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Otero: “Io studente con Del Piero e Vieri, voglio tornare in Italia. I 4 gol di Simeone? Ai miei tempi…”

Simone Lo Giudice

Con il Vicenza avete vinto la Coppa Italia nel 1996-97: è stato un capolavoro?

Eravamo una piccola squadra, nessuno avrebbe mai scommesso su di noi. Siamo partiti bene, dopo le vittorie con Inter e Milan abbiamo cominciato a crederci. Eravamo un gruppo umile e ben costruito, così siamo riusciti a disputare una grande Coppa Italia.

Come avete festeggiato quel successo?

Siamo andati a giocare tutti con il sindaco in Piazza dei Signori. Abbiamo festeggiato con la nostra gente. Siamo andati in giro per tutta la città a ringraziare i tifosi che ci avevano sostenuto. Sabato scorso sono stato a Vicenza e il pubblico dello stadio Romeo Menti mi ha fatto sentire ancora tutto il suo calore.

Nel 1997-98 avete perso con il Chelsea la doppia sfida in semifinale di Coppa delle Coppe: è un rimpianto?

Abbiamo giocato due grandi partite all'andata e al ritorno. Avevamo poca esperienza: questo ci ha penalizzato soprattutto allo Stamford Bridge, dove abbiamo perso 3-1 dopo l'1-0 dell'andata. In quel Chelsea c'erano Vialli, Zola, Poyet: giocatori di grandissima qualità.

Che ruolo ha avuto Francesco Guidolin nei successi di quel Vicenza?

È stato un allenatore intelligente, ha saputo fare bene con una squadra in cui non c'erano campioni. Non era facile vincere con quel Vicenza. Guidolin conosceva i giocatori dal 1994-95, anno della promozione dalla Serie B alla A: penso a Domenico Di Carlo, Fabio Viviani e Maurizio Rossi. Poi siamo arrivati io e Gustavo Mendez, lo stesso Joachim Björklund: tutti nazionali. Era davvero un bel gruppo.

C'è qualcosa che rimprovera a Guidolin?

Il mister ha sbagliato a non farmi giocare titolare in semifinale di Coppa delle Coppe. Però siamo calciatori e facciamo quello che ci dicono i nostri allenatori. A me piaceva scendere in campo, non volevo mai stare in panchina. Guidolin ha scelto di tenermi fuori e così abbiamo perso tutti.

L'anno dopo il Vicenza è persino retrocesso: come è finito quel sogno?

Io non c'ero più: mi avevano venduto al Siviglia. Il Vicenza aveva ceduto tutti i suoi giocatori più forti: con scelte simili è difficile mettere in piedi una squadra competitiva. Poi è cambiata la guida tecnica: prima Franco Colomba e poi Edy Reja. Difficile avere stabilità quando si fanno tutti questi cambiamenti.

Come vede il Vicenza di Cristian Brocchi invece?

Da fuori è difficile spiegare quello che sta succedendo. Secondo me c'è un problema nello spogliatoio. Ai giocatori spetta sempre l'80% della responsabilità di quello che succede, l'allenatore conta poco a volte. I calciatori devono dare tutto in campo. Se il gruppo non è unito, si rischia persino di retrocedere.

Lei ha giocato nel Siviglia con Ivan Juric e José Antonio Reyes: che cosa ricorda?

Al primo anno sono andato bene, poi mi sono infortunato e ho giocato poco. Non mi sono trovato bene al Siviglia, non mi è piaciuta la società. Con Juric ci siamo rivisti al corso di Coverciano: Ivan ha fatto un intervento per portare la sua esperienza. Reyes era una perla: allora aveva solo 18 anni e aveva disputato appena due-tre partite con noi nella Liga, è stato un grandissimo giocatore e un grande uomo.

Le è dispiaciuto lasciare l'Europa nel 2001?

Non ho scelto il momento giusto. Quando si prende una decisione però non si torna indietro. Volevo restare ancora in Italia, ma è andata diversamente.

È mai stato vicino ad una grande squadra italiana?

Sui giornali era uscito che mi volevano la Juventus e il Milan, nessuno però è mai venuto a parlarne con me. Erano solo voci di mercato.

Vuole tornare in Italia?

Voglio allenare nel vostro Paese. Due miei figli stanno in Spagna. Mia moglie è originaria di Siviglia come la mia figlia di 16 anni. Ci troviamo bene in Uruguay, però vogliamo tornare in Europa. Spero di trovare una panchina in Italia con il mio amico Montero.

Che cosa fa quando non fa calcio?

Vado in palestra per tenermi in forma. Poi gioco tanto a calcetto coi miei amici e penso sempre al calcio. Nella mia testa non c'è altro.