Calcio e censura – Quando i simboli possono dare fastidio

Persino il calcio, suo malgrado, non può rimanere al di fuori della necessità di essere politicamente corretto. Anche se