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Damiano Zenoni: “Io, quella corsa di Mazzone e le battaglie con i Filippini. Così Gasp ha cambiato la Dea…”

Damiano Zenoni: “Io, quella corsa di Mazzone e le battaglie con i Filippini. Così Gasp ha cambiato la Dea…” - immagine 1
Il portico di nonna tra vetri rotti e vasi per aria. Quell'assist per il fratello gemello: compagno di vita, di campo e panchina. Un futuro da riscrivere. Damiano Zenoni ha 45 anni e lavora con un obiettivo: essere l'uomo giusto al posto giusto

Simone Lo Giudice

Mola mia, il Mazzone furioso, Gasp e Sottil

Strada facendo vedrai che non sei più da solo. Strada facendo i gemelli Zenoni hanno imparato che le strade si dividono per incontrarsi di nuovo. Lì sull'asfalto dove tutto è cominciato, tra una macchina e l'altra e il pallone che va su e giù, il piccolo Damiano ha avuto al suo fianco Cristian, il gemello con un sogno in comune. La passione li ha portati da Trescore Balneario a Bergamo, da un paesino alla città perfetta per amare e onorare la loro Dea, oggi più luminosa che mai. Nel 2001 Cristian ha preso la via dell'Ovest, nel 2005 Damiano quella dell'Est che porta fino a Udine. Vent'anni dopo si sono ritrovati in panchina nel Bresciano, terra di battaglie che fanno ancora rumore e di rincorse mazzoniane mai finite. Strada facendo troverai un gancio in mezzo al cielo: è quello in cui Damiano crede da allenatore. E che gli auguriamo.

Damiano, come sta andando il suo percorso in panchina?

Ho cominciato una decina di anni fa, appena ho dovuto smettere di giocare per colpa dei problemi fisici che mi ero portato dietro. Ho iniziato con i ragazzi della Grumellese. Ho fatto il calciatore-allenatore per una stagione in Eccellenza.

Con la Feralpisalò però ha avuto una grande occasione...

Ho fatto il salto nelle categorie professionistiche. Ho trovato una società organizzata, seria e provvista di strutture di buon livello. Abbiamo fatto cose buone con i ragazzi, così mi sono meritato di guidare la prima squadra. Sono stati sei anni molto positivi.

Che cosa è mancato per restare in Serie C?

Qualche buon risultato in più e un po' di fortuna. Bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Purtroppo nel nostro calcio la pazienza è quella che è. Restare in un campionato competitivo come la C mi avrebbe aiutato, ma ringrazio lo stesso la società.

Si è dovuto rimboccare le maniche nelle ultime stagioni...

L'anno scorso ho guidato la Real Calepina in D, le cose però non sono andate come speravamo all'inizio. Sono stato esonerato a febbraio mentre stavamo lottando per tirarci fuori dalla zona playout. Quest'anno invece alleno la Primavera della Pergolettese. 

Com'è nata l'idea di stare in panchina?

È venuta da sola. Quando ho smesso, non avevo un'attività fuori dal calcio. Non volevo fermarmi così ho ricominciato dalla parte opposta e ho capito subito che questo mestiere faceva per me. I giovani ti seguono, essere il loro allenatore è speciale.

Che tipo di calcio le piace?

Propositivo. Negli ultimi anni c'è stato un grande miglioramento, ai miei tempi valeva il classico detto "palla lunga e pedalare". Oggi tutti provano a partire da dietro. Mi piace il calcio di oggi. Apprezzo Antonio Conte, Maurizio Sarri e Pep Guardiola. Mi piace giocare rischiando di prendere qualche gol. I ragazzi se lo possono permettere. Nelle prime squadre si deve ragionare di più.

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Nella sua Serie A si giocava meno con il pallone quindi?

C'erano molto agonismo e tanta corsa. È cambiato il ruolo del portiere. Una volta parava e basta, oggi è determinante. Mi piace che l'azione parta da lui. Nel calcio estero questa tendenza è più accentuata: c'è ancora più aggressività, vanno a duemila all'ora.

Il Napoli di Luciano Spalletti può essere una squadra di rottura nella storia del calcio italiano?

In questo momento direi di sì, però le cose cambiano velocemente. Oggi sei fenomeno, poi perdi due gare, ne pareggi una e tutti cambiano i giudizi. Ora è la squadra migliore, quella più propositiva. Rispecchia il Dna del suo allenatore. Il Napoli di Spalletti è bello come lo era l'Atalanta di due-tre anni fa. Il bergamasco si divertiva sempre quando andava allo stadio. Gian Piero Gasperini però ha fatto bene a cambiare qualcosa. Se rimani sempre lo stesso ne paghi le conseguenze. L'Atalanta di oggi è molto pratica. 

La Dea può puntare allo scudetto?

Lo spero, ma è dura. L'Atalanta può battere chiunque, arrivare fino in fondo però è difficile, anche se non giocare le coppe può essere un vantaggio. Servirà un pizzico di fortuna. L'esperienza del Leicester in Premier League insegna: per vincere da underdog devi beccare le big sottotono, ti deve girare tutto alla grande, devi subire pochi infortuni. Finora l'Atalanta ha fatto il massimo.

Prima parlavamo di pazienza: Juventus e Inter hanno dato un segnale importante trattenendo rispettivamente Massimiliano Allegri e Simone Inzaghi?

È positivo. L'Inter si è ripresa e pare che la Juve abbia intrapreso la strada giusta. Chi ha giocato a calcio sa che quando le cose vanno male non è solo colpa dell'allenatore. Nella scelta hanno pesato anche ragioni  economiche: se Allegri e Inzaghi avessero avuto due contratti meno pesanti forse sarebbero stati cambiati. All'inizio dell'anno avevo dato l'Inter favorita nella corsa scudetto perché ha una rosa molto competitiva e un buon allenatore. Non vedo perché non possa vincerlo.

