probabilmente Gianluca è più emotivo degli altri. Ha vissuto momenti molto difficili sul piano personale. Come calciatore ha vinto tanto. È arrivato terzo ad Italia 1990. Ha alzato la Coppa dei Campioni con la Juve, dopo averne persa una con la Sampdoria. Chi fa questo mestiere sa che si può vincere e che si può perdere. La cosa importante è giocarsela sempre ad alti livelli. Abbiamo vinto tanto, ma abbiamo anche perso tanto, come diceva Michael Jordan. Penso a tutte le finali in cui siamo usciti sconfitti con la Juve.

Quanto è difficile conquistare la Champions League con la Juve?

Parecchio, ma è difficile vincerla in generale. Deve realizzarsi un concatenarsi di situazioni favorevoli perché avvenga. Devi trovare la condizione giusta nelle partite importanti, non subire né infortuni né squalifiche. In Champions devi essere al top. Avere l'allenatore più forte d’Europa non basta. Se arrivi alla partita decisiva con due-tre infortunati diventa difficile. Per vincere serve anche un po’ di fortuna.

Quanto è stato complicato per voi l'anno di Calciopoli e poi tornare ad alti livelli?

Allenavo i portiere nello staff di Didier Deschamps. All'inizio è stato difficile, poi quando ti cali dentro il calcio pensi solo a vincere. È come se la Juventus si fosse presa un anno sabatico, poi ha ricominciato a primeggiare in Italia e in Europa. Dopo Calciopoli il club ha vinto tanti scudetti e ha giocato due finali di Champions. La società è rinata dopo questa brutta pagina di calcio.

Nell'estate 2006 la Juve è finita in Serie B con penalizzazione: avete subito un’ingiustizia?

Sicuramente sì perché noi addetti ai lavori sappiamo come vanno le cose e come sono andate. Non c'era tutto quello che si è visto. Ci è sembrato che volessero punire una situazione in particolare piuttosto che una serie di reali situazioni spiacevoli.