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Ibra racconta la sua America: “A Beverly Hills sono freddi, non ho mai visto i miei vicini. E prima pensano ai soldi e poi alla qualità…”

Nell'intervista a GQ lo svedese parla degli Stati Uniti, di come si è trovato in un ambiente così diverso rispetto a tutti quelli in cui ha vissuto e giocato nella sua lunga e vincente carriera. In particolare si è concentrato sul modo di...

Redazione Il Posticipo

Tutti vogliono Ibra. Lo svedese ha fatto sapere che tornerà in Italia, ma ancora non si sa con certezza quale sarà la sua destinazione. Ma nella lunga intervista rilasciata a GQ lo svedese parla anche degli Stati Uniti, di come si è trovato in un ambiente così diverso rispetto a tutti quelli in cui ha vissuto e giocato nella sua lunga e vincente carriera. In particolare si è concentrato sul modo di approcciarsi degli statunitensi sia alla vita in generale che al calcio...

VICINATO - A partire dal rapporto tra vicini di casa... "Secondo me gli americani sono easy, ma dove vivo io, a Beverly Hills, un po’ freddi, distaccati. Per esempio non ho mai visto i miei vicini, non li conosco, non ci siamo mai salutati. Da una parte è meglio, perché non ti disturbano e tu non disturbi loro, ma ogni tanto sarebbe bello scambiarsi un 'hello' e sapere chi sono nel caso succedesse qualcosa". Manca il contatto diretto insomma... "Purtroppo non c’è il bar, come in Italia, dove puoi farti due chiacchiere, ma solo dei grandi mall con l’aria condizionata sparata al massimo dove fa un freddo cane. Però si sta bene, devo dire la verità, anche se mi è mancata la mentalità europea. Anzi, quella italiana, perché da voi c’è passione, quando parli con la gente ti senti più vivo. Un’altra cosa dell’America è che nessuno ha mai cash. All’inizio è bello, poi diventa una rottura di c******i. E devi anche dare sempre un sacco di mance... Insomma, è un modo diverso di pensare".

CALCIO - Un modo diverso di pensare anche per quello che riguarda lo sport. Che è business ad alti livelli, ma lo è anche quando si tratta di imparare. "Nello show business sono il numero uno, nel marketing non li batte nessuno. Prima pensano ai soldi, poi a qualità e risultati. E va detto che da loro lo sport è costoso, molto costoso. Per esempio: per fare giocare i miei figli in una buona squadra di calcio per un campionato devo pagare 3.500 dollari a testa. Non è per la cifra, ma per il concetto. Tutto lo sport è a pagamento. E siccome i genitori pagano, vogliono vedere i figli giocare anche quando non sono bravi. Mi spiace molto perché non tutti hanno i soldi necessari e invece lo sport deve essere per tutti, perché unisce le razze e i popoli. Pelé è diventato un campione con niente, giocava con una palla di stracci... Il calcio è lo sport più bello del mondo". Meglio l'Italia?