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Ambrosio tra calcio e rally: “Vi racconto il Chelsea di Abramovich. Lukaku tornerebbe a piedi all’Inter ma…”

Il mestiere del falegname che non era nelle sue corde, i legni comunque per amici tra un saliscendi e l'altro con il pallone, poi una stagione inglese che nei ricordi non passa mai. Marco Ambrosio ha 48 anni e sogna di ritornare dove è stato bene

Simone Lo Giudice

Andare sull'altalena non è per tutti. Serve carattere. Tanti sanno godersi il momento più bello, pochi in quello più brutto riescono a darsi una spinta per tentare la risalita. Marco Ambrosio non ha appreso l'arte del falegname dal padre e dal nonno, ma con il mestiere della vita non si è fatto pregare. Tutto è cominciato in un oratorio di Lumezzane in provincia di Brescia ed è diventato bellissimo a Bergamo con l'Atalanta qualche anno dopo. Poi giù in Serie C senza paura fino al 1997, l'anno dell'esordio in A con la Samp. Dopo il Duemila, Ambrosio ha vissuto il miracolo chiamato Chievo, preludio del sogno al Chelsea del primo Roman Abramovich. Quei ricordi sono diventati maggiorenni. Marco oggi insegna a volare tra i pali ai suoi ragazzi sui campi di provincia: dove tutto è cominciato, dove sogna l'ennesima ripartenza.

Marco, lei oggi fa l'allenatore: com'è nato questo suo nuovo percorso?

Dopo il ritiro dal calcio professionistico, ho giocato per un paio di anni con il Lumezzane nei dilettanti Poi ho cominciato ad allenare i portieri del loro settore giovanile in Lega Pro. Dopo due anni sono andato a Brescia dove sono rimasto per due stagioni. Poi ho lavorato al Milan: un anno con l'Under 17, un anno con Rino Gattuso sempre in Primavera.

Com'è stato lavorare con Gattuso?

È stata un'esperienza molto formativa. Ho imparato un sacco di cose. Gattuso è molto esigente, ma è una grande persona. Se lavori in una certa maniera Rino ti dà il cuore. Il suo staff è formato da persone molto competenti. Poi Gattuso è stato promosso in prima squadra dove c'era già un preparatore dei portieri.

E dopo il Milan cos'ha fatto?

Ho lavorato per un anno alla Feralpisalò. Oggi sono al Lume VGZ, la società nata dopo il fallimento del Lumezzane. La prima squadra salirà con tutta probabilità in D, l'obiettivo è riportare il club in Lega Pro. Seguo anche due società affiliate che giocano nei dilettanti. Mi sono specializzato nel settore giovanile.

Com'è nata la sua passione per la porta?

Da piccolo quando andavo all'oratorio mi mettevo in porta. Era una cosa che avevo dentro. A giocare fuori ero scarsino, quindi era meglio che stessi in porta. Purtroppo ai ragazzi di oggi manca l'esperienza dell'oratorio e della strada.

C'erano sportivi nella sua famiglia?

No, io sono l'unico. Mio padre e mio nonno erano falegnami. Ho provato a farlo anche io, ma non era nelle mie corde. Ho sempre avuto una grande passione per il calcio. L'ho coltivata e ho vissuto un sogno.

Che cosa ricorda dei suoi inizi?

Ho cominciato nel settore giovanile del Lumezzane. A 16 anni ho fatto il secondo portiere in D. Poi mi sono ritrovato all'Atalanta in A. La Primavera di Cesare Prandelli ha sfornato una quindicina di professionisti. Abbiamo vinto il Torneo di Viareggio e lo Scudetto, ma abbiamo perso la finale di Coppa Italia. Tanti sono arrivati in A: Alessio Tacchinardi e Domenico Morfeo, Tomas Locatelli e Federico Pisani, Simone Pavan e William Viali, Paolo Foglio ed Emanuele Tresoldi. Io mi allenavo con la prima squadra di Marcello Lippi che giocava la Coppa Uefa. Ero il terzo portiere. I primi mesi sono stati duri.

Lei è andato sull'altalena tra una categoria e l'altra: che cosa serve per restare a galla?

Carattere, non bisogna scoraggiarsi, si deve credere in se stessi. Bisogna solo lavorare e dare il massimo. Il campo dice la verità. Bisogna capitare nella squadra giusta al momento giusto. Serve anche fortuna.

Che rapporto c'è tra lei e la Toscana?

Sono stato per due anni a Prato e a Lucca. Ho giocato nel Pisa. Mi sono sposato due volte: la prima con una pratese, la seconda con una lucchese mia attuale moglie. Andiamo su e giù tra Toscana e Lombardia.

Lei ha esordito in Serie A con la Sampdoria: che tipo era Vujadin Boskov?

Uno spettacolo! Boskov è riuscito a ricompattare un ambiente in difficoltà. La squadra non andava bene, ma il suo arrivo ha ridato un po' di entusiasmo alla squadra e al pubblico. Boskov ha riportato sorrisi. Trascinava, si faceva sentire. Aveva un grande passato e veniva rispettato da tutti. 

Com'erano gli allenamenti con Sinisa Mihajlovic?

Era un incubo quando tirava. Nessuno calciava come lui. La percentuale di palloni finiti in porta era impressionante. Mi è rimasta impressa la sua tripletta su punizione in Lazio-Sampdoria del 1998.

Nel '98 che cosa è andato storto nella Samp di Luciano Spalletti?

Spalletti arrivava dall'Empoli ed era alla prima esperienza importante. È andata male per tanti motivi: c'erano stati tanti infortuni, Vincenzo Montella era rimasto fuori quasi per tutta la stagione, qualche giocatore era a fine corsa. Spalletti non si è adattato, forse non era pronto per una piazza come la Samp.

Quanto manca il Chievo al calcio italiano?

È stata una botta. Era una realtà della Serie A con una struttura solida. Il fallimento è stato un fulmine a ciel sereno. Il Chievo aveva strutture importanti a livello giovanile. Spero che riesca a ripartire da zero. 

Gigi Delneri si faceva capire?

Quando il mister si innervosiva, non era facile capirlo. Nella realtà Delneri ci riusciva molto bene. Sul campo è stato uno degli allenatori più bravi che ho avuto. Dava identità. Eravamo molto organizzati.

Il 2003 le ha cambiato la vita?

Mi ha dato una visibilità che mai avrei immaginato. Al Chelsea ho vissuto un'esperienza indimenticabile. In pochi mesi sono passato dal Chievo alla Premier: è stato l'ennesimo triplo balzo della mia carriera.