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Fulvio Pea: “Io, Gigi Simoni e l’Inter con Mou e Benitez. Vi svelo i segreti di Matteo Pessina…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Che cosa significa Genova per lei?

Quando sento parlare di Genova mi vengono in mente i colori della Sampdoria. Sono rimasto legato alla squadra. Quando ero piccolo giocavo nella Casale juventina che aveva la prima maglia bianconera e la seconda come quella della Samp. Vivo a Savona vicino a Genova: la Liguria è diventata un po' casa mia.

Lei ha lavorato con Marotta e Paratici alla Samp: è stato un altro incontro chiave per lei?

Mi ha arricchito. Di quella squadra ero l'allenatore, al resto ci avevano pensato Paratici e il presidente Garrone autore di investimenti importanti. Abbiamo ottenuto grandi successi. Non capita a tutti di vincere lo scudetto Primavera, l'anno successivo la Supercoppa e arrivare in finale al Viareggio. Dopo il primo anno la società ha cambiato tanto. Abbiamo vinto con due formazioni molto diverse fra loro.

Genova è stata il trampolino per il suo ritorno a Milano?

Mi ha permesso di tornare all'Inter dalla porta principale. Dieci anni prima avevo allenato gli esordienti nerazzurri. Tornare per allenare la Primavera è stato un grande risultato. Sono orgoglioso di questo.

Che cosa ricorda di Marko Arnautovic? Ha dato filo da torcere all'Italia di Mancini...

L'ho allenato per due-tre gare. A volte José Mourinho ci faceva schierare qualche giocatore della prima squadra per fargli fare un po' di minutaggio. Io avevo giocatori bravi, Marko era qualcosa in più per noi.

Com'è stato lavorare a distanza con Mourinho?

Io ero solo l'allenatore della Primavera, ma ho colto quell'occasione per studiare da vicino un allenatore straniero. Penso di aver seguito quasi tutti i suoi allenamenti a bordo campo. Un allenatore deve mixare la metodologia del suo Paese con quella dei tecnici stranieri. Dopo l'incontro con Mourinho il mio modo di lavorare è cambiato. Il club voleva che ci allenassimo come la prima squadra. Noi non potevamo fare quello che facevano i grandi campioni, ma l'idea era quella. Ho vissuto momenti molto belli col mister che hanno dimostrato che non era solo un allenatore top, ma anche un grande uomo.

Nel 2010 anche la Primavera dell'Inter ha vinto la Champions: che cosa ricorda?

Tre giorni prima sempre a Madrid: abbiamo vinto 2-0 contro il Bayern Monaco con doppietta di Denis Alibec. Poi la prima squadra ha fatto altrettanto con due gol di Diego Milito. Non siamo potuti restare per vedere la finale di Champions perché era difficile avere biglietti. Ormai lo stadio era tutto esaurito.

Come vede il ritorno di Mourinho in Italia? La Roma ha scelto bene?

È una figura importante che non passa inosservata. José è un eccellente comunicatore e un personaggio che farà bene al calcio italiano. È un abile manager e saprà fare arrivare in Italia giocatori importanti. È un grande professionista. Complimenti alla Roma che è riuscita riportare in Italia un allenatore che ha fatto la storia. Mou porterà entusiasmo con modi e metodi sorprendenti che contageranno tutto il club.

Com'è stato lavorare con Benitez dopo il Triplete?

L'ho fatto per sei mesi. È un altro personaggio eccezionale, una persona buona, un uomo educatissimo e molto rispettoso del lavoro dell'allenatore della Primavera. Purtroppo all'Inter è stato un po' sfortunato perché non è semplice allenare una squadra che l'anno prima ha fatto il Triplete. Nonostante tutto, Benitez ha conquistato il Mondiale per Club ed è andato via con un titolo tra le mani. È un vincente.

Dopo l'Inter lei ha allenato il Sassuolo in Serie B: che esperienza è stata?

