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Il difficile rapporto tra il Milan e l’Argentina

Di Bobo Craxi. Strana storia quella degli argentini in maglia rossonera. Nonostante le affinità tra Milano e Buenos Aires, il Tango sembra si balli solo...nella metà nerazzurra della città!

Bobo Craxi

Il rapporto calcistico fra l’Argentina e l’Italia è antico, profondo e duraturo. Sappiamo tutti bene che le squadre della capitale, il Boca ed il River, hanno degli antenati genovesi e conosciamo il nome di almeno una decina di conclamati campioni del calcio che hanno conosciuto una gloria particolare nel nostro paese. Innanzitutto gli oriundi, ovvero calciatori che potevano annoverare degli avi italiani ed alcuni fra di loro hanno addirittura optato per la maglia azzurra al posto di quella “Albiceleste”. Questo rapporto privilegiato che ha riguardato città come Napoli, Torino, Firenze, Roma e la citata Genova, nonché la Milano di sponda interista, non è stato particolare con la società rossonera. Fra i campioni di cui tifosi hanno memoria, molti certamente partirono dal continente sudamericano, ma le star sono state soprattutto brasiliane, tante e per diversi lustri. E la stella per eccellenza che brillava su San Siro negli anni Cinquanta fu uruguaiana ed era quella di Juan Alberto Schiaffino.

POCHI... - Argentini furono pochi ma tutti abbastanza dimenticati, per chi non ha dimestichezza con la storiografia rossonera. I più anziani, ma molto anziani, possono ricordare le gesta del centrocampista Grillo, un oriundo proveniente dall’Independiente, mentre un’ala sgusciante che veniva dal Boca era Cucchiaroni, certamente oscurato dalla presenza del citato Schiaffino e dal trio svedese delle meraviglie il famoso Gre~No~Li (Gren, Nordhal, Liedholm). Non riuscì a rigenerarsi nella breve stagione milanista quell’Antonio Valentin Angelillo, l’oriundo dalla faccia sporca che aveva fatto sognare i tifosi interisti; era figlio di immigrati argentini in Francia Nestor Combin, un attaccante cresciuto a Lione, che ebbe una buona carriera nelle squadre torinesi ed approdò al Milan giusto per giocare, nella notte di Buenos Aires, la prima vittoriosa finale della Coppa Intercontinentale del Milan. L’attaccante rossonero, dopo esser stato malmenato brutalmente durante tutta la partita con colpi proibiti dai giocatori argentini che lo reputavano un “traditore”, finì in bellezza la serata in un commissariato. Il regime dell’epoca lo considerava un renitente alla leva e fu liberato a notte fonda grazie all'intervento congiunto degli ambasciatori di Italia e Francia, ritardando così il rientro in patria del resto della comitiva.

MA BUONI? - A quasi trent'anni di distanza si materializzò la più fluorescente meteora del ciclo Berlusconiano, l’oggetto talmente desiderato che non riuscì mai a giocare neanche un minuto in partite ufficiali nel Milan: si trattava di Daniel Borghi, un talentino argentino, oggi buon allenatore, l’unico capriccio che Arrigo Sacchi non consenti al Presidente, che infatti rammenta in Borghi il suo più grande rimpianto della gestione rossonera. Se si fa l’eccezione di rispettabilissimi centromediani o difensori come Redondo, Biglia, Chamot, tutti arrivati in fin di carriera a vestire il rossonero, poco il fuoriclasse che vinse tutto con il Real, l’essenziale il centrale che proveniva dalla Lazio e certamente per il momento abbastanza ma non moltissimo uno dei nazionali che può schierare il Milan Gattusiano, non c’è dubbio che gli altri argentini scesi a San Siro meritano una menzione per la loro presenza, ma certo non per aver lasciato tracce indelebili.

EL PIPITA - I terzini Ayala e Coloccini e il “Pampero” Guglieminpietro detto Guly, sbolognato all'Inter dopo il suo pur decisivo goal dello scudetto del 1999 in quel di Perugia. Nulla di eclatante da segnalare. Per questo il breve periodo del Pipita Higuain confermerà questa tradizione, fatta di alti e bassi, di fugaci innamoramenti che non hanno segnato un più nel computo del rapporto fra Milan e Argentini. Eppure la nazione sudamericana è una patria per eccellenza del gioco del pallone e San Siro è pur sempre la Scala del Calcio e idealmente Milano e Buenos Aires sono nell'immaginario collettivo Capitali Mondiali del Futbol. Pare che si trovino più a loro agio i brasiliani sambisti. E nella bruma milanese, passa anche la saudade, mentre pare che il Tango lo ballino bene soltanto nell'altra sponda del Naviglio.