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Lanzafame: “Con la Juve è finita troppo in fretta. Voglio allenare, tornerò a Budapest”

Una città dove il calcio è di casa, un Paese che lo ha sorpreso e accolto come un suo figlio, il desiderio di restare dove è sempre stato. Oggi Davide Lanzafame ha 35 anni e ha smesso di giocare da poco, ma ha già le idee chiare per il futuro

Simone Lo Giudice

Lanzafame: “Con la Juve è finita troppo in fretta. Voglio allenare, tornerò a Budapest”- immagine 3

Il legno come obiettivo: tra le mani nel mobilificio di famiglia ogni giorno, nel mirino al campetto con il pallone tra i piedi dal mattino alla sera. Davide Lanzafame è cresciuto così a Torino nei primi Anni '90 in un quartiere popolato da mercanti, dove cercare il proprio posto nel mondo è l'obiettivo di ogni giorno. Il bianconero è stato la sua seconda pelle, Antonio Conte il maestro che gli ha insegnato come si fa a resistere alla fatica quando la vittoria è ancora un obiettivo da raggiungere. Mamma Italia gli ha dato tutto, la sorprendente Ungheria gli ha regalato una seconda vita sportiva insieme all'allenatore Marco Rossi oggi sulla panchina della nazionale magiara, un altro italiano che coltiva l'arte della fatica e del lavoro. Davide vuole ripartire adesso che il calcio giocato è diventato un ricordo.

Davide, lei ha smesso di giocare da poco: come sta andando questa nuova fase?

È complicata perché ho fatto calcio per tutta la mia vita. Sto valutando che cosa fare in futuro. Questa estate intendo cominciare il percorso da allenatore a Coverciano. Voglio rientrare in questo mondo che porto nel mio cuore. Spero di ricoprire presto un nuovo ruolo.

Che cosa l'ha spinta a ritirarsi?

L'ho fatto per eccesso di rispetto nei confronti di questo sport. L'ho scritto nella lettera per il mio addio. Nella vita serve coraggio per guardarsi in faccia. Mi manca il calcio, a volte però vanno prese scelte forti rischiando di andare contro se stessi. Bisogna rispettare chi ti paga e chi viene allo stadio.

In quale ruolo si vede bene?

Sono stato a Vicenza fino a venti giorni fa, ho aspettato che le mie figlie finissero la scuola. Tornerò per un anno a Budapest. Potrebbe esserci la possibilità di iniziare ad allenare una squadretta. Ho fatto una vita di continui spostamenti. Io, mia moglie e le mie figlie dobbiamo trovare un posto dove fermarci.

Budapest è casa ormai?

È la città in cui mi sono fermato di più nel mio percorso di 15 anni. Ho vissuto a Budapest per cinque. Ho conosciuto una cultura differente da quella italiana. Ho trovato persone umili, semplici, all'inizio un po' chiuse. Stringere amicizie ci ha fatto ambientare. Tornarci può aiutare anche le mie figlie che hanno studiato l'inglese. L'Ungheria mi ha dato tanto e mi piacerebbe restituire quello che ho ricevuto.

Se le dico Torino invece che cosa le viene in mente?

La mia infanzia. Ricordo i miei 18 anni lì. Ho ricordi legati alla mia famiglia. Mia moglie è piemontese. Mio padre e due zie hanno ereditato il mobilificio aperto da mio nonno a Porta Palazzo. Ho iniziato a dare i primi calci in quel quartiere, giocavo per strada. A sei anni ho iniziato la trafila nella Juve e ho portato i colori bianconeri fino alla Primavera. Ho vissuto un sogno. Non dimentico il giorno del mio esordio con la prima squadra in Serie B sul campo del Bari quando siamo stati promossi in A.

La sua esperienza però è coincisa con uno dei momenti più difficili per il club...

Il club stava affrontando un periodo di ricostruzione. Erano rimasti Del Piero, Buffon, Nedved e Camoranesi. C'era un ambiente ambizioso. Tutti avevano il sentore che il club potesse tornare presto a vincere. Abbiamo affrontato tre-quattro anni di transizione. Con Claudio Ranieri è arrivata la qualificazione in Champions League, con Antonio Conte tre scudetti di fila. Ho visto la Juve cambiare tanto a livello dirigenziale: da Giovanni Cobolli Gigli a Jean-Claude Blanc, poi Andrea Agnelli e Fabio Paratici. Lo stile Juve non è mai stato perso. Penso alla cultura del lavoro. Claudio Marchisio cercava di trasmettere la sua mentalità ai nuovi. Il secondo posto è una sconfitta. Mi ha insegnato a rispettare regole e orari. Per me è stata una palestra di vita.

I senatori del gruppo erano i primi ad arrivare agli allenamenti?

Quando hai una leadership, devi dare il buono esempio. Del Piero, Buffon, Nedved e Camoranesi erano giocatori importantissimi con un passato vincente in Champions e con la Nazionale. Nonostante questo si erano calati in B in maniera esemplare. Si allenavano il doppio degli altri. Per loro cercare di ritornare il club nel calcio che conta era un obiettivo enorme.

Lei è stato allenato Antonio Conte al Bari: che cosa ricorda del mister?

Una delle sue prime dichiarazioni: "Se nel giro di tre-quattro anni non allenerò la Juve, smetterò". Sapeva ciò che voleva. Creava grande empatia, sapeva come fare crescere i giocatori dal più debole al più forte. Ho cambiato più di trenta allenatori e garantisco che Antonio è quello che fa penare di più. Con Conte non puoi permetterti una mezz'oretta di svago alla settimana. Chi ha poca voglia oppure è un po' fuori dalle righe ha vita breve con Antonio. Da noi voleva sempre il massimo anche in sala video. Costruiva un ambiente ambizioso. Un professionista pazzesco.