Lei però farà il tifo per gli altri nerazzurri, quelli bergamaschi...

Certo, io supporto l'Atalanta con tutto me stesso. E simpatizzo per l'Udinese di Andrea Sottil che sta facendo benissimo. Lo conosco perché abbiamo giocato insieme. Sono contento per loro.

È la grande sorpresa del campionato?

Sì. Alla prima giornata non mi aveva fatto una grande impressione, poi è cresciuta. È stato bravo Sottil a inculcare i suoi concetti ai calciatori. L'Udinese sta bene e gioca con grande intensità. Alcuni sembrano rinati: penso a Gerard Deulofeu e Roberto Pereyra, poi Beto e Lazar Samardzic stanno andando alla grande. La squadra ha trovato la sua quadratura, i risultati positivi poi aiutano.

A proposito del sogno Champions League: com'è stato giocarla con l'Udinese?

È stata la prima volta per il club e per me. Ho realizzato il sogno che cullavo da bambino. È stato bellissimo perché insperata. Ricordo ancora il giorno dell'esordio e la partita di Barcellona contro Ronaldinho. Far parte di quel gruppo è stato fantastico.

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Invece il suo esordio in Serie A è avvenuto in Atalanta-Lazio, che si sfideranno questo weekend...

Fece gol mio fratello Cristian sul mio assist. C'erano tanti italiani che provenivano dal settore giovanile: è questa la differenza principale con l'Atalanta di oggi. Quando pensi solo a lanciare tanti ragazzi in prima squadra però è normale incontrare difficoltà.

Quel giorno, con quel gol, i gemelli Zenoni hanno chiuso il cerchio?

Sì! Abbiamo condiviso tante cose: l'esperienza nella giovanili all'Atalanta dai 9 anni fino ai 18, poi le esperienze fuori in prestito, quindi il ritorno a Bergamo. Io e Cristian abbiamo un legame molto forte, ci aggiorniamo sempre sulla nostra vita da allenatori. Condividiamo la stessa idea di calcio. Siamo molto simili sotto questo punto di vista.

Com'è stato averlo nel ruolo di vice alla Feralpisalò?

Volevo al mio fianco una persona di cui potessi fidarmi. Mi ha dato una grossa mano. Ci siamo trovati bene rispettando ciascuno il proprio ruolo. Lo ringrazio per quello che ha fatto. Purtroppo le cose non sono andate come speravamo, ma fa parte del calcio.

Com'era sfidare i gemelli Filippini da calciatori invece?

Bello! Per noi Atalanta-Brescia era come Roma-Lazio, una partita diversa da tutte le altre. Abbiamo fatto tante battaglie contro di loro. Ci incrociavamo sul ponte tra Bergamo e Brescia per le interviste pre-partita. Ci incontriamo spesso oggi per eventi sportivi, come i tornei di padel. C'erano grandi valori in campo. Ci mettevamo tanto agonismo, ma non sono mai stati due nemici per me. Erano ragazzi che davano tutto. Era particolare vedere due coppie di gemelli sfidarsi in un derby. Difficilmente ricapiterà in A.

Nei vostri discorsi tirate ancora in ballo Carlo Mazzone e quella corsa nel derby?

Con loro no, ma ne parlo spesso con gli amici. Me lo ricordo come se fosse accaduto ieri. Roberto Baggio segnò il 3-3 e Mazzone partì diretto sotto la curva dell'Atalanta, rincorso dal suo vice. Se ci ripenso mi viene da ridere, allora rimasi di stucco. Mi chiesi dove volesse andare. Era un calcio di altri tempi, oggi una cosa del genere non potrebbe mai accadere. 

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Quando e perché avete scelto di diventare calciatori?

Tutto merito del nostro papà che giocava nelle categorie minori. Ci ha trasmesso la sua passione. Abbiamo tirato i primi calci sulla strada. Ce lo potevamo permettere perché allora passava una macchina ogni 20 minuti. Poi ci ha scelto una squadretta del nostro paese e l'anno dopo siamo andati all'Atalanta. Oggi si vede meno calcio di strada, un tempo si poteva giocare ovunque. Ricordo le partite sotto il portico di mia nonna tra vetri rotti e vasi finiti per terra. Abbiamo cominciato nel modo più genuino possibile.

Che cosa si augura per il suo futuro?

Per ora mi diverto. Allenando i ragazzi posso fare quello che voglio senza grandi pressioni. Prendo le cose come vengono. Servirà un pizzico di fortuna. Non è facile trovare qualcuno disposto a darti un'opportunità. Allenano tante persone che sanno poco di calcio o che non hanno mai giocato. Provano a farti passare la voglia. A volte fai fatica a credere nell'esistenza di un calcio pulito.

Lei come vive questa cosa?

Da allenatore non ho mai avuto procuratori e sono orgoglioso della mia scelta. Voglio guadagnarmi le cose da solo. Spero che qualcuno riconosca le mie qualità e voglia scommettere su di me. Aspetto un club che cerchi prima di tutto una persona e poi un allenatore serio e professionale. Qualcuno che punti più su questo che sul curriculum o, peggio ancora, sulla spinta di qualcuno.

La parabola di Sottil dalla Serie D alla A con l'Udinese però fa ben sperare...

Andrea ha fatto la gavetta, è cresciuto con l'Ascoli portato ai playoff di B, poi l'Udinese ha creduto nelle sue qualità come uomo. Lo conoscevano da calciatore e lo hanno voluto fortemente come allenatore. Si è trovato nel posto giusto al momento giusto.