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Ambrosetti: “Io, Guidolin e Vicenza. Lukaku-Inter discutibile, vi racconto quando Rossi stava per smettere”

Un sogno nato in provincia, quell'aereo che gli ha spalancato porte e orizzonti più di venti stagioni fa, una passione forte che lo spinge ancora a volare. Gabriele Ambrosetti ha 48 anni ed è un cittadino del mondo, ma soprattutto un uomo di calcio

Simone Lo Giudice

Ambrosetti: “Io, Guidolin e Vicenza. Lukaku-Inter discutibile, vi racconto quando Rossi stava per smettere”- immagine 3

 

Il campo verde e il cielo blu viaggiano in coppia. Alcuni uomini decidono di vivere nel primo oppure nel secondo. Gabriele Ambrosetti ha scelto entrambi più di vent'anni fa: sul verde insegue ancora il pallone, il blu lo ammira spesso come passeggero degli aerei di linea. Nella sua mappa sentimentale ci sono due luoghi del cuore: uno è Vicenza, dove ha vinto una Coppa Italia e sognato l'Europa, un altro è Londra dove è cresciuto come uomo al fianco degli italiani che hanno fatto grande il Chelsea. Nel suo percorso Gabriele ha incontrato anche un'altra eccellenza del nostro movimento, l'allenatore Marco Rossi, l'uomo che si è fatto da solo in Ungheria. Ambrosetti oggi fa il consulente di mercato e ammira il CT della nazionale ungherese perché si rivede in lui. Per la passione, per la disponibilità al sacrificio, per la schiena dritta.

Gabriele, che cosa ha fatto dopo aver smesso di giocare?

Mi sono estraniato dal mondo del calcio per studiare: 15-20 anni fa il pallone si stava evolvendo verso un discorso aziendale. Oggi leggiamo numeri imbarazzanti in molti club. Un operatore di mercato non deve solo presentare un prodotto finito come il calciatore, ma anche far capire alle società che l'acquisizione di un giocatore ha un costo. Molte squadre sono quotate in borsa e devono valutare tutti questi aspetti. Le proprietà straniere per fortuna sono più sensibili.  

Che cosa ricorda delle sue esperienze sul campo dopo il calcio giocato?

Ho ricoperto più ruoli alla ricerca di quello giusto. Ho fatto lo scouting, poi il direttore sportivo al Varese in Serie B, l'assistente tecnico di Francesco Guidolin allo Swansea. Oggi faccio tutto in uno. Sono intermediario e consulente. Secondo me il calcio è di tutti, ma non è per tutti. Lavoro tanto, non scendo a compromessi. Le sfumature ci sono, ma ti devono portare a prendere decisioni nette. Bisogna rispettare se stessi. Poi le persone per bene si ritrovano: me lo diceva sempre la mia mamma.

In che area geografica si muove?

Tutta l'Europa e il Sudamerica soprattutto Argentina e Brasile. Sono stato in Africa. Mi muovo con facilità. Per rendermi felice mi basta alzare lo sguardo, guardare il cielo e vedere un aereo. Su tre che ne vedi passare, a bordo di uno pensa che ci sono io. Sono stato a Londra per tanti anni: mi trovo a mio agio forse perché non la vivo più da turista. Conosco i suoi tempi. La pandemia ci ha spinto a tornare in Italia. Il Regno Unito è cambiato. La Brexit ha trasformato tante cose nel settore del calcio.

Come è nata la sua passione per il pallone?

Non ho avuto nessun esempio in famiglia. Sono l'ultimo di otto figli e nessuno prima di me aveva mai giocato a calcio, se non nei campetti di periferia. La passione mi ha spinto fin da bambino e mi spinge ancora oggi per andare avanti.

Com'è il suo rapporto con Varese?

Mi limito a dormire. Quando sono arrivato nel 2014 per fare il direttore sportivo ero l'uomo più felice del mondo. Sono partito da un paesino, ho esordito con la maglia biancorossa tra i professionisti, poi sono tornato. Non sono stato trattato bene. Varese però per me resta la città più bella al mondo.

Che cosa ricorda di Brescia invece?

Era il 1993. Non avevo mai lasciato Varese prima. Abbiamo conquistato la promozione in Serie A e la Coppa Anglo-Italiana contro il Notts County con il mio gol a Wembley. Ero legato al mister Mircea Lucescu. Nel 1995 il club scelse di mandarmi via, non la presi bene. Dopo poche settimane a Vicenza trovai un ambiente speciale. I vicentini mi ricordano gli argentini: quando li conosci, te ne innamori.

Vicenza è ancora casa sua oggi?

Sì! Qualche giorno fa abbiamo festeggiato il 25esimo anniversario per la vittoria della Coppa Italia. Ci siamo ritrovati tutti, giocatori e presidente, ed è stato bello. Quel successo è stato straordinario, frutto di un percorso cominciato anni prima. Niente è cambiato dal punto di vista dei rapporti. Non ci sono invidie. Nella stagione 1996-97 a novembre siamo stati in testa al campionato, a torneo ben inoltrato.

Di chi è stato il merito?

Di Guidolin prima di tutto: è un genio del calcio. Poi della dirigenza: snella, intelligente e sensibile. Infine è stato il successo dei giocatori. Penso anche agli uruguagi Marcelo Otero e Gustavo Mendez. I sudamericani hanno la "garra", la passione, vogliono arrivare lontano. Lo percepisci quando li guardi. 

Con il Vicenza lei ha sfidato il Chelsea: brucia ancora la sconfitta in semifinale di Coppa delle Coppe 1997-98?

Con una vittoria sarebbero cambiate tante cose per noi e per il club. Se fossimo arrivati in finale sono certo che avremmo conquistato il trofeo. Quando hai calciatori di altissimo livello vinci. In quel Chelsea c'erano Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e Roberto Di Matteo. Poi Dennis Wise, Tore André Flo, Mark Hughes. Nel calcio vince sempre chi è più forte. 

Com'è stato il passaggio in Inghilterra nell'estate 1999?

Abbastanza traumatico. Non era la Premier League di oggi. Per gli stranieri ora è tutto più facile, un tempo c'erano tante limitazioni. Il campionato inglese doveva ancora esplodere. Quando sono stato allo Swansea ho trovato un movimento completamente diverso. L'esperienza al Chelsea mi ha aperto un sacco di porte: ad esempio Wise oggi è l'amministratore unico del Como.

Qual è stato il suo giorno più bello al Chelsea?

Sono stati tutti belli: dal primo, quello della firma, all'ultimo, quando sono andato via. Mi sono trovato bene con tutti, nonostante l'avventura professionale non sia stata quella che mi aspettavo. Mi sono arricchito come uomo. C'erano ragazzi fantastici come Marcel Desailly. C'era anche il grande Antonio Pintus: una persona buona, il preparatore atletico più titolato al mondo. Ci sentiamo spesso. 

Come si spiega il filo invisibile che unisce gli italiani al Chelsea?

Al mio arrivo il calcio inglese stava per esplodere. In quella fase i calciatori italiani rappresentavano un valore aggiunto. Se venivi scelto da loro significava che eri bravo. Il ciclo si è aperto con Vialli, poi ne sono arrivati altri. Credo però che sia stata una coincidenza: oggi ci sono pochi italiani in Premier.