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Amantino Mancini: “Io, la Roma e il “tacco di Dio”. Capello mi voleva alla Juventus. Derby? Dico Inter”

Una lattina di Coca Cola ammaccata per strada, la prima notte in un agriturismo a più di 9mila chilometri da casa, poi quel colpo di tacco che gli ha cambiato la vita. Oggi Amantino Mancini ha 41 anni ed è pronto a cominciare una nuova avventura

Simone Lo Giudice

Belo Horizonte: una città che suona dolcemente, l'auspicio perfetto per chi correndo sulle sue strade ha imparato a sognare. Brasile, terra in cui giocare è naturale, come lo è calciare qualsiasi cosa vista rotoli. Alessandro Faiolhe Amantino qui è stato "Mansinho", il bambino mansueto, quello che faceva rumore con i piedi. Qui è diventato "Mancini", il ragazzo di belle speranze che ha stretto i denti nel freddo del comune di Paese in provincia di Treviso ai tempi del Venezia. Poi è arrivata l'estate romana lunga cinque stagioni tra colpi di tacco, doppi passi e giocate di prima con Francesco Totti. Nel 2008 poi l'Inter ha chiamato, nel 2010 il Milan ha fatto altrettanto: Mancini ha risposto presente ad entrambe, poi è tornato nel suo Brasile. Oggi Amantino sogna un percorso simile a quello fatto tanti anni fa, stavolta in panchina.

Amantino, lei fa l'allenatore: com'è nato questo suo nuovo percorso?

Quando ho smesso di giocare, per due anni e mezzo, mi sono dedicato alla famiglia. Da calciatore non ho avevo avuto tempo per farlo. Poi ho deciso di diventare allenatore perché ho sempre amato il pallone. Sono stato per dieci anni in Italia dove si gioca un grande calcio. In Serie A ho imparato bene la tattica, ad essere disciplinato in campo. Voglio sfruttare la mia esperienza in panchina.

Lei ha già fatto un'esperienza in Italia: come è andata?

Dopo aver smesso sono tornato insieme alla famiglia a Roma. Mi sono iscritto al corso per allenatori di Coverciano e ho cominciato il mio percorso. Stavo per concludere gli studi, poi è arrivata la chiamata del Foggia, un club importante con tifosi appassionati, una piazza molto calda. Dopo la teoria mi serviva un po' di pratica per mettermi alla prova. Quei quattro cinque mesi mi hanno davvero arricchito.

Ha fatto esperienze in panchina anche fuori dall'Italia?

Finito il corso Uefa Pro, ho preso il patentino e sono tornato a Belo Horizonte perché mia madre stava poco bene. L'ho fatto per stare con la mia famiglia. Poi è arrivata la pandemia e si è bloccato tutto. Sono rimasto in Brasile. Ho fatto un'esperienza al Villa Nova in Serie B. Adesso sono in trattativa con altre squadre per ricominciare.

Com'è nata la sua passione per il calcio?

Io ho perso mio padre quando avevo due mesi: lui ha fatto il calciatore in Brasile nelle serie minori. Da bambino a sette-otto anni giocavo per strada: è una cosa frequente. Noi abbiamo un rapporto particolare con il pallone. Quando in Brasile vedi qualcosa rotolare tiri un calcio, anche ad una lattina di Coca Cola: ce lo abbiamo nel sangue.

Il suo soprannome "Mancini" è un regalo di sua nonna: com'è nato?

Ho un fratello gemello. Quando eravamo piccoli lui era un po' cicciottello e lo chiamavano il "Gordo", io ero più calmo e mi soprannominavano "Mansinho" che in italiano significa "essere mansueto". Quando sono arrivato nella Primavera dell'Atletico Mineiro, il mio allenatore mi ha detto che "Mansinho" era troppo dolce per un calciatore, allora sono diventato "Mancini". Da quel giorno tutti mi chiamano così.

Com'è stato l'impatto con il calcio italiano?

Mia zia ha sposato un veneto, così quando sono arrivato a Venezia nel 2003 sapevo dove andare, non ero da solo. Sono andato nel comune di Paese vicino Treviso. All'inizio è stata dura: io venivo dal Brasile in cui c'erano 40 gradi, in Italia -2 a gennaio, c'era tanto freddo. Era la mia prima avventura in Europa. Ho vissuto in un agriturismo. All'inizio ero spaventato, ma volevo giocare l'Italia. Allora noi seguivamo la Serie A perché ci giocavano tanti brasiliani all'Inter, alla Roma e al Milan. Sognavo da sempre l'Europa.

Com'è stato l'impatto con Fabio Capello? Era un duro?

Al mio arrivo mi ha portato nel suo ufficio e mi ha chiesto perché non avevo giocato al Venezia. Gli ho detto che il mister in Laguna non mi vedeva. Capello mi ha portato in ritiro, mi ha schierato titolare e non mi ha più tolto dal campo.

Qual è stata la sua serata più bella con la Roma?

Quella del mio gol di tacco alla Lazio nel 2003: a Roma lo hanno chiamato il "tacco di Dio". Abbiamo vinto il derby 2-0, ho segnato a 10-15 minuti dalla fine. Quella sera la mia carriera è cambiata.

Antonio Cassano era un po' matto?

Aveva il suo stile, il suo modo di essere. Era un ragazzo eccezionale, simpatico, faceva gruppo. A volte esagerava un po', ma era una persona perbene.

Che cosa le ha insegnato Francesco Totti?

Era un ragazzo molto chiuso, diverso da Daniele De Rossi che parla e ride di più. Totti mi ha insegnato a giocare di prima: a fare quella giocata era il numero uno. Ci conoscevamo a memoria nella Roma di Luciano Spalletti. Sapevo che palla mi avrebbe dato Francesco in base alla posizione del suo corpo.

Chi è stato il calciatore più grande con cui ha giocato?

Ronaldo il Fenomeno! Abbiamo giocato insieme nella nazionale brasiliana: era davvero impressionante.

Nel 2004 Capello voleva portarla alla Juve: rimpianti per non esserci andato?

Al mio arrivo a Roma ero uno sconosciuto. Al primo anno ho fatto otto gol e sono diventato importante. Capello è andato alla Juve e ha chiesto il mio acquisto. A Roma stavo bene e mi sono messo nelle mani del club: ho fatto quello che voleva la società. Poi il trasferimento non è andato in porto. A Roma però si stava davvero bene: il clima e la gente mi ricordavano un po' il mio Brasile.

Come è stato preso il passaggio di Capello alla Juve?

Non so com'è andata nei dettagli. Capello ha fatto una scelta, il mister è sempre stato un professionista molto serio.