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Belardi: “Io, la Juve in B e le notti con Chiellini a studiare. Ecco perché Buffon ha scelto il Parma…”

Una riva dello Stretto come seconda casa, quel rigore parato nella Scala del calcio, poi una telefonata da Torino che improvvisamente ha ripagato tutti i suoi sacrifici. Oggi Emanuele Belardi ha 44 anni e si è (ri)fermato nella sua Eboli

Simone Lo Giudice

Lungomare di Reggio Calabria: il più bel chilometro d'Italia. Un posto perfetto per cullarsi sempre: dopo una giornata da ricordare al Granillo, ma soprattutto dopo un rovescio della sorte. Su questa sponda dello Stretto, Emanuele Belardi è arrivato quando era ancora il ragazzino nato e cresciuto ad Eboli ed è diventato un uomo. Quello che nel dicembre 1999 ha parato un rigore a Shevchenko alla Scala del Calcio, nel giorno in cui Pirlo, vestito d'amaranto, segnò un gran gol in quella che poi sarebbe diventata casa sua. Se la Reggina ha lanciato Belardi in Serie A, la Juve di Buffon lo ha rilanciato in B nell'estate in cui il calcio italiano ha vissuto il suo più grande sogno e il più grande incubo. La fortuna ci ha messo del suo, il resto lo ha fatto Emanuele. Oggi è tornato ad Eboli per aiutare i giovani che sognano come faceva lui quarant'anni fa.

Emanuele, lei ha smesso di giocare nel 2015: che cosa fa oggi?

Gestisco la mia scuola calcio ad Eboli. Ce l'ho dal 2007, ma negli ultimi due anni non me ne sono potuto occupare. L'avevo data in gestione ad alcune persone, adesso però sono tornato io e mi sto concentrando sulla ripartenza che sarà lunedì prossimo. Gli ultimi due anni sono stati difficili per i ragazzi. Ora voglio dedicarmi a loro.

Che cosa le dà lavorare coi ragazzi?

La storia della mia scuola calcio è particolare. Io ci sono nato calcisticamente, nel 2007 stava chiudendo per vari problemi economici, così l'ho presa e l'ho chiamata "Emanuele Belardi". È una storia d'amore.

Come è nata la sua passione per il calcio?

Mio padre si divertiva in porta da ragazzino. Un giorno ho visto una sua foto e ho cominciato a giocare anche io nella scuola calcio di cui ho parlato. Un osservatore della Reggina mi ha visto e mi ha portato con sé quando avevo appena finito la terza media. Così è iniziata la mia gavetta. Sono rimasto ad Eboli fino a tredici anni. La Calabria è diventata la mia regione. La Reggina è la mia squadra del cuore, Reggio la mia città.

Qual è stata l'emozione più bella vissuta con la Reggina?

Ce ne sono tante. A Reggio ho vinto due campionati di Serie B, ho ottenuto parecchie salvezze in A, la mia ultima gara è stata lo spareggio contro il Messina per non retrocedere, ci siamo salvati e ho smesso di giocare. Ricordo il rigore parato a Shevchenko a San Siro, la vittoria all'Olimpico contro la Roma. Poi lo spareggio salvezza vinto con l'Atalanta.

Il rigore parato a Shevchenko le ha cambiato la carriera?

Era il giorno del mio esordio in Serie A. Nel calcio servono qualità e un pizzico di fortuna. Io ce l'ho avuta. Al sud ho giocato con tanti ragazzi fortissimi che però non sono arrivati ad alti livelli. Per le loro qualità però lo avrebbero meritato sicuramente. Ci vogliono tante componenti, tra queste c'è la fortuna.

Lei ha giocato con Pirlo alla Reggina: che giocatore era Andrea?

Un predestinato, già da ragazzino era una spanna sopra tutti gli altri. Poi aveva una grandissima personalità, era un giocatore formidabile già da giovane, anche se all'epoca faceva ancora il trequartista.

Lei ha condiviso la porta con tanti colleghi: con chi ha legato di più?

