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Bressan: “Quel gol pazzesco al Barça, le notti con Adani a parlare di calcio. Allegri testa matta al Cagliari”

Una terra frizzante, una casa in campagna dove è nato tutto, poi quella sera all'Artemio Franchi dove tornare bambini è stato naturale. Oggi Mauro Bressan ha 51 anni, l'entusiasmo di sempre per il pallone e tanta voglia di ripartire

Simone Lo Giudice

Bollicine sempre: nella sua Valdobbiadene da generazioni, in campo appena si poteva. Lavorare nella pizzeria di famiglia è rimasta un'ipotesi, la certezza erano i pomeriggi passati dietro al pallone. Veneto terra di passioni forti e uomini che non mollano. Così è stato per Mauro Bressan, cresciuto nel Milan di Arrigo Sacchi tra i colpi di Marco van Basten e le treccine di Ruud Gullit, un altro simbolo di freschezza in campo. L'esperienza alla Fiorentina è come un vino d'annata: più passa il tempo, più raccontarla è dolce. Sono passati più di vent'anni dal gol da sogno di Bressan contro il Barcellona in Champions League, dalla serata in cui l'ex ragazzo di Valdobbiadene ha scambiato la sua maglia con Rivaldo. Sono cambiate tante cose, ma è rimasto intatto l'amore di Mauro per il calcio. Oggi è un sogno bello da cullare.

Mauro, segue ancora il calcio?

Certo! È la mia passione più grande. Ho avuto la fortuna di tramutarla in un lavoro, di arrivare in Serie A e in Champions League. Seguo tutte le mie ex squadre. Provo ancora un grande affetto per tutte.

Chi ha portato il pallone a casa Bressan? Com'è nata questa passione?

Quando ero bambino c'era solo il pallone. Giocavo ovunque. I miei nonni avevano la casa in campagna, potevo giocare a tutte le ore del giorno. Lo facevo sempre: mattina, pomeriggio e sera. All'età di otto anni mia madre mi ha iscritto ad una società di calcio vicino casa. Così è cominciata la mia carriera.

Lei è originario di Valdobbiadene in provincia di Treviso: il Veneto è una terra di calcio?

Sì, nella terra del famoso prosecco. Valdobbiadene è vicina a San Vendemiano dove è cresciuto un mito come Alessandro Del Piero. Lui è nato a Conegliano che si trova ad una ventina di chilometri da casa mia. Il Veneto è una terra di calciatori. Noi siamo tignosi e abbiamo la testa sulle spalle: questo spiega perché tanti ciclisti sono veneti. Dalla nostra regione sono uscite tante eccellenze negli sport di fatica, dove servono abnegazione e voglia di non mollare mai. È una caratteristica di queste zone.

C'erano sportivi nella sua famiglia?

Mio padre da emigrante è andato in Svizzera: lì ha giocato a calcio, per motivi di lavoro è stato costretto a mettere da parte questa passione. L'ho portata avanti io. Oggi lo sta facendo mio nipote: ha 18 anni e gioca nel Montebelluna in Serie D. Speriamo che possa combinare qualcosa di buono.

Ha mai pensato di fare un lavoro diverso dal calciatore nella sua vita?

Mai! I miei genitori possedevano una pizzeria, che oggi è gestita da mio fratello. Ho preferito il pallone ai tavoli di quella trattoria. A 18 anni ho avuto la fortuna di arrivare al Milan di Arrigo Sacchi. Erano anni di cambiamento. Gli allenamenti con il mister erano speciali: diversi da quelli che avevo fatto prima e da quelli che ho fatto dopo. C'era intensità, erano lunghi, ricordo tanti movimenti senza palla. I fenomeni erano al servizio del collettivo. Sacchi ha cambiato la storia: è stato precursore di una trasformazione.

Che fenomeni ricorda?

Ho giocato nella Primavera del Milan alla fine degli Anni '80. C'erano gli olandesi Marco van Basten, Frank Rijkaard e Ruud Gullit. Erano alti tutti uguali, un metro e 90 più o meno. Il talento più grande era van Basten: andava in velocità, poi rientrava, saltava la difesa con facilità. Rijkaard dava l'equilibrio, era il classico giocatore che tutti volevano, il precursore del centrocampista che fa da schermo difensivo. Gullit era il goleador, l'espressione della potenza, un primo Batistuta. Era anche il più simpatico dei tre.

Lei ha lasciato quel Milan per giocare altrove: c'era troppa concorrenza?

L'unico giovane che ha sfondato è stato Demetrio Albertini. Era un Milan stellare. In mezzo al campo c'erano Carlo Ancelotti, Roberto Donadoni e Alberico Evani. In difesa Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini. Era una squadra fenomenale. Dopo il Milan io ho iniziato a girare per l'Italia. Sono arrivato in Serie A dove sono rimasto per otto anni. A Bari ho dimostrato il mio valore tra '97 e '99: è stato un snodo fondamentale. La Fiorentina invece è stata la mia squadra più prestigiosa.

Che cosa le ha insegnato Giovanni Trapattoni?

Porto il mister nel mio cuore. Il Trap è stato determinante per me al Cagliari e alla Fiorentina dove mi ha portato nel 99'. Era un allenatore di grande equilibrio, nessuno sapeva gestire le situazioni come lui. Era un vincente. Sapeva come gestire il gruppo, relazionarsi con 20-25 ragazzi diversi era il suo mestiere.

Lei ha giocato anche nel Cagliari: che cosa ricorda di Massimiliano Allegri calciatore?

Mai avrei pensato che sarebbe diventato un allenatore. Allegri aveva una testa matta, era un sanguigno. Poi è cambiato e ha sviluppato le caratteristiche giuste per affermarsi come tecnico vincente. Allegri mi sembra un po' più fumantino, Trapattoni in panchina era più equilibrato.

Ricorda un aneddoto legato ad Allegri?

Quando ci siamo conosciuti mi ha raccontato di averla combinata grossa: doveva sposarsi, a un mese dal matrimonio però ha cambiato idea ed è andato via. Era strano ai tempi, ma dava lo spessore del ragazzo: era coraggioso e non si faceva problemi davanti alle difficoltà. Era un calciatore di classe, ma con poco spirito di sacrificio. Per questo motivo ha fatto una carriera al di sotto di quello che si sarebbe meritato.

A proposito di teste calde: com'era Antonio Cassano al Bari?

Era arrivato in prima squadra all'inizio del mio secondo anno. Me lo ricordo mingherlino. Quando aveva il pallone tra i piedi faceva intravedere una classe sopraffina, ma gli mancava lo spunto finale perché era un po' gracile. A fine stagione l'ho visto totalmente cambiato: aveva messo su un bel fisico, quello giusto per difendersi. L'anno dopo ha cominciato a giocare con il Bari e a fare magie come il gol contro l'Inter.