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Gregucci: “Io, la Lazio e Gascoigne. Mancini un visionario, non ha dimenticato Balotelli ma…”

Le ginocchia sbucciate da ragazzino in Puglia, la rinascita di una squadra dalle ceneri nella Capitale biancoceleste, le serate di nobiltà con l'Alessandria nel cuore. Angelo Gregucci ha 57 anni e aspetta l'occasione giusta per tornare in panchina

Simone Lo Giudice

Prima la messa poi il campo: era la vita del chierichetto in un'Italia lontana nel tempo, ma non nel cuore. Angelo Gregucci ha conosciuto il pallone per le strade e per i campi della sua Puglia, dove adattarsi era un'arte che andava appresa in fretta per non restare tagliati fuori. Alessandria gli ha spalancato le porte nell'estate mondiale del 1982, cinque anni dopo a Roma, sponda Lazio, invece ha conosciuto il più grande incubo e il più grande sogno tra penalizzazioni dure e rinascite impensabili. In questa storia di fatica non è mancato il genio: Paul Gascoigne come compagno di avventura, Roberto Mancini come collega in panchina in giro per il mondo prima del miracolo della scorsa estate. Gregucci si aggiorna e rilancia la sfida con se stesso. Le idee sono chiare, l'entusiasmo quello di sempre. 

Angelo, che momento sta vivendo?

È un momento di attesa: sto aspettando che arrivi un buon progetto, l'opportunità giusta per me. La mia ultima esperienza è stata ad Alessandria, una piazza che conosco benissimo, dove ho giocato quando avevo solamente 16-17 anni. Dall'inizio della mia carriera ho cambiato tanto. È importante avere un'idea, ma bisogna far rendere al massimo i giocatori che si hanno. Cerco di valorizzare sempre la mia squadra.

Chi ha portato il pallone nella sua famiglia?

Io sono nato a Taranto, ma la famiglia ha sempre vissuto a San Giorgio Ionico, il primo paese della provincia andando verso Lecce. Il pallone lo ha portato la strada. Alla fine degli Anni '70 si giocava ovunque. C'erano gli oratori aperti: io facevo il chierichetto e dopo la messa andavo a giocare. Sono cresciuto negli sterrati di campagna dove il terreno era  sconnesso. Sono cresciuto in mezzo ai campi. Mio padre faceva il parrucchiere, mia madre l'estetista. Devo tutto alla strada.

Lei ha giocato per tante stagioni nella Lazio: qual è stato il momento più bello?

La stagione 1986-87 è stata la più sofferta, ma anche la più bella. La Lazio del meno nove, quella di Eugenio Fascetti, è rimasta nella leggenda. All'inizio siamo stati retrocessi in Serie C, poi ci hanno dato nove punti di penalizzazione in B. Fascetti convinse tutti. Non dimentico l'ultima di campionato contro il Vicenza con il gol decisivo di Giuliano Fiorini. Poi ci sono stati gli spareggi con il Napoli: ricordo 35mila laziali al San Paolo. Quella squadra è ricordata alla pari di quelle scudettate. È stata l'Araba Fenice della Lazio. Io sono un testimone vivente della rinascita dalla squadra di Fascetti a quella tornata in Europa dopo 25-30 anni.

Paul Gascoigne fu il colpo: che giocatore ricorda?

Era un colpo in compartecipazione con il presidente uscente Gianmarco Calleri che lavorava con Carlo Regalia, un grande direttore sportivo. Gascoigne era un personaggio fuori dagli schemi, una persona generosissima. Era un inglese atipico: pedalava ma non solo, era un genio. Cambiava gioco di punta e il pallone all'epoca pesava. Era ubriacante nei dribbling. Si è fatto male nell'ultima partita col Tottenham: la finale di FA Cup. I tifosi laziali avevano firmato una petizione per comprarlo lo stesso. Ha fatto la riabilitazione a Roma, poi ha esordito: ricordo un suo gol spettacolare a Pescara, anche quello nel derby. Poi si è fatto male ancora. Non ha avuto fortuna, ma era pazzesco. In campo Gazza era sempre uno show. In quella Lazio però c'erano anche altri due stranieri come Karl-Heinz Riedle e Ruben Sosa.

Lei ha chiuso da calciatore a Reggio Emilia: che cosa ricorda di mister Carlo Ancelotti?

Ho conosciuto il primo Ancelotti, un uomo di un'altra dimensione, di grande sensibilità, un fuoriclasse nella costruzione del rapporto con i giocatori. La sua carriera è stata costellata da legami solidi. Persino uno come CR7 ha detto che Ancelotti è stato l'allenatore più empatico incontrato nella carriera. Carlo ha mixato le sue qualità umane con gli insegnamenti di Arrigo Sacchi: così è diventato un grande allenatore.

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Come si è creato invece il rapporto di collaborazione tra lei e Roberto Mancini?

Mancio è un fuoriclasse, è un visionario. Non è mai passato indifferente: quando era giocatore lo amavi o lo odiavi. Penso sia un valore aggiunto. Il Mancio è nato diverso. Nel calcio la visione ti permette di vincere dove non si è mai vinto o quasi: penso allo scudetto con la Lazio e prima ancora a quello con la Sampdoria portata in finale di Coppa dei Campioni. Mancio ha vinto la Premier con il Manchester City. Ha fatto sognare tanti tifosi. Poi è bravissimo a creare i gruppi di lavoro. L'Italia non vinceva l'Europeo dal 1968: con Mancini ci è riuscita, all'inizio nessuno credeva che avrebbe vinto. Come popolo purtroppo siamo poco onesti intellettualmente: l'italiano sale sul carro e scende dal carro con grande facilità.

L'Italia ha fallito l'accesso diretto al Mondiale: che cosa è successo?

Ci sono state troppe pressioni sulla squadra. L'Italia ha vinto il Mondiale 1982 nel silenzio stampa, nel 2006 la nostra Federazione era commissariata per lo scandalo Calciopoli. Siamo il popolo dell'eroismo. Non vinciamo di sistema, vinciamo di disperazione. Noi a Belfast nel 1958 ci abbiamo lasciato le penne: una sconfitta è costata il Mondiale. Se agli spareggi dovessimo pescare Polonia in semifinale e Portogallo in finale sarebbe dura. Siamo campioni d'Europa e abbiamo tutte le pressioni addosso. Da qui a marzo c'è tempo per ricaricare le pile. Per alcuni giocatori sarebbe l'ultimo Mondiale: penso a Giorgio Chiellini, a Leonardo Bonucci, a Ciro Immobile. Bisogna sistemare la testa perché c'è un problema psicologico. Siamo andati sull'altalena dell'emotività. Vincere è possibile, dimostrare di essere il migliore è difficile.