Ho sempre avuto un ottimo rapporto con loro, davvero. Sono stato sempre onesto e schietto. Ogni tanto sento ancora Buffon e Handanovic. Sono stato sempre bene con tutti.

Buffon riparte dalla Serie B, voi avete vissuto questa esperienza con la Juve: si aspettava questa scelta?

Non mi ha sorpreso. Gigi aveva avuto richieste importanti, ma è un romantico e gli piacciono le sfide. Concludere la sua carriera dove l'ha cominciata lo è, anche riportare il Parma in Serie A. Buffon vive in continua sfida con se stesso. Quando l'ho sentito mi ha detto che gli piace ancora allenarsi, era giusto che andasse avanti.

Come era allenarsi con Buffon? Vi metteva sotto pressione?

No, era talmente più forte di tutti che l'ultimo dei suoi problemi era mettere sotto pressione gli altri. Per me Gigi è stato il portiere più forte della storia del calcio. Era un predestinato come lo è Donnarumma. Sta facendo cose straordinarie, è un ragazzo del '99 che ha giocato più di 200 gare in Serie A, è campione d'Europa. Poi ha grande personalità, è migliorato anche coi piedi. Gigio farà la storia. Già ne ha scritta un pezzettino quest'estate con l'Italia.

 (Photo by Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

Nella sua carriera la Juve è stata una sorpresa considerando il momento in cui è arrivata?

Sì, assolutamente sì. Qualche anno prima avevo ricevuto la richiesta di una squadra di Serie A che però non si è concretizzata. Poi sembrava che la mia carriera avesse preso un'altra piega in B. Nel 2006 arrivò la richiesta della Juve. Sono stato fortunato in quell'incastro di situazioni e bravo a farmi trovare pronto da titolare a Torino, una cosa molto complicata. Le pressioni alla Juve sono tantissime.

Che accoglienza vi riservavano negli stadi in Serie B nel 2006?

Era sempre una festa per chi ci ospitava. Trovavamo sempre avversari agguerriti perché giocare contro la Juve per tanti giocatori era un'occasione più unica che rara. Per me è stata un'esperienza importante, ma anche per i campioni. Quando si sono adattati alla categoria, è cambiato tutto. A Natale eravamo già primi nonostante la penalizzazione.

Di quei campioni chi l'ha sorpresa di più per dedizione e attaccamento alla Juve?

Del Piero era straordinario. Tutti quei campioni erano molto legati alla maglia e lo dimostra il fatto che sono rimasti alla Juve anche in Serie B. Penso a Del Piero stesso, a Buffon, a Camoranesi che tre mesi prima avevano vinto il Mondiale con l'Italia. Due mesi dopo giocavano a Rimini. Come dedizione Nedved è stato uno dei più grandi professionisti che ho incontrato. Quando io arrivavo al campo, Pavel era già da mezz'ora sul tapis roulant.

Che cosa ricorda di Deschamps e Ranieri invece?

Erano diversi, ma entrambi concreti e seri, gli piaceva fare gruppo. Volevano che ci fosse armonia nello spogliatoio. Sono andato d'accordissimo con tutti e due. Entrambi avevano capito che portavo positività nello spogliatoio. Mi è sempre piaciuto essere a disposizione di tutti, anche per questa ragione non ho mai avuto grandi problemi con gli allenatori.

In quella Juve c'era anche Chiellini: quale era la sua qualità principale?

Per me è un fratello minore. Ci sentiamo spesso. Era straordinario. Di una serietà, di un'educazione e di una bontà fuori dal normale. Come calciatore poi c'è poco da dire. Eravamo compagni di camera. Si è meritato tutto quello che ha ricevuto nella sua carriera per le qualità umane e calcistiche che possiede.

È vero che Giorgio studiava mentre era in ritiro?

Faceva Economia in camera con me. Giorgio mi ha spinto a farmi iscrivere all'Università, io ho fatto Scienze Motorie. Magari lo portavo in giro a divertirsi la sera, lui pensava ad altro. Mi ha fatto studiare.