Daino: “Prendere Ibra, una specie di sconfitta. Al Milan troppo teneri. Io? Ho un sogno…”

Daino: “Prendere Ibra, una specie di sconfitta. Al Milan troppo teneri. Io? Ho un sogno…”

Un ragazzino cresciuto tra mostri sacri e sogni, un uomo che non si nasconde di fronte alle difficoltà: Daniele Daino è nato rossonero e non ha mai smesso di esserlo, nemmeno oggi in cui il Diavolo è cambiato e l’ex terzino si prepara per un futuro da tuttofare col pallone tra i piedi

di Simone Lo Giudice

Casa Milan

Indivisibili, indissolubili, inseparabili: certi amori sono così, troppo intensi per finire per davvero. Le strade di Daniele Daino e il Milan si sono separate una ventina di anni fa, dopo un decennio di esami sul campo e nella vita al fianco dei “mostri sacri”. Stimato da Fabio Capello, messo da parte dopo una Coppa Italia persa che sembrava vinta: dopo il Milan, Daino si è rimboccato le maniche e non ha smesso di correre. In nomen omen, l’ex terzino va veloce col pensiero, è affamato e si definisce estremamente versatile nella sua seconda vita in cui il pallone e quindi il Milan restano due pensieri ricorrenti.

Daniele, che cosa fa oggi nella sua seconda vita?
Appena ho smesso di giocare, mi sono fermato. Ho passato un annetto tranquillo insieme alla mia famiglia e mi sono rilassato al di fuori del mondo del calcio. Poi ho fondato la Daino Soccer Academy per insegnare i principi calcistici che i bambini devono imparare in tenerissima età. Anno dopo anno, vedendo che le cose andavano bene, mi hanno chiamato diverse società e sono diventato responsabile dei settori giovanili con ottimi risultati. Ho allenato la prima squadra del Riccione Calcio vincendo il campionato al primo anno in panchina. Ora seguo il calcio aspettando la mia opportunità sperando che prima o poi esca fuori qualcosa.

Come mai ha smesso di allenare i giovani?
Nei settori giovanili non importa vincere i campionati, vinci quando fai crescere i singoli. Ho deciso di abbandonarli quando mi sono reso conto che i ragazzi a 10 anni lavorano tanto, a 14-15 però cominciano a pensare ad altro e si perdono: non mi piace. Sono cambiati i tempi rispetto a quando ero giovane. Ora mi concentro sulle prime squadre.

Quale è la differenza principale che vede rispetto ai suoi tempi?
Settori giovanili e prime squadre hanno gli stessi problemi e lo si vede bene paragonando il Milan attuale a quello in cui quando giocavo io: allora c’erano grandi campioni e una grande società gestita in maniera esemplare da Silvio Berlusconi. Oggi è cambiato un po’ tutto, mancano il rispetto delle regole e la cultura del lavoro. Da Maldini a Baresi  i grandi campioni sono diventati tali rispettando le regole. Quando ci allenavamo a Milanello era come giocare una partita vera. Se oggi qualcuno invece si allena con superficialità si lascia correre e non va bene.

Secondo lei Maldini e Boban non sono riusciti a trasmettere una mentalità vincente?
La comunicazione al Milan non è più eccellente come un tempo. Prima determinate cose non uscivano sui giornali. Il figlio di Boban ha parlato male di Giampaolo dopo un mese e ha scritto sui social che il problema del Milan era l’allenatore. Questa cosa è successa nonostante Boban ricopra un ruolo importante nell’organigramma del Milan. Non basta nominare Paolo Maldini dirigente se non ci sono le regole che in passato hanno permesso alla squadra di dominare in Europa.

Come vede il Milan rispetto alle sue rivali storiche?
Juventus e Inter dominano in Italia perché hanno regole: quando non deve uscire fuori qualcosa, non esce. La Juve lavora così. Conte ha capito fin da subito di dover cambiare tante cose all’Inter ad esempio obbligando i giocatori ad allenarsi in un certo modo. L’Inter è prima in classifica perché oggi lì non si scherza più: nessuno permette che un giocatore sgarri. Al Milan non è così: dopo i 5 gol di Bergamo, 2-3 giocatori sono andati a divertirsi nei locali. Invece quando io avevo diciotto anni e perdevamo una partita, mi chiudevo nella mia cameretta a Milanello.

Kessie, Biglia e Rebic sono stati visti al cellulare negli spogliatoi prima di Milan-Napoli: che idea si è fatto?
La società ha detto che si trattava di una cosa preparata dallo staff tecnico. Ci credo poco, non ho visto giocatori concentrati in quelle immagini. Capisco le dichiarazioni di società e allenatore in favore dei propri giocatori, ma non ricordo di aver visto mai una cosa del genere da calciatore. Il prepartita è un momento sacro in cui vige il silenzio, noi non usavamo il telefonino nemmeno durante il viaggio. Sono certo che all’Inter non suonino i telefonini nel pullman. Può arrivare Bernard Arnault come presidente e può essere speso un miliardo sul mercato, ma se non ci sono dirigenti con gli attributi non si va lontano.

