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Mezzano, dal calcio alle patate ripiene: “Faccio il ristoratore. Juve – Toro aperta. Il 3-3? Con il Var…”

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Quell'annuncio allo stadio che gli ha cambiato la vita, una notte parigina ai piedi del Fenomeno, la sua seconda vita dove il piacere è ancora al primo posto. Luca Mezzano ha 45 anni e cura i dettagli prima di tutto, da allenatore e ristoratore

Simone Lo Giudice

Patate ripiene, il derby della buca, il Fenomeno

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Via Giulia di Barolo a due passi dalla Mole Antonelliana, lì dove Torino comincia a sfumare e a lasciarsi l’asfalto alle spalle prima di gettarsi nel Po. Qui, dove sono di casa il piacere della vista sul fiume e quello del palato tra un locale e l’altro, è cominciata la nuova vita di Luca Mezzano. Oggi l’ex difensore di Torino e Inter non si tira mai indietro nel suo ristorante, come faceva in campo vent’anni fa. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Passione e dedizione sono quelli di sempre. È cambiato il fine di Luca: un tempo c’erano avversari da saltare e tifosi da rendere felici, oggi clienti da conquistare con le sue patate ripiene. Tra il pranzo e la cena c’è ancora spazio per un pomeriggio con il pallone tra i piedi. Oggi Mezzano allena i ragazzi del Chisola. Non serve mettere mano sulla sua passione per il calcio: è rimasta intatta, quella di sempre, e chissà dove un giorno lo porterà.

Luca, quando ha scelto di fare il ristoratore?

Me ne sto occupando da quattro anni, il 15 dicembre festeggeremo due anni di attività. A metà dei lavori è scoppiata la pandemia che ha rallentato tutto. Stiamo iniziando a farci conoscere nonostante il momento drammatico per la ristorazione. Resistiamo.

Com'è nata l'idea delle patate ripiene?

Ho preso l'ispirazione da un altro locale di Torino. Con un mio amico, attuale socio e chef del mio ristorante, abbiamo deciso di scommetterci sopra. Siamo partiti da quella idea, poi rivista in maniera totalmente diversa. Abbiamo dato un taglio più gourmet con lavorazioni e idee di un certo livello. Le nostre patate sono molto buone e siamo apprezzati. Speriamo di crescere ancora.

Lei che ruolo ricopre esattamente?

Da settembre ho ripreso ad allenare quindi mi occupo di tutta la parte extralavorativa. Gestisco un po' tutto, dalla contabilità alle commissioni più varie. Durante il servizio, a pranzo e a cena, se non devo portare avanti niente mi assento per allenare i ragazzi del Chisola, l'ultima società in cui sono stato. Nel 2018 guidavo la prima squadra, poi ho scelto di fermarmi. La mia carriera da  allenatore non mi stava portando dove volevo in proporzione all'impegno e al tempo che le dedicavo. Allenare le giovanili del Toro è stato bello, come crescere tra i dilettanti. Ho pensato che fosse opportuno pensare ad un piano B. Mi frullava in testa il desiderio di diventare ristoratore da un po' e mi ci sono buttato. Ho scelto di vivere con più leggerezza il mestiere dell'allenatore.

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Che cosa hanno in comune il calcio e la cucina?

Passione e cura per i particolari. Pensare come potrebbe riuscire un piatto e mettersi a cucinarlo oppure allenarsi e preparare una partita: entrambi sono lavori, ma anche grandi piaceri. In cucina non nascono tutti come Cannavacciuolo, ma se ci sono talento e testa giusta poi il risultato arriva e si vince come accade nel calcio. Lo dico spesso ai miei ragazzi dell'Under 17.

Perché è così difficile sfondare da allenatore?

Per due motivi. Prima si tutto perché allenare è un'arte che richiede una conoscenza sempre più approfondita in un calcio sempre più evoluto. Poi è un mestiere veramente stressante. Bisogna sapersi rapportare con figure societarie ed extra societarie e con tutti i ragazzi. Tante volte lavori bene, poi ci sono imprevisti e non raggiungi i risultati. Bisogna sapere reggere pressioni ad alti livelli.

E poi?

