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Di Biagio: “L’Inter ha tutto da perdere con la Roma. Che fortuna giocare con Totti e Ronaldo”

Due piazze tra cui sarà sempre impossibile scegliere, la maglia azzurra come seconda pelle da giocatore prima e da allenatore poi, un nuovo punto di vista sul calcio. Oggi Luigi Di Biagio ha 50 anni e ha sempre il pallone davanti agli occhi

Simone Lo Giudice

Romano di nascita, milanese d'adozione. Due modi diversi di vivere il calcio che nella carriera di Luigi Di Biagio hanno trovato un senso. Con la maglia giallorossa ha sudato molto, ha segnato altrettanto e si è guadagnato un Mondiale da protagonista nell'estate tutta francese del 1998. Con quella dell'Inter poi ha inseguito un sogno chiamato scudetto sfumato il 5 maggio 2002 proprio nella sua Roma contro la Lazio. Sono passati vent'anni da quel pomeriggio. Gigi ne ha vissuti otto con la maglia azzurra sulle spalle tra l'Under-21 zeppa di talento e la Nazionale maggiore da rimettere in piedi nel 2018 dopo la mancata qualificazione al Mondiale russo. Oggi come allora la parola chiave è ripartire. La stessa che racconta il momento di Di Biagio, adesso in campo con il microfono tra le mani, ma sempre col pallone tra i piedi.

Luigi, com'è raccontare il calcio?

È una fortuna! Nella mia vita ho visto tante partite di qualsiasi livello dunque è abbastanza semplice per me. La nostra passione ci porta a vedere e a spiegare qualcosa di diverso rispetto a quello che tutti gli altri vedono. Quando si parla di calcio ci si aggiorna sempre. Raccontarlo oggi è bello, mi piace tanto.

Tornerà ad allenare?

Vivo questo momento con serenità. Ho ricevuto tante proposte tra Serie A e B e squadre straniere. Nessuna però mi ha gratificato, così ho preferito aspettare. Un affare non si chiude per tanti motivi. Conta tutto: il fattore economico, la durata del rapporto, il blasone della squadra. Io faccio valutazioni a 360 gradi e prende delle decisioni. Vedremo se salterà fuori qualcosa di buono. Io sono pronto.

Che effetto le fa rivedere l'Italia fuori dal Mondiale come nel 2018?

È brutto da tifoso italiano. Io sono stato dentro al mondo azzurro per otto anni. È stato stupendo quello che è successo la scorsa estate. Ho allenato sedici ragazzi diventati campioni d'Europa: questo testimonia la bontà del lavoro che ho fatto in questi anni. Abbiamo creato un serbatoio importante per la Nazionale maggior di Mancini. Fa male vedere l'Italia fuori dai Mondiali per la seconda volta di fila in otto anni.

Che cosa ricorda di quella precedente?

Ho vissuto quel momento peggio di oggi. Ho dovuto rimettere a posto i cocci della squadra eliminata dalla Svezia ai playoff per il Mondiale. Abbiamo giocato due amichevoli contro Argentina e Inghilterra. Ho chiuso la mia esperienza da Ct della Nazionale maggiore con un pareggio a Wembley.

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

È stato difficile allenare quei ragazzi dopo quell'eliminazione?

Si è rivelato facile perché li conoscevo. I senatori del gruppo mi hanno dato la massima disponibilità. Leonardo Bonucci e Gianluigi Buffon sono stati spettacolari: hanno capito la situazione, mi hanno aiutato. Per me è stata un'esperienza bellissima. Sono stato il primo a mettere insieme Jorginho, Marco Verratti e Lorenzo Insigne nel 4-3-3: me lo riconosce anche il Mancio. Così è ripartito il percorso della Nazionale maggiore. Ho fatto esordire Federico Chiesa a 19 anni, Patrick Cutrone e Lorenzo Pellegrini.

Che cosa è mancato per vincere sulla panchina dell'Under 21?

Sono competizioni brevi e serve un po' di fortuna. Agli Europei 2019 in Italia abbiamo fatto sei punti in due partite: non siamo passati alla fase finale per una formula assurda. Contro la Polonia abbiamo preso  due tiri in porta e perso 1-0. La mia Under 21 ha proposto un bel calcio. Abbiamo lanciato ragazzi che non avevano ancora esordito in A: penso ad Andrea Belotti che giocava all'Albinoleffe, altri erano in B o in C. Quaranta calciatori hanno esordito nella Nazionale maggiore. Il lavoro è stato ottimo. Tra vincere e non vincere c'è un confine molto sottile. A quei livelli ci sono squadre molto forti: qualcuno lo dimentica.

Come è nata la sua idea di allenare?

Dopo il ritiro, ho fatto le prime esperienze in panchina con squadre dilettanti. La passione mi ha portato ad andare in campo. Volevo trasmettere la mia esperienza ai giovani. Questo è stato l'input iniziale.