I fattacci di Genova

I fattacci di Genova

Del match tra Genoa e Roma resta negli occhi l’immagine dell’espulsione di Daniele De Rossi, probabilmente il momento che caratterizza l’intera giornata di campionato. E che lascia delle riflessioni.

di Redazione Il Posticipo

Errare humanum est. Lo dicevano i Latini, che in oltre mille anni di dominio dei mondo conosciuto magari qualche stupidaggine l’hanno anche fatta. E nel mondo del calcio ci sono pochi protagonisti più umani (nel senso pieno del termine) di Daniele De Rossi. Un naturale coacervo di tutti i sentimenti, passioni e anche qualche sbaglio. Possibile. Capita. Il tifoso in campo, il leader neanche troppo silenzioso, la bandiera della Roma (e anche della Nazionale). Un calciatore vecchio stile, di quelli che getta il cuore oltre l’ostacolo sempre e comunque, e qualche volta esagerando. Ma sempre con l’onestà intellettuale di saper ammettere le proprie lacune e soprattutto le proprie colpe.

Daniele De Rossi si accorge subito di aver sbagliato

Negli interminabili secondi che vanno dal gesto con cui Giacomelli chiede l’ausilio video sul suo scontro con Lapadula fino alla decisione del direttore di gara, il capitano della Roma ha gli occhi che parlano. Sa di aver sbagliato. Una sbracciata scomposta, che anche senza il rosso sarebbe costata un calcio di rigore. Qualcosa che in area succede da ormai un secolo e mezzo, ma che adesso alle telecamere e a chi le controlla non può certo sfuggire. Però De Rossi è calciatore vecchio stile: le botte le prende e le dà. Come è successo anche nel derby, in duelli rusticani con Bastos e Parolo, che però hanno aderito all’antico codice di comportamento.

De Rossi fa un errore, ma anche la direzione arbitrale…

L’errore, De Rossi, lo ha ammesso a fine partita davanti alle telecamere. Giacomelli non può rilasciare dichiarazioni, perchè il regolamento non lo permette. Però forse anche il direttore di gara si sarà reso conto che in campo ci sono stati errori più gravi di quelli commessi dal capitano della Roma. Come quelli dell’arbitro addetto al video, che non richiama l’attenzione del direttore di gara in occasione del fallo di mano di Laxalt o dell’intervento su Fazio. Non succede la stessa cosa con Lapadula, che cade dopo la manata (accentuando parecchio le conseguenze del colpo, che comunque c’è) e attira di conseguenza l’attenzione dell’arbitro. E il resto è già storia. De Rossi sarà squalificato. È la nona espulsione in 429 partite di campionato, il sesto rosso diretto in serie A. Numeri comunque perfettamente nella norma, visti il ruolo ricoperto ed il carattere del numero 16.

Un viscerale attaccamento alla causa

Quello di De Rossi è un errore, non il primo, che arriva per troppo amore e per un viscerale attaccamento alla causa. Nessuno come lui ha addosso la foga di chi ama i colori giallorossi. Ha commesso una leggerezza, ma chi non ne fa? E chi sbaglia per amore va sempre perdonato. Del resto, cosa si può dire a un ragazzo che quando la Roma segna, esulta due volte, da calciatore e soprattutto da romanista? Cosa si deve contestare a chi ha speso una carriera dedicandosi sempre e solo alla Roma, difendendone l’immagine dentro e fuori dal campo? Soffre, come tutti i tifosi, la pressione di chi vuole vincere. Solo che lui scende anche in campo e passa le giornate nello spogliatoio a far capire a chi viene da fuori cosa significhi essere di Roma e della Roma. A cercare di trattenere chi magari, legittimamente, cerca successo altrove. Ecco perchè sarà perdonato. De Rossi non sarà mai un problema. Ha bisogno della Roma, così come la Roma di lui. E insieme, c’è ancora una strada lunga da scrivere.

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