Credo che l'allenatore incida in parte. A parità di gruppo penso che un buon mister possa spostare il 10% di punti che significa centrare o meno un obiettivo. Più di tutto conta il gruppo soprattutto nelle categorie più basse dove c'è poca meritocrazia e più attenzione nei confronti di aspetti che non c'entrano col calcio. Non è detto che un buon tecnico riesca ad ottenere buoni risultati.

Lei è tifoso granata e ha giocato nel Torino: così ha realizzato il suo sogno di bambino?

Ho indossato la prima maglia del Toro a otto anni, ho fatto la trafila nelle giovanili, ho giocato in prima squadra per sei stagioni. Ho avuto la fortuna di diventare il capitano più giovane del club. Nel 2005 abbiamo vinto i playoff in Serie B, poi però è arrivato il fallimento. Sono stato apprezzato come uomo. I tifosi del Toro manifestano ancora affetto nei miei confronti. Hanno apprezzato sempre la mia serietà e il mio grande attaccamento alla maglia. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto. Il Toro è la mia seconda pelle.

Come si è innamorato del calcio?

Da piccolino avevo sempre il pallone tra i piedi, giocavo dalla mattina alla sera sotto il viale di casa contro ragazzi più grandi di me. È stata una bella palestra. Un giorno mio padre, grandissimo tifoso granata, era allo stadio: durante l'intervallo fu annunciato che sarebbero cominciati i provini per la leva calcistica della mia annata e decise di portarmi. Nel viale sotto casa si vedeva che avevo stoffa. Mi hanno preso e a 8 anni sono entrato nel settore giovanile nella categoria Mini Mini Pulcini. Così è iniziato tutto.

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(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Come vede questo derby Torino-Juventus da spettatore?

Arriva in un momento particolare. Il Toro è abituato a partire da sfavorito, la Juve sta deludendo parecchio le aspettative. Sono due squadre sullo stesso livello, è un derby aperto. I granata hanno dimostrato di saper mettere in difficoltà le big e di potersela giocare con chiunque per provare a fare risultato pieno. La Juve però sempre è la Juve.

Come giudica la stagione delle torinesi finora?

Il Toro era partito bene, dopo le prime tre partite pensavo che potesse fare il salto di qualità. Ha rallentato nelle ultime quattro gare: tre sconfitte e un pari con l'Empoli sanno poco del Toro di Ivan Juric. Per quanto riguarda la Juve, le partite con Bologna e Maccabi Haifa all'andata avevano fatto pensare ad una ripresa. Finora sono arrivate delusioni in Serie A e in Champions League.

Com'è l'umore dei tifosi juventini in città? 

È basso come è normale che sia. Sono abituati bene. Hanno visto la Juve vincere nove scudetti e ad andare avanti in Champions. Sono arrivati i campioni. Le ultime due-tre annate sono state deludenti e c'è distacco da parte dei tifosi".

Che cosa ha rappresentato quel 3-3 nel derby del 2001 per voi granata?

Abbiamo fatto una rimonta incredibile. Il Toro di allora non era all'altezza di quello del presidente Urbano Cairo, la Juve invece era piena di campioni abituati a vincere uno scudetto dietro l'altro. C'erano Alessandro Del Piero e David Trezeguet. Era il mio primo derby. Ricordo un primo tempo straripante della Juve finito 3-0, che sarebbe potuto finire con uno scarto maggiore per la supremazia vista in campo. Nella vita però può succedere di tutto, compresa quella rimonta clamorosa che stava per sfumare per un calcio di rigore discutibile fischiato per l'intervento su Igor Tudor. Con il Var lo avrebbero potuto rivedere e cancellare. Quella gara passò alla storia per il rigore sbagliato da Marcelo Salas per colpa della buca scavata da Riccardo Maspero. Indimenticabile.

Nel 2005 il Toro è risalito in A poi è fallito: quanto è stato complicato superare quel momento?

Finalmente avevo conquistato qualcosa con la mia squadra del cuore. Eravamo giovani e affiatati. C'erano giocatori importanti come Quagliarella, Balzaretti, Sorrentino, Pinga e Marazzina. Avevo vinto l'Europeo Under 21 da protagonista con l'Italia, la B con il Brescia, la Coppa Uefa con l'Inter nel '98. Con il mio Toro invece avevo dovuto incassare la delusione per un paio di retrocessioni. Quella promozione rappresentava tanto per me, purtroppo poi arrivò il fallimento.

