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Bressan: “Quel gol pazzesco al Barça, le notti con Adani a parlare di calcio. Allegri testa matta al Cagliari”

Simone Lo Giudice

Mandatory Credit:Allsport UK/ALLSPORT

Nel '99 lei ha segnato un gol strepitoso in Fiorentina-Barça (3-3) in Champions League: che cosa ha pensato prima di quella sforbiciata da fuori area?

Sono passati vent'anni, ma se ne parla ancora. In quel momento non ho pensato di essere al Franchi davanti a 40mila spettatori contro il Barcellona in Champions. Se lo avessi pensato, avrei colpito la palla di testa per spazzarla via. In quel momento sono tornato un po' bambino. Mi sono sempre piaciute le acrobazie, mi fermavo spesso dopo l'allenamento per provarle. Mi sono concentrato su quel gesto. Ho avuto fortuna perché la palla è finita esattamente all'incrocio dei pali. Poi c'è stata l'apoteosi.

Quel Barça era pieno di stelle: questo la rende ancora più orgoglioso?

C'erano Pep Guardiola e Luis Enrique, Luis Figo e Rivaldo. Era un Barça strepitoso. Quel giorno Rivaldo ha fatto due gol, a fine partita mi ha guardato e mi ha chiesto se volevo scambiare la maglietta con lui: io mi sarei tenuto volentieri la mia, poi ho scelto di scambiarla. Quella serata è impressa nella memoria.

Chi le ricorda Dusan Vlahovic?

Non ho mai visto un ragazzo della sua età con questa personalità, così in fiducia, così convinto dei suoi mezzi tecnici e atletici. È fortissimo e può diventare ancora più forte. Vlahovic è un giocatore moderno. Penso alla sua potenza e alla sua tecnica. Poi alla sua rapacità e alla sua fame in area di rigore. Sa tirare anche le punizioni e i calci di rigore. Un attaccante così ai miei tempi non c'era.

Qual è stato il momento più bello che lei ha vissuto a Firenze?

Sono indimenticabili le partite in Champions e la vittoria della Coppa Italia, l'ultimo trofeo conquistato dalla società viola. Ricordo la festa dopo quel successo. Spero che la Fiorentina possa vincerne un altro al più presto, con il presidente Rocco Commisso è in buone mani.

Questo potrebbe essere l'anno buono per la Fiorentina?

Sulla carta sì. La squadra sta entrando nel gruppo di quelle sei-sette che possono vincere qualcosa. Sono contento che il club abbia così tanta voglia di fare bene: lo dimostra l'acquisto di Jonathan Ikoné. Si deve stare più alto possibile, poi bisogna vincere qualcosa. Così la vittoria di qualche trofeo è più probabile.

Lei ha giocato con Lele Adani a Firenze: si aspettava che sarebbe diventato opinionista?

Alla Fiorentina io e Lele stavamo sempre con Giuseppe Taglialatela e Fabio Rossitto. Passavamo le notti a parlare di calcio. Adani ha sempre avuto una grande passione. Gli piaceva analizzare i problemi. Lele ha sempre seguito il pallone a 360°. Voleva già trasmettere agli altri la gioia che gli dava il calcio. Adani può piacere o meno però conosce tutto di questa materia. Dice quello che pensa, non ha peli sulla lingua.

Che tipo era Gabriel Omar Batistuta invece?

Solitario. Non era effervescente con i compagni, stava un po' sulle sue. Quando è andato via, Rui Costa si è rivelato un capitano diverso, coinvolgeva i compagni. Era più al centro della situazione, vicino a noi.

Come vede Cagliari-Fiorentina?

È una partita insidiosa per la Fiorentina. Il Cagliari ha ottenuto due vittorie, poi c'è stata la sconfitta di Roma immeritata. Le due vittorie precedenti hanno alzato il morale della squadra. Per la Fiorentina sarà un test probante, ma se gioca come ha fatto contro il Genoa vince. Dà spettacolo, è consapevole dei suoi mezzi, è bella da vedere. Oggi un tifoso sa di andare a vedere una bella gara quando c'è la Fiorentina. C'è identità: è merito di Vincenzo Italiano perché i calciatori lo scorso anno non avevano questa autostima.

Che cosa è successo dopo l'addio a Firenze?

Il mio finale di carriera però è stato condizionato dalla sfortuna. Sono andato in piazze difficili dove c'erano problemi societari che ne hanno portati altrettanti in classifica: così è stato a Venezia, a Genova sponda rossoblù, a Como. Sono riuscito a ritagliarmi un ruolo nella Serie B della Svizzera negli ultimi due anni: mi sono divertito, ho ritrovato gioia, poi ho chiuso. Sono tornato un po' alle origini. La Svizzera era già cresciuta al livello delle nazionali giovanili, i club però non erano competitivi come sono oggi.

Come ha fatto la Svizzera a beffare l'Italia nelle qualificazioni mondiali?

Il caso ha giocato un ruolo decisivo. La Svizzera è una bella squadra, ha buoni tecnici, può schierare tanti giocatori originari dell'ex Jugoslavia. È una squadra forte. Contro l'Italia però hanno fatto la differenza gli errori di Jorginho dal dischetto, soprattutto quello all'Olimpico. L'Italia era nettamente superiore.

C'è qualcosa che cambierebbe della sua vita dopo l'addio al calcio?

Quello che è successo nel 2011, l'anno in cui avevo conseguito il titolo di direttore sportivo. Avevo voglia di misurarmi con il calcio. Penso che la figura dell'allenatore debba essere accompagnata da un direttore che sia dalla sua parte. È un connubio in cui credo. Quello che è successo non mi ha permesso di portare avanti quel sogno. Nella vita può capitare di commettere degli errori. Nel calcio l'immagine conta molto.

Culla il sogno di rientrare in questo mondo un giorno?

Vorrei fare qualcosa con i giovani. Ho una scuola calcio, mi piace insegnare ai ragazzini quello che ho imparato, trasmettere la gioia di giocare, di fare le rovesciate. Spero che possa arrivare l'occasione per fare qualcosa di più grande. Serve la fiducia di una società. Ho tanti amici nel mondo del calcio. Quello che non succede per tanto tempo può accadere all'improvviso. Nella vita non si sa mai.

Lei ha qualche altra passione a parte il calcio?

Mi sono appassionato al poker sportivo del Texas Hold'em. Ci giocano anche Neymar e Gerard Piqué. Mi piace fare i tornei. È una sfida basata sulla pazienza, si vince di strategia. Proprio come nel calcio.