Lei tornerebbe volentieri al Milan?
Il Milan è stato la mia vita: ci sono stato più di 10 anni tra settore giovanile e prima squadra. Quando sono arrivato al Milan sono stato in collegio a Lodi per 5 anni. Ho studiato nel Milan, ho vissuto i primi anni di Berlusconi. Per me era come una famiglia sacra e vincente. Ho tanti bei ricordi anche al Napoli, al Perugia e al Bologna dove ho giocato tanti anni, però il Milan è il Milan. A 17 anni sono sceso in campo a San Siro. Difficile trovare di più perché è nel mio Dna. A 16 anni ero già in mezzo ai mostri sacri. Per il Milan io sono andato via di casa quando avevo 10 anni.

Lei che dirigente sarebbe?
Fossi il responsabile dell’area tecnica, non permetterei ai giocatori di alzare la cresta e fare i viziati. Niente sorrisini o strette di mano: bisogna far rispettare le regole. Chi non le rispetta fuori dalle scatole. Bisogna avere coraggio e cambiare le cose quando è necessario.

L’acquisto di Ibrahimovic è una sconfitta per il Milan di oggi?
Sono favorevole se ci limitiamo a valutare il giocatore: può fare bene nonostante l’età perché ha le caratteristiche tecniche e la personalità che servono a questa squadra. Cambio idea però quando sento Pioli dire che con Ibra tutti quanti pedaleranno di più e si impegneranno di più agli allenamenti: questa cosa mi fa rabbia e mi fa sorridere allo stesso tempo. Bisogna prende Ibra per fare questo?  Queste parole sono la sconfitta dei dirigenti. È impossibile chiudere i giocatori negli spogliatoi per fargli tirare fuori gli attributi?

Quali sono secondo lei i migliori dirigenti in Italia?
Reputo Igli Tare della Lazio e Gianluca Petrachi della Roma i migliori direttori sportivi in questo momento. Sono persone competenti di calcio, abili a gestire l’ambiente e sanno fare mercato. Tare non sbaglia un acquisto ed è sempre sul pezzo. Abbiamo giocato insieme a Bologna: è un albanese con una bella storia alle sue spalle, non è stato un fuoriclasse, ma come dirigente è il top. Tare è affamato. Nell’Inter tutto funziona perché sono tutti affamati, anche Conte che guadagna un milione di euro al mese è affamato.

Che cosa salva del Milan di oggi?
L’unica cosa che funziona è il pubblico che trascina un qualcosa che non andrebbe nemmeno trascinato, invece allo stadio vanno ancora in 60mila. Se fossi un dirigente resterei colpito da questa cosa. Ci sta perdere con l’Atalanta, non guardo la singola partita, io tengo d’occhio l’atteggiamento. I giocatori devono andare in campo per dare tutto. Se le prestazioni di qualcuno non convincono, c’è sempre il mercato.

Come giudica il mercato estivo del Milan?
Sono stati spesi 100 milioni di euro, ma non so quanti acquisti siano stati azzeccati. Penso che Rafael Leão sia un giocatore di qualità, ma non ha regole e sembra spaesato nel suo mondo. Con questi ragazzi bisogna stare sempre sul pezzo. Tra tutti gli acquisti però mi sembra l’unico da Milan. Ha buoni colpi, ma non ha continuità. Poi c’è anche Theo Hernandez che spinge sulla fascia con grande qualità e forza come terzino o esterno.

Gattuso aveva risolto questo problema?
Sì, lo scorso anno Gattuso ha fatto da allenatore e da dirigente: ci pensava lui a mettere le regole a Milanello. Forse non è ancora pronto tecnicamente, ma ha dimostrato che al Milan servivano determinazione e grinta. Con quell’atteggiamento la squadra è arrivata a un punto dalla Champions: Gattuso era l’allenatore perfetto per il Milan di oggi. Non confermarlo è stato un errore, considerati i risultati fatti dagli allenatori che sono venuti dopo di lui. Nella squadra dell’anno scorso bastava inserire Ibra, un difensore e due calciatori a centrocampo. Uno al posto di Biglia che ormai considero un ex calciatore: il giocatore di esperienza per sostituirlo ce lo avevi già, Bakayoko, grosso errore non confermarlo. Con questi innesti il Milan avrebbe lottato per la Champions con Gattuso in panchina.

Quali sono gli obiettivi del Milan quest’anno?
Ormai bisogna aspettare che finisca l’anno. Non mi aspetto più niente dalla stagione del Milan, giusto qualche bella partita. Qualificarsi all’Europa League sarebbe una sconfitta, forse è meglio ripartire il prossimo anno senza le coppe. Considero la Champions irraggiungibile: non penso che si possa rimontare così tanto perché chi è davanti corre.

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