Coronavirus, la scelta di Calabresi: “Non aveva senso tornare a Roma, era pericoloso”

Coronavirus, la scelta di Calabresi: “Non aveva senso tornare a Roma, era pericoloso”

Il giovane difensore italiano, “quarantenato” con l’Amiens, racconta la sua vita senza calcio e la scelta di non tornare in Italia.

di Redazione Il Posticipo

Arturo Calabresi, il giovane difensore italiano che milita nelle fila dell’Amiens, ha raccontato la sua vita senza calcio e il suo isolamento a “France Football” in una lunga intervista in cui ha spiegato anche i motivi che lo hanno spinto a non tornare in Italia.

SICUREZZA –  Fino a metà marzo, un’ottima stagione, poi è cambiato tutto: “Avevamo pareggiato a Marsiglia, ma poi l’attività è stata sospesa. Quanto accaduto non mi ha colto impreparato, anche in considerazione di cosa stava succedendo in Italia. Purtroppo non mi sono sbagliato. Ora, vista la gravità della situazione, dobbiamo tutti mantenere un atteggiamento responsabile”. Compresa l’idea di restare oltralpe. “Non ho mai pensato di tornare in Italia, non ho voluto far correre rischi ai miei cari. Noi giocatori professionisti siamo in ottime condizioni fisiche, ma ciò non significa che non siamo a rischio di trasmissione del virus. Tornando a Roma, avrei potuto potenzialmente mettere in pericolo la salute dei miei cari. Era fuori discussione. Sono rimasto scioccato quando ho visto tante persone al telegiornale, sia in Italia che in Francia, che prendevano d’assalto i treni proprio mentre i governi hanno annunciato le restrizioni al traffico. Hanno solo aiutato il virus a diffondersi più velocemente”.

FRANCIA – Meglio restare in Francia dunque, dove, fra l’altro, ha festeggiato il compleanno 2.o: “Questa è la mia prima stagione fuori dall’Italia e non ho  rimpianti. Anzi è un’ottima opportunità per mostrare il mio valore, scoprendo una nuova cultura e una città a misura d’uomo. Viaggiare non può spaventarmi. Sono nel mio appartamento con la mia fidanzata. Il 17 marzo ho festeggiato a distanza usando il telefono. Non è sovrumano ciò che i medici e le autorità ci chiedono di fare: restare a casa. Se penso ai nostri nonni, loro sono partiti per combattere. Noi invece siamo chiamati solo a  rimanere sul divano”.

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