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Gregucci: “Io, la Lazio e Gascoigne. Mancini un visionario, non ha dimenticato Balotelli ma…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Mario Balotelli avrebbe fatto comodo a Mancini?

La storia di Balotelli è quella. Quando doveva dare ha dato: penso alla doppietta contro la Germania nell'Europeo 2012. Poi ha fallito qualche opportunità, ad esempio la chiamata in Nazionale. All'Inter dimostrò il suo valore, ma allora si lanciava da solo. Con José Mourinho poi ha vinto tanto: a 22 anni Balotelli aveva un curriculum da fare invidia. Mancini lo ha portato al City, poi c'è stata la separazione. Mario paga alcuni comportamenti. La sua carriera deve molto a Mancini. Sbaglia chi critica Immobile: i numeri dicono che è il miglior bomber italiano. Però mettere Ciro e Mario in contrapposizione sarebbe un errore. Sono giocatori completamente differenti.

Mancini potrebbe convocare di nuovo Balotelli?

Mancini non ha mai dimenticato Mario. Ovunque ha sempre cercato di portarlo con sé. Gli ha sempre riconosciuto un grande talento. Oggi non è fuori dai radar, è in Turchia, ma non gioca più un calcio di alto livello. Il campionato italiano è la cartina tornasole per chi vuole essere convocato in Nazionale. A meno che qualcuno non giochi con Mbappé o Neymar: penso a Verratti. Mario si è fatto trascinare dal suo personaggio. Finora ha sprecato un talento formidabile. L'ho visto calciare da fermo: è fortissimo.

Balotelli ha segnato con il Milan contro il suo Alessandria nella Coppa Italia 2015-16: cosa ricorda?

Nessuna squadra di Serie C era mai arrivata in semifinale. Abbiamo fatto un'impresa considerando il gap che esiste con i top club. In quelle semifinali c'erano Milan, Juve e Inter con fatturati da 500 milioni di euro. È stata una bella avventura. I ragazzi giocavano con spensieratezza e col talento si sono guadagnati serate di nobiltà. È stato meraviglioso. Un allenatore va valutato anche in base a quanto riesce a valorizzare dei suoi giocatori: Roberto De Zerbi è uno di quelli che apprezzo di più per questo motivo.

 (Photo by Marco Luzzani - Inter/FC Internazionale via Getty Images)

C'è un allenatore di oggi che apprezza di più in assoluto?

Stefano Pioli. La sua evoluzione è stata formidabile. Ci conosciamo da tanti anni, ricordo le sfide sui campi di Serie B. È un allenatore moderno, poco italico, non è attaccato ai numeri. Il suo Milan gioca un calcio evoluto, pressa gli avversari nella loro metà campo. Nessuno come Pioli sa valorizzare i calciatori. Interpreta il calcio in base a più parametri. Gli manca l'ultimo step: conclamarsi in Champions League.

Lei si è dato un obiettivo? Come si sta preparando in attesa di tornare in panchina?

Noi siamo carenti nella formazione dei giocatori. Basta andare in Spagna per trovare qualcosa di diverso: penso a quello che ho visto a San Sebastián oppure a Vilarreal. Siamo indietro, ci mancano le strutture. Io ho lavorato alla Lanerossi Vicenza e non dimentico il centro sportivo di Isola Vicentina: all'ingresso c'erano le gigantografie di Paolo Rossi e Roberto Baggio, due Palloni d'Oro del calcio italiano. Quel centro oggi non c'è più. Aveva un nome nobile: era intitolato al compianto Piermario Morosini.

Che cosa le ha insegnato Morosini?

Mi ha dimostrato che esistono ventenni con la testa sulle spalle. Il giorno in cui l'ho visto rantolare a Pescara in mezzo al campo mi è caduto il mondo addosso. Era straordinario. Portavo le maglie ai ragazzi dell'oratorio di Monterosso, un quartiere di Bergamo. Piermario aveva perso i genitori e il fratello, ma non mollava perché doveva pensare alla sorella. Vorrei vedere un film dedicato a lui. Mi ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi. Lo rispetto: per questo motivo ovunque vado racconto la sua storia.