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Il Loco Abreu racconta il suo Guardiola: “Lui e Lillo mi rompevano le p***e, dicevano che perdevo secondi”

(Photo by Stanley Chou/Getty Images)

Nel corso della sua carriera il catalano ha avuto a che fare anche con gente dal carattere molto particolare. Come Sebastian Abreu, uno che non chiamano Loco mica per caso

Redazione Il Posticipo

Pep Guardiola, un tecnico capace di farsi ammirare un po’ da tutti i calciatori che lo hanno avuto come compagno di squadra e come allenatore. E dire che nel corso della sua carriera il catalano ha avuto a che fare anche con gente dal carattere molto particolare. Come Sebastian Abreu, uno che non chiamano Loco mica per caso. Tra le oltre trenta squadre con cui ha giocato il centravanti, ci sono anche i Dorados de Sinaloa, il club messicano allenato da Maradona ma che all’epoca del Loco...aveva Guardiola, all’epoca all’ultima stagione da calciatore. Pep, come spiega il bomber ad AS, ha provato subito a spiegare il suo calcio ad Abreu assieme al tecnico Juan Lillo, che poi sarebbe diventato suo assistente al City. E all’inizio le cose non sono andate poi troppo bene.

"PERDERE TEMPO - “Venivo dalla cultura del calcio sudamericano, dove il numero nove si preoccupava più di coprire il pallone e di fare da sponda. Lo dovevi coprire e poi giocare. Gli allenatori ti chiedevano proprio questo, ‘tienila’, ‘non la perdere’. E quindi tenevo lontano il difensore col corpo o con la pianta del piede, mi sono abituato a questo stile perché era quello del calcio uruguaiano. Quando sono arrivato ai Dorados, Pep e Lillo hanno, cominciato a dirmi che così perdevo secondi. Mi rompevano le palle con questa storia e io, capriccioso, riluttante è testardo, segnavo comunque. E quindi pensavo ‘perché questi due mi rompono con questa storia che perdo tempo quando continuo a segnare?’”. Tipica reazione...da Loco. Ma Abreu non è affatto pazzo, anzi...

 (Getty Images)

"“HO CAPITO” -  E quindi capisce che gli insegnamenti di Guardiola e Lillo possono valere oro. “Poi però è arrivato un momento in cui mi sono reso conto di essere una persona che non capiva quello di cui gli parlavano. Ho capito che avevano una esperienza e una conoscenza molto più ampie della mia e ho iniziato a dar loro ascolto. Ho cominciato a capire che mi chiedevano di dare continuità al gioco, di fare attenzione alla posizione, al controllo orientato. E devo ammettere che sono cresciuto molto come attaccante e come calciatore. Che così facendo le mie giocare davano più possibile di segnare a me e alla squadra. Quando ho cominciato ad accettare le loro indicazioni abbiamo cominciato ad andare bene in allenamento. Utilizzavamo anche la tecnologia, mi facevano vedere partite in cui c’erano situazioni in cui gli attaccanti facevano il lavoro che chiedevano a me. Io ho cominciato a giocare in quella maniera e ha giovato alla mia carriera”. Insomma, uno come Pep...sa calmare anche un Loco!