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Brncic: “La Guerra e le notti nei rifugi. Dal Milan all’Inter in cambio di Pirlo? Ecco come è andata…”

Il suono delle sirene antiaeree in Croazia, un pallone che non smette di rotolare e arriva fino in Belgio, poi l'Italia il regalo più grande che da ragazzino potesse mai immaginare. Oggi Drazen Brncic ha cinquant'anni ed è un uomo felice

Simone Lo Giudice

"Prima siamo uomini poi calciatori e allenatori". Parola di Drazen Brncic. Tutto comincia a Zagabria nel 1971 al fianco del papà mister e ricomincia vent'anni dopo, quando il suono delle sirene antiaeree ormai sovrasta il fischio dell'arbitro. La guerra fa crescere in fretta, il talento però porta lontano fino in Belgio, dove Brncic diventa la stella dello Charleroi e conosce la sua futura moglie. Al Milan Zvonimir Boban è diventato un compagno di squadra dopo essere stato un mito, all'Inter incontrare Ronaldo il Fenomeno è stato un sogno bello da raccontare. Drazen è un uomo felice nella sua Liegi e orgoglioso per quello che i suoi genitori gli hanno insegnato. Tra ottobre e novembre sono scomparsi entrambi, ma non dal suo cuore, che batte forte anche per l'Italia lontana più di mille chilometri, il Paese dove è stato bene.

Drazen, che fa oggi nella sua vita?

Alleno l'RFC Liegi, la seconda squadra della città. Giochiamo nella terza divisione belga, la vecchia C1 italiana, una serie semi amatoriale. Proveremo a salire in B. Il tifo per il club si tramanda di generazione in generazione. C'è grande passione. Mi è sempre piaciuto allenare i club che hanno un'anima. Non abbiamo mezzi incredibili, lavoriamo con quello che c'è. Le prime quattro in testa a fine anno giocano i playoff. Ho preso il club nel gennaio 2020, ci siamo salvati. La stagione 2020-21 è stata sospesa per il Covid. Faccio l'allenatore dal 2012 quando ho preso la licenza Uefa A, dal 2018 possiedo quella Pro che mi permette di guidare qualsiasi squadra del mondo.

Lei è croato, ma il Belgio è diventato casa sua: come mai?

A San Valentino io e mia moglie festeggeremo trent'anni insieme. L'ho conosciuta quando sono venuto a giocare in Belgio negli Anni '90, poi siamo stati insieme in Italia. L'ho sposata e possiedo la nazionalità belga. Abito a Liegi da tanti anni, lo stadio della squadra è vicino a casa mia. Sto bene qui. Io sono figlio unico e purtroppo i miei genitori sono mancati entrambi pochi mesi fa. Ho perso mia madre il 29 ottobre per un cancro, qualche giorno dopo è morto anche mio padre. Sono fiero di essere stato loro figlio e per l'educazione che mi hanno dato. Prima dobbiamo essere persone perbene, poi siamo anche calciatori.

Com'è diventato calciatore?

Io sono originario del centro di Zagabria. Ho iniziato a giocare in un club di quinta divisione. Ho fatto il mio esordio a 15 anni in prima squadra. Ero un grande talento. Ero in curva a tifare per Zvonimir Boban. A 18 anni sono passato al Segesta, squadra satellite della Dinamo Zagabria, che giocava in terza divisione jugoslava. C'erano giocatori pazzeschi nelle sei repubbliche. Penso ai croati Robert Prosinecki e Davor Suker. Nel Montenegro c'erano Dejan Savicevic e Predrag Mijatovic. Giocatori veramente speciali.

C'erano sportivi nella sua famiglia?

La mia famiglia era modesta, non c'erano molti soldi. Mio padre è stato allenatore a livello amatoriale, ha giocato con la nazionale militare jugoslava. Lo seguivo ovunque sempre con il pallone sotto il braccio. Da ragazzino ho giocato anche a basket in un quartiere un po' difficile. Lo sport mi ha permesso di andare sempre dalla parte giusta, alcuni miei amici invece hanno preso brutte strade.

Nel 1991 sono scoppiate le guerre jugoslave: come hanno cambiato la sua storia?

Sono cominciate ad aprile-maggio del 1991. Ricordo le allerte per gli attacchi aerei. Quando suonavano le sirene a Zagabria, dovevamo andare sottoterra nei rifugi atomici. Non si poteva accendere la luce, dovevamo dormire vestiti. La città è stata bombardata quando sono andato via. Ho lasciato la Croazia per andare a giocare in Belgio all'Ache e quattro stagioni dopo sono passato allo Charleroi.

Lei sognava di giocare in Italia?

In Croazia seguivo sempre il vostro calcio. L'Italia era vicina. C'era il Milan dei tre olandesi. Sognavo la Serie A. Al secondo anno con lo Charleroi sono stato nominato il miglior giocatore, così il Pescara si è interessato a me: ci giocava ancora Massimiliano Allegri, volevano portarmi in Serie B. Ho passato le visite mediche, ma lo Charleroi chiedeva troppo per me. Sono rimasto in Belgio per un'altra stagione. Nel 1998 sono passato finalmente alla Cremonese in Serie B e ho cominciato una bellissima avventura.

Lei ha giocato con Patrice Evra al Monza: che cosa ricorda?

Nel 1999 mi sono fatto conoscere al calcio italiano. Ho giocato 37 partite su 38, ho segnato nove reti da centrocampista centrale nel 4-4-2 e ci siamo salvati. Stavo sempre con Patrice Evra, Jean François Gillet e Samir Beloufa. Parlavamo in francese. Quell'anno Evra ha trovato poco spazio, così è andato al Nizza dove è stato schierato terzino ed è cominciata la sua carriera straordinaria. Aveva voglia di arrivare in alto, forse troppa. Ero più vecchio e provavo a calmarlo. Il suo carattere forte lo ha aiutato nella sua vita.

Il Milan è ancora la sua squadra del cuore?

Certo! Ho vissuto lo spogliatoio del Milan per sei mesi, è la squadra che mi è rimasta nel cuore. Seguo il campionato italiano perché mi aiuta. Dalla Serie A ho imparato a curare i dettagli. Il primo allenatore è stato Gianpiero Marini alla Cremonese. Ricordo Roberto Antonelli al Monza. Poi Alberto Zaccheroni al Milan, Edy Reja al Vicenza e Luciano Spalletti all'Ancona. Mi piacciono Maurizio Sarri e Antonio Conte.

Lei ha trovato poco spazio al Milan: è dispiaciuto per questo?

Sì, però ho sempre rispettato le scelte degli allenatori. Ho fatto una buonissima preparazione estiva con il Milan nel 2000, però ho avuto poco spazio. Nello spogliatoio c'erano fenomeni: sulla trequarti Boban e Leonardo, in mezzo Demetrio Albertini, Gennaro Gattuso e Massimo Ambrosini. Sono andato al Milan per misurarmi con i migliori del mondo. Sono arrivato tardi nel grande calcio, avevo 29 anni. Ho giocato qualche partita con il Milan con buoni risultati, poi ho scelto di andare al Vicenza per giocare.

Che cosa non ha funzionato a Vicenza?

A gennaio doveva arrivare un allenatore di primo livello, poi la società ha scelto di non cambiare. Sono arrivato in una squadra che non aveva bisogno di me. Non ho rimpianti perché quando si prende una decisione nella vita non bisogna tornare indietro.