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Corini: “Io, il Trap e la Juve delle rockstar. Che dolore per il Chievo! Sul ritorno di Balo…”

I sogni cullati in cascina, le ginocchia sbucciate per strada, una velocità di pensiero fuori dal comune in campo prima e adesso in panchina. Oggi Eugenio Corini ha 51 anni e fa un mestiere che è ancora passione, dedizione e voglia di fare

Simone Lo Giudice

Un punto di vista privilegiato sulle cose maturato in un'epoca in cui c'era meno rumore e forse anche un pizzico di passione in più. Tutto è cominciato in cascina, a Bagnolo Mella in provincia di Brescia, negli Anni '70. Il piccolo Eugenio calciava il pallone contro il muro sognando gol in rovesciata come quelli visti in Serie A. Figlio di operai, è arrivato in alto con passione, talento e sacrificio. La Juve è stata un regalo, Trapattoni l'allenatore che i giovani agli inizi dovrebbero incontrare. Verona, Palermo e Brescia sono ancora tre città speciali per Eugenio: quelle in cui ha lasciato un grande ricordo e  che ha spinto l'ambiente qualche anno dopo ad affidargli di nuovo il centro delle operazioni, in un'altra veste. Oggi Corini è un uomo felice che si prepara per tornare in campo. Il posto dove è sempre stato bene.

Eugenio, perché ha scelto di fare l'allenatore? Lo era già in campo?

Il mio ruolo di regista mi ha permesso di avere una visione più ampia. Quando fai il centrocampista centrale conosci bene il gioco, sei sempre dentro la partita. Dopo il secondo infortunio al ginocchio, verso i 28-29 anni, ho rischiato di smettere: allora ho maturato l'idea di allenare. Per fortuna poi ho giocato per altri dieci anni. Stare in panchina mi permette di rivivere emozioni provate già da calciatore.

Lei è stato allenato da grandi mister: chi ha influito di più sulla sua crescita?

Ho avuto "mostri sacri" come Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi e Erikssön. E il privilegio di essere convocato da Arrigo Sacchi in Nazionale. Alla Juve ho lavorato con Gigi Maifredi che portava avanti il credo sacchiano. Giuliano Giorgi mi ha fatto esordire a 17 anni nel Brescia: indimenticabile. Ricordo i mister che mi hanno aiutato nei momenti di difficoltà: uno su tutti Gigi Cagni al Piacenza con cui abbiamo ottenuto una salvezza storica. Un posto speciale va a Gigi Delneri che mi ha rilanciato con il Chievo dei miracoli.  Con Francesco Guidolin a Palermo insieme abbiamo vissuto stagioni esaltanti.

Risultatisti o giochisti: lei da che parte sta?

Il fine è il risultato, poi cambia il modo con cui ottenerlo. Voglio che la mia squadra faccia la partita. Quando giochi in Serie A affronti squadre con un potenziale tecnico superiore e allora devi essere abile a leggere le gare. Mi piace che le mie squadre abbiano un'identità forte e soprattutto ben riconoscibile.

Una squadra senza regista è una squadra senz'anima?

Penso che sia un giocatore importantissimo. Ci sono varie declinazioni del ruolo. C'è il palleggiatore che conosce il gioco come Jorginho oggi in Nazionale. Poi c'è un calciatore più dinamico ultramoderno come Brozovic, che interpreta il ruolo con qualità e che copre il campo in maniera straordinaria. C'è Casemiro del Real Madrid: è un grande equilibratore. Ci sono tipologie, poi conta quello che costruisci intorno.

Lei è originario di Bagnolo Mella: chi ha portato il pallone a casa Corini?

È nato tutto quando ero piccolissimo. A 3-4 anni già facevo le palline di carta in casa e sognavo di fare gol in rovesciata. Alle scuole elementari nelle pause si giocava a calcio in giardino per un'ora, a 6-7 anni ho cominciato a giocare nei Pulcini della Fionda ed ero persino sotto età. Mi mettevo a palleggiare fuori casa, calciavo la palla contro il muro. Sognavo di arrivare in Serie A. Il calcio è una mia grande passione.

