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Il segno del Maestro: l’Uruguay di Tabarez lotta e vince come il suo CT

L'Uruguay si qualifica alla fase a eliminazione diretta a punteggio pieno. E il suo commissario tecnico è il simbolo di una squadra che lotta su ogni pallone, senza arrendersi mai. Quando in panchina c'è lui, la Celeste vola.

Redazione Il Posticipo

Passano gli anni, cambiano i calciatori, ma il segno del Maestro sulla Celeste rimane sempre lo stesso. E per novanta, centottanta, magari per tutti i seicentotrenta minuti che servono per alzare una Coppa del Mondo, Oscar Tabarez può dimenticare la neuropatia periferica che lentamente ma inesorabilmente gli sta paralizzando gli arti. Come dopo la rete di Gimenez all'esordio, quando la Celeste ha dovuto aspettare novantuno minuti per aver ragione di un coriaceo Egitto, anche stavolta si appoggia alla sua fida stampella per esultare. Il tecnico ne ha ben donde. Qualificazione con tanto di 3-0 ai padroni di casa. Proprio come nel 2010, quando l'Uruguay è arrivato a un passo dal sogno. Un buon viatico per la fase a eliminazione diretta.

IL SEGNO DEL MAESTRO - È il segno del Maestro. Indelebile, innegabile, che si allunga sulla Celeste dal 1990, la prima delle quattro esperienze di Tabarez in una Coppa del Mondo alla guida della sua nazionale. In Italia arrivano gli ottavi di finale, poi a eliminare Francescoli e compagni ci pensa l'Italia. Forte di un'ottima prestazione, l'allora quarantatreenne allenatore si apre al mondo. Prima l'Argentina, con il Boca. Poi un salto anche in Italia, prima con il Cagliari e poi in una breve ma pessima esperienza al Milan. Un tragitto, quello tra vecchio e nuovo mondo, che si ripete più volte. Nel frattempo, l'Uruguay, senza il Maestro, dimentica la lezione e non sa più vincere. Due mancate qualificazioni (1994 e 1998), una deludente eliminazione al primo turno (2002) e un'altra assenza (2006). E quindi, dopo l'ennesima delusione, la Federazione si affida di nuovo a Tabarez.

LEGGENDA DELLA CELESTE - Che avrà anche sedici anni in più, ma non ha dimenticato come si fa. Anzi, nel 2010 fa sognare un popolo intero e solo l'Olanda in semifinale è in grado di fermare il cammino della Celeste. Sarà quarto posto, un risultato che non si vedeva da quarant'anni. Quattro anni dopo, in Brasile, solito copione. Turno eliminatorio superato ai danni di Italia e Inghilterra, poi fuori agli ottavi con la Colombia. Potrebbe essere l'ultimo mondiale del Maestro. Che nel 2016 annuncia al mondo la propria malattia. Ma che, come il suo Uruguay, non si arrende. "Resterò alla guida della Nazionale finché le forze me lo permetteranno e finché i giocatori mi seguiranno". Le forze ci sono, i giocatori non è che si limitino a seguirlo: lo idolatrano. E il Maestro, mano nella mano, li porta dove non erano mai arrivati. Primo posto nel girone, a punteggio pieno e con zero gol subiti. Mai accaduto prima d'ora. E pazienza se per muoversi dalla panchina serve la stampella. Non sarà così poco a fermare Oscar Tabarez. Il Maestro è come il suo Uruguay. Non molla mai e spesso alla fine vince. E il cielo della Russia si fa un po' più...Celeste.