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Castellazzi: “Io, le lacrime di Baggio e le strigliate di Guardiola. Inter? Dopo il Triplete non è andato…”

Una cosa bella scoperta per caso, una notte da campione del mondo nel Golfo Persico, poi il gran finale sotto la Mole e il sapore unico di un derby rivinto dopo vent'anni. Luca Castellazzi ha 46 anni e non ha smesso di tuffarsi inseguendo il pallone

Simone Lo Giudice

Il bel sorriso di Massimiliano, sempre e nonostante tutto. Una lacrima che nasce, cresce e muore sul volto di Roberto e poi si perde nel vento mentre, tra gli applausi, il sipario sta calando. Poi la felicità di un gruppo di ragazzi arrivati in cima al mondo con la bandiera nerazzurra sulle spalle, improvvisamente orfani del condottiero portoghese con cui hanno trovato, esplorato e conquistato le terre della vittoria. Luca Castellazzi ha vissuto e rivive tutto questo. Allegri è stato sorprendente, Baggio un campione nella gioia e nel dolore, Mourinho l'allenatore con cui lavorare sarebbe stato bellissimo. L'ex portiere, che ha vinto col Torino di Ventura un derby che mancava da vent'anni, oggi ha trovato una nuova comfort zone. La porta, i guanti e il pallone ci sono ancora. Sono quelli di sempre. E forse non mancheranno mai.

Luca, che cosa fa oggi nella sua seconda vita?

Mi divido tra televisione e campo. Sono opinionista e commentatore tecnico per Sportitalia, racconto il campionato Primavera: è il mio terzo anno, lo faccio volentieri. Sul campo lavoro su due fronti: alleno i portieri in un centro federale territoriale a Milano per un progetto del settore giovanile scolastico e sono responsabile dell’area portieri dell'APS3, una scuola di perfezionamento individuale a Bovisio Masciago, fuori Milano. È stata fondata da Patrizio Sala, ex Torino scudettato nel ‘76. Sono arrivato lo scorso anno.

Com’è nato il suo legame con la porta?

Per caso! Ho iniziato a Brugherio vicino Monza. Avevo otto anni. In porta non voleva andarci nessuno. Ho scelto di stare tra i pali perché mi dava la certezza di giocare. Col passare degli anni mi è piaciuto sempre di più perché mi faceva sentire protagonista nel bene e nel male. Guardavo i grandi e cercavo di emularli.

C’erano sportivi nella sua famiglia?

No, però mio padre è un grande appassionato di calcio. La mia famiglia mi ha supportato nella maniera giusta. Il mio papà ha lavorato nel settore dei prodotti per capelli, la mia mamma ha fatto la casalinga. All'inizio venivano a vedermi sempre, negli ultimi anni mia madre c'è stata meno perché sentiva la tensione.

Come è stato fare il secondo di Zenga?

Particolare. Prima del Padova lo avevo visto solamente in televisione. Abbiamo fatto le visite mediche insieme il primo giorno: io arrivavo dalla C1 col Monza. All’inizio ho fatto fatica a parlare. Quando mi sono affacciato nel grande calcio c’era il duello Zenga-Tacconi, erano un punto di riferimento per tutti. Mi sono ritrovato nello spogliatoio un pezzo di storia del calcio mondiale. Poi Walter è un personaggio strepitoso. Mi ha messo subito a mio agio, anche se era un mostro sacro. Aveva 36 anni e si metteva a disposizione dei giovani. È stato bello iniziare con un giocatore del genere al proprio fianco.

Lei ha giocato con Allegri e Pioli in quel Padova: sorpreso dal percorso di entrambi?

Non pensavo che Allegri avrebbe fatto l’allenatore. Aveva un carattere molto estroverso, era sempre sorridente e disponibile, però andava un po' contro gli allenatori e i ritiri. Poi ha avuto una conversione. Oggi trasmette i concetti di gioco a modo suo. Pioli invece era già un allenatore in campo, sapevamo che cosa avrebbe fatto dopo il ritiro, parlava sempre di tattica. Era molto attento ai particolari. Max invece era esuberante e sopra le righe. Nessuno credeva che sarebbe diventato un gestore così vincente.

Lei ha giocato anche con Guardiola: che cosa ricorda di Pep?

È arrivato nel periodo in cui c'era Baggio. Tutti parlavano di quel Brescia, Mazzone sapeva tenere il gruppo unito. Guardiola era già pronto per allenare. Ricordo un giocatore straordinario, non gli ho visto mai sbagliare un passaggio nemmeno in allenamento. Sapeva leggere in anticipo lo svolgersi dell'azione. Noi lottavamo per salvarci. In certi momenti della partita non c'era sbocco per partire dal basso e spesso lanciavamo la palla per Toni che di testa era bravo. Pep voleva che giocassimo il pallone. Mi guardava male perché rinviavo la palla lunga. Era già fedele al tiki-taka che anni dopo ha sviluppato al Barcellona.

 DIGITAL IMAGE. Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

DIGITAL IMAGE. Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Parlando di Baggio: come ha vissuto la mancata convocazione al Mondiale 2002?

Era rientrato contro la Fiorentina dopo un brutto infortunio. Quell'anno aveva fatto cose strepitose, gol e assist, la tripletta all'Atalanta nel derby del 3-3, quello della corsa di Mazzone sotto la curva bergamasca. L'infortunio ha rallentato tutto. Baggio credeva nella convocazione al Mondiale, ha fatto sacrifici enormi. È rientrato a fine campionato da protagonista, voleva mostrare a tutti che stava alla grande. Forse Trapattoni ha fatto un'altra scelta perché Baggio era rientrato tardi, a tre giornate dalla fine.

Milan-Brescia del 2004 è stata l'ultima partita di Baggio: cosa ricorda di quel pomeriggio?

Non dimentico la grande serenità di Baggio. All'inizio dell'anno aveva dichiarato che avrebbe smesso. C'è stato un lungo avvicinamento al giorno fatidico. San Siro era strapieno. Il Milan aveva vinto lo scudetto, noi eravamo salvi da un paio di giornate. È stata una festa. Quando all'85' Roby è stato sostituito, tutto lo stadio si è alzato in piedi, non si vedevano nemmeno le scale. Mi è venuta la pelle d'oca, è scesa qualche lacrima. Si è fermata la partita. Maldini ha abbracciato Baggio: è stato bello essere lì in quel momento.

Lei ha giocato con Cassano: che cosa ricorda di Antonio? E di quella Samp?

Abbiamo ottenuto grandi risultati. Antonio avrebbe potuto giocare per tanti anni nel Real o in qualsiasi top club europeo. Aveva qualità tecniche che pochi hanno. Ha avuto alti e bassi per problemi caratteriali. Mi dispiace per la finale di Coppa Italia persa ai rigori contro la Lazio, forse meritavamo di vincerla. La mia esperienza a Genova si è chiusa col quarto posto della Samp e col pass per i preliminari di Champions. C'erano Cassano, Pazzini e Palombo. Giocatori che ovunque hanno fatto la differenza.