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Raggi a ruota libera: “Io, il Monaco con Mbappé e il no all’Inter di Mancini. Oggi pesco e vado per funghi”

Un pulmino per fare la spola tra casa e sogni, poi l'unico posto al mondo che lo ha fatto sentire un Principe, infine un paesino che lo ha accolto alla fine di un lungo viaggio. Andrea Raggi ha 37 anni e non vede l'ora di ritornare dove è stato bene

Simone Lo Giudice

Raggi a ruota libera: “Io, il Monaco con Mbappé e il no all’Inter di Mancini. Oggi pesco e vado per funghi”- immagine 3

Brugnato: un paesino dell'entroterra ligure in provincia di La Spezia, una vita tranquilla come quella di altri mille abitanti. Andrea Raggi ha trovato qui il suo nuovo equilibro: è un padre di famiglia che va per boschi e funghi, improvvisamente a caccia in campagna dopo una vita in difesa sul campo da calcio. Tutto è cominciato tra Massa ed Empoli a inizio Duemila ed è ricominciato a Bologna anni dopo, sotto lo sguardo di Stefano Pioli, l'uomo che gli ha regalato una seconda vita. Se i posti sono semplicemente persone, per Andrea, Monaco è un vecchio amico che è sempre bello ritrovare: si sono conosciuti nel 2012, si sono allontanati sette stagioni dopo, ma la fiamma è ancora accesa. Raggi non vede l'ora di percorrere quei trecento chilometri che separano La Spezia dal Principato per andare a riaccenderla.

Andrea, che momento sta vivendo?

Mi sto dedicando alla famiglia e ai miei hobby. Mi sto godendo questo momento, non so quello che succederà in futuro. Mi piacerebbe restare nel mondo del calcio. Mi sono lasciato male con la proprietà russa del Monaco. Nel Principato però si sta bene, senza stress. È il posto perfetto per giocare. Dopo sette anni lì ho scelto di smettere, non volevo tornare in Italia. Conosco pregi e difetti del nostro calcio.

Qual è il suo sogno per il futuro?

Voglio tornare a Monaco. C'è qualcosa di speciale tra me e i tifosi. Mi sono tatuato lo stemma del club sul braccio. La società russa non sarà eterna, aspetto il mio momento. Ho un bellissimo rapporto anche con il Principe Alberto: è il numero uno, una persona meravigliosa, ci è stato molto vicino, poi è un grande sportivo. Veniva a vederci quando c'era il grande Monaco. Veniva a salutarci negli spogliatoi a fine gara.

Dopo il Monaco lei è stato vicino alla Cina: perché è saltato il suo trasferimento?

Stavo partendo per Dubai dove era in ritiro la squadra che mi voleva, poi è scoppiata la pandemia ed è saltato tutto. Mi offrivano tanti soldi: era impossibile dire di no. Siamo rimasti a Monaco due anni in più per fare concludere le scuole a mia figlia, poi siamo tornati a casa in Liguria a Brugnato, un paesino di mille abitanti in provincia di La Spezia. Qui abita la famiglia di mia moglie, mia madre vive nei dintorni. Ho una bimba di undici anni. Mi piace pescare e andare per funghi. Vivo in campagna, qui è tranquillo.

Com'è nata la sua storia con il calcio?

Un giorno mio nonno materno mi ha portato al campo ed è stato un amore a prima vista. Empoli mi ha dato tutto. Io sono nato a La Spezia, ma ho sempre vissuto a Marina di Carrara perché i miei genitori lavoravano lì: mia madre faceva la segretaria, mio padre era un operaio.  Quando avevo 12-13 anni facevo avanti e indietro tutti i giorni da Massa ad Empoli in pulmino, ci mettevo un'ora e mezza. Vivevo in un convitto con i ragazzi del settore giovanile. Così è cominciata la mia carriera.

Ad Empoli lei ha indossato il numero 46: perché?

Sono appassionato di moto da sempre, per me Valentino Rossi è un mito. Ho voluto onorarlo giocando con il suo numero. Peccato non averlo potuto indossare in tutte le mie squadre, a volte era occupato.

La stagione successiva a Calciopoli si è rivelata positiva per l'Empoli: che cosa avevate di speciale?

Eravamo una bella squadra: abbiamo fatto un grande campionato, ci siamo qualificati per la Coppa Uefa. In panchina c'era Gigi Cagni. Abbiamo approfittato dell'assenza di alcune big dopo lo scandalo, però ci siamo meritati tutto quello che è arrivato sul campo. Ricordo un grandissimo anno.