Com'è stato il suo anno all'Inter 1997-98?

Indimenticabile, anche se sono stato fermo per infortunio per più di sei mesi. Raccolsi quattro presenze in Serie A, due in Coppa Italia e due in Coppa Uefa. Ricordo grandissimi campioni, una società incredibile, uno stadio maestoso. Ho avuto anche la fortuna di aver visto da vicino Ronaldo il Fenomeno e di averci giocato insieme.

Com'era Ronnie in allenamento?

Non era quello della partita. Non era né il suo pane né il posto dove dava il meglio. Non aveva la mentalità di Cristiano Ronaldo super professionista, maniaco del fisico e della cura del dettaglio. Nonostante questo per me il Fenomeno è stato il più forte di tutti, un marziano sceso sulla Terra. Regalava giocate spettacolari, aveva potenzialità enormi dal punto di vista tecnico e fisico. L'impegno non era sempre alla pari del suo talento. Ricordo un ragazzo simpaticissimo, che teneva alto l'umore dello spogliatoio.

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Mandatory Credit: Robert Cianflone/ALLSPORT

Le manca uno scudetto con l'Inter?

Sì, anche se non avremo mai la controprova. Vincere Juve-Inter nel '98 ci avrebbe dato la spinta finale per riuscire a centrare il colpo grosso in Serie A. Avrei potuto vincere quello scudetto, purtroppo è andata diversamente. 

Con il Var sarebbe stato sanzionato con il rigore quel fallo di Mark Iuliano su Ronaldo?

Certamente! Anche a occhio nudo si vedeva che era un rigore solare. Con il Var non ci sarebbero stati dubbi.

Quel giorno perse le staffe anche Gigi Simoni: che cosa lo rendeva speciale?

La sua grande umanità nella gestione del gruppo. Ci sembrava di avere più un secondo padre che un allenatore. Il suo modo di fare si rivelò un'arma vincente. Era educatissimo, un signore. Le sue capacità gestionali mixate con la presenza di Ronaldo e di tanti altri campioni ci permise di fare grandi cose.

Almeno vi siete rifatti nella notte di Parigi contro la Lazio in finale di Coppa Uefa...

Assolutamente! Giocare e contribuire a quella vittoria è stato emozionante. Ho giocato il ritorno contro il Neuchâtel in Svizzera dopo la vittoria a Milano. Poi ricordo gli ottavi contro il Lione: all'andata perdemmo 2-1 a San Siro con Giuly che ci fece ammattire, al ritorno il mister mi schierò a uomo su di lui e vincemmo 3-1. Sono orgoglioso per il contributo dato quella sera.

C'erano grandi uomini in quello spogliatoio, uno su tutti Taribo West: conferma?

Era un personaggio di spicco, ci faceva morire del ridere con il suo look. Parlava con il Signore. Ogni tanto ci riuniva per pregare. Secondo Taribo giocavamo con l'aiuto divino dalla nostra parte. Era anche un buon difensore, molto forte fisicamente. C'erano uomini straordinari come lo "Zio" Beppe Bergomi, Javier Zanetti un atleta fantastico e una persona squisita, sempre positivo e col sorriso. Fabio Galante un burlone: ci siamo fatti grandi risate insieme, siamo stati compagni anche al Torino. Poi i sudamericani oltre a Ronaldo: da Alvaro Recoba a Ivan Zamorano, da Zé Elias a Diego Simeone. Purtroppo ho vissuto poco quello spogliatoio, nella prima stagione ho passato più tempo in infermeria. Custodisco i ricordi di quell'anno gelosamente nel mio cuore.

Come vede l'Inter di Simone Inzaghi invece?

Meglio rispetto alla Juventus. Le vittorie con Barcellona e Sassuolo hanno puntellato la panchina di un allenatore che non ha fatto bene come Antonio Conte. Pesano alcune scelte societarie fatte in nome del bilancio. Inzaghi ha le sue responsabilità, per valutare il suo operato però serve molto equilibrio. Al momento però lo vedo più tranquillo rispetto al suo collega Massimiliano Allegri.