Che lavoro facevano i suoi genitori?

Nella mia famiglia non c'è mai stato nessun calciatore. Mio padre era operaio, mia madre casalinga. Io andavo ogni giorno all'oratorio. Allora era più facile crescere per strada, oggi la vita è diversa. I bambini vanno ad allenarsi 2-3 volte a settimana e difficilmente giocano fuori. Noi lo facevamo sempre. Quando ero piccolo abitavamo in cascina, poi ci siamo trasferiti nel villaggio. Allora non c'era nemmeno traffico per strada. Oggi invece c'è un viavai continuo, è più difficile coltivare la tecnica come facevamo noi.

 (Photo by Getty Images/Getty Images)

Lei ha giocato prima e ha allenato poi in tre città italiane: è stato speciale?

Essere richiamato con un'altra mansione dove sei stato calciatore è motivo di orgoglio. La prima società di Serie A a credere in me da allenatore è stata il Chievo di Luca Campedelli: abbiamo conquistato due salvezze, l'anno dopo sono stato esonerato. C'è stata l'opportunità Palermo: ho accettato con entusiasmo per aiutare il club in un momento di difficoltà. Purtroppo non c'era sintonia con Maurizio Zamparini, ho deciso di dare le dimissioni. Non erano arrivati rinforzi adeguati. Sono andato via con grande dolore. Poi Brescia: abbiamo fatto una cavalcata entusiasmante, ricordo il campionato di B vinto. Abbiamo fatto un buon percorso anche in A. C'è rammarico perché ci saremmo potuti giocare la salvezza fino in fondo.

Da calciatore lei ha giocato in una big come la Juventus: che cosa ricorda?

Dopo tre anni al Brescia sono stato acquistato dalla Juventus. È stata un'emozione enorme. Quando andavamo a giocare in trasferta, all'arrivo del pullman ci sembrava di essere delle rockstar. C'erano giocatori di punta come Roberto Baggio, Stefano Tacconi, Salvatore Schillaci. Erano idolatrati. Giocare nella Juve era una grande responsabilità. Al primo anno c'era Maifredi, al secondo Trapattoni che aveva una passione incredibile per il calcio. Giocava le partitelle con noi. È un'icona del calcio italiano.

Lei ha vissuto il Trapattoni-bis: che ne pensa dell'Allegri-bis oggi?

Storicamente i ritorni alla Juve hanno sempre portato risultati. Trapattoni ha vinto la Coppa UEFA. Quando è tornato Marcello Lippi nel 2001 ha rivinto il campionato. Allegri è appena rientrato. Ha avuto qualche difficoltà, ma il valore dell'allenatore è fuori discussione. La squadra tornerà a vincere. Ha vinto il girone di Champions League: magari sarà la volta buona per conquistare un trofeo tanto desiderato.

Lei ha giocato con Mancini alla Sampdoria: un pregio e un difetto di Roberto?

Qualche problema c'è stato per via dei nostri caratteri. Ero un giovane che arrivava dalla Juve, ero stato convocato da Sacchi in Nazionale, stavo facendo bene. Poi ho avuto un infortunio alla caviglia e c'è stata qualche incomprensione. Mancio era incredibile, uno dei più forti con cui ho giocato insieme a Baggio. Sapeva segnare, fornire assist, aveva una visione completa del calcio. Vedeva linee di passaggio invisibili per qualsiasi altro. È un grande allenatore. Poi ci ha regalato una grande gioia vincendo Euro 2020.

Che cosa è mancato all'Italia di Mancini dopo gli Europei?

Con la Bulgaria meritavamo di vincere con più gol di scarto. Con la Svizzera abbiamo avuto la grande chance del calcio di rigore sia all'andata che al ritorno. Potevamo vincere almeno una di quelle due gare. Un piccolo calo fisiologico era preventivabile, poi c'è stato anche un pizzico di sfortuna. Agli Europei è girato tutto bene, dopo no. Il valore di Mancini non si discute. Ho fiducia per gli spareggi di marzo.