Nel 2007 lei ha giocato con la Nazionale Under-21 a Wembley contro l'Inghilterra: che cosa ricorda di quella sera?

È stato uno spettacolo! Inaugurare Wembley è stato davvero speciale, qualcosa di unico. Ricordo un pazzesco 3-3 con la tripletta di Giampaolo Pazzini. Quella sera ho provato grandissime emozioni.

Ha qualche rimpianto per non essere stato convocato in Nazionale maggiore?

Quando hanno smesso di giocare i campioni del 2006 è stato convocato chiunque... Mi dispiace. Mi meritavo almeno una convocazione considerando quello che avevo fatto a Monaco in quelle stagioni.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Nel 2008 lei è passato dall'Empoli al Palermo: che cosa è andato storto in Sicilia?

Mi sono messo nelle mani del presidente Maurizio Zamparini ed è stato come giocare alla roulette russa. Mi ha fatto giocare una sola partita: Udinese-Palermo è finita 3-1 alla prima giornata, allora ha esonerato il mister Stefano Colantuono e il direttore sportivo Rino Foschi. Sono stati messi da parte tutti i giocatori voluti da quei dirigenti, me compreso. Non giocare mai è stato difficile da accettare.

Nel calcio italiano non c'è pazienza: da che cosa dipende?

Tutti vogliono tutto subito. Le società guardano solo i risultati e questo ha ripercussioni negative su tutto il sistema. La Nazionale rischia di non qualificarsi al Mondiale per la seconda volta consecutiva: contro il Portogallo la vedo durissima. C'è poco spazio per i giovani, giocano solamente in società come Empoli o l'Atalanta. Nelle formazioni titolari delle big ci sono pochissimi italiani e questo fa pensare.

Com'è la situazione all'estero?

Sento parlare male del campionato francese, ma non è assolutamente uno dei peggiori d'Europa. Ci sono tantissimi giovani in campo. Non mancano nemmeno nelle grandi squadre come al Paris Saint-Germain.

Da ligure lei ha giocato alla Sampdoria nel 2009: che esperienza è stata?

Bella, mi sono divertito. C'era una grande squadra. L'anno dopo sono andato via e si sono qualificati ai preliminari di Champions League. C'erano Giampaolo Pazzini e Antonio Cassano, Walter Mazzarri in panchina. Purtroppo arrivavo in prestito in ogni società e Zamparini per il riscatto chiedeva sempre la stessa cifra che aveva investito per comprarmi. Ma chi era disposto a spendere 10 milioni di euro?

Bologna le ha regalato un sorriso almeno?

Ci ho lasciato un pezzo di cuore. Il primo anno è stato fantastico: ricordo una città meravigliosa e gente bellissima. Alla fine del prestito hanno provato ad acquistarmi, ma non c'è stato niente da fare. Nel 2010 sono tornato in Sicilia, poi ho preso una scelta sbagliata andando al Bari di Gian Piero Ventura l'anno dopo l'addio di Leonardo Bonucci e Andrea Ranocchia. Mi sono fatto convincere e ci sono andato. È stata la mia esperienza più brutta.

Che cosa ricorda di Ciccio Caputo?

Era un bravissimo ragazzo, si è meritato la carriera che ha fatto. È una persona umile, semplice, che pensava sempre solamente a dimostrare il suo valore. Oggi Ciccio è diventato un grande giocatore.

Anche Stefano Pioli era un esempio al Bologna?

Sì, assolutamente. Ci sentiamo spesso, siamo rimasti in ottimi rapporti. Dopo l'anno al Bari ero rimasto senza contratto. I miei compagni del Bologna, Marco Di Vaio su tutti, hanno convinto mister Pierpaolo Bisoli a riprendermi. Sono arrivato a fine mercato. Volevo rimettermi in gioco, non mi interessava il contratto. Sono tornato in forma e ho ricominciato a giocare. Poi è arrivato Pioli ed è cambiato tutto.

In che senso?

Il mister mi aveva detto che potevo giocare solo come terzino. Alla vigilia di Juventus-Bologna di Coppa Italia avevamo mezza squadra infortunata, allora il mister mi ha schierato centrale in difesa con Simone Loria. Ho giocato una partita mostruosa. Così Pioli ha cambiato modulo per farmi giocare: spesso con la difesa a tre, a volte con quella a quattro. Abbiamo vinto con l'Inter a San Siro per 3-0, a Roma contro la Lazio, poi a Napoli. Abbiamo fatto anche il record di punti. Quel Bologna era davvero uno squadrone.