L'anno precedente la squadra si era salvata alla fine del campionato, ci era stato chiesto di disputare una stagione più tranquilla. Ci siamo ritrovati a giocarci la Serie A: questo ha sorpreso tutti, anche me che probabilmente non ero ancora pronto per lottare per un obiettivo così importante. È stata un'annata bellissima, anche se purtroppo non è arrivata la promozione.

Lei ha lanciato anche Domenico Berardi al Sassuolo: che cosa ha visto nel ragazzo?

Ho inserito Berardi nella rosa della prima squadra a stagione in corso. Lo avevo visto giocare per caso un'amichevole con la squadra giovanile del Sassuolo, mi ha convinto e ho chiesto di aggregarlo al mio  gruppo. Mostrava grandi qualità. A Domenico veniva tutto facile, giocare era una cosa naturale per lui.

 (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Dopo il Sassuolo le ha vissuto esperienze un po' travagliate: quanto è stato difficile?

Avevo preso un accordo col Padova a campionato in corso e ho mantenuto la parola data. All'inizio della stagione successiva ho scelto di restare fermo per motivi familiari e ascoltare le proposte che sarebbero arrivate. Ho preso al volo la prima occasione. Andare alla Juve Stabia non è stata la scelta più fortunata che potessi fare, anche se i numeri dicono che col mio arrivo il trend della squadra è migliorato. Poi è tornato Piero Braglia che aveva portato la squadra in B l'anno prima. Ha chiuso il cerchio. Giusto così.

Lei ha allenato la Pro Piacenza per due stagioni: che cosa le ha lasciato?

Credo che i giocatori maturino fra i 22-23 anni. Per questo motivo ho spinto sempre tanto per l'Under 23. Sono debitore al presidente Alberto Burzoni per avermi fatto realizzare un piccolo sogno. Ho messo in piedi una squadra giovane e sono andato al Pro Piacenza, un piccolo club con pochi tifosi, ma gestito da persone in gamba. Al primo anno siamo arrivati ai play-off, al secondo ci siamo salvati. È stata una sfida personale, volevo dimostrare che l'Under 23 poteva giocare in Serie C. Sono stati due anni belli.

Lei ha lavorato con grandi allenatori: in panchina oggi porta il meglio di tutti loro?

Penso che ciascuno di noi abbia la propria filosofia, la propria metodologia e il proprio modo di essere. Tutto quello che copi viene male: succede nell'arte, nello spettacolo e nello sport. Bisogna rimanere se stessi e costruirsi una filosofia. Le esperienze coi grandi tecnici ti arricchiscono e ti mostrano come sanno risolvere i problemi. Loro però hanno allenato giocatori top, questa cosa a me non è mai successa.

Ha un sogno nel cassetto?

Io vivo di sogni imminenti, quelli di domani. Non avrei mai pensato di ritornare in panchina. L'ho fatto, mi trovo bene e mi sto divertendo. Ho ritrovato quella gioia che negli ultimi anni avevo dimenticato. Mi piacerebbe proseguire. Sono lontano da due anni dalla mia famiglia e dal mio bambino che ha sette anni. Mi sento in debito con la vita. Spero in un futuro di trovare una soluzione per allenare più vicino a casa.

Il Covid-19 ha complicato le cose in questo senso: com'è la situazione in Cina?

Qui sono riusciti ad eliminare questo problema perché hanno chiuso le frontiere: non entra quasi più nessuno. Chi arriva deve fare 21 giorni di quarantena. In Cina la burocrazia è dura ed è difficile tornare in Italia per una settimana. Non ti lasciano partire con facilità. Nonostante questo qui sto davvero bene, vivo in un posto meraviglioso. Adesso comincia solamente a pesare la lontananza dal mio bambino.

Che cosa fa quando non fa calcio?

Guardo le partite. Io sono riuscito a trasformare un hobby in un lavoro e mi sento un uomo privilegiato per questo motivo. Vado a letto la sera pensando a questo lavoro e faccio altrettanto quando mi sveglio al mattino. Vivo di questo gioco meraviglioso. È una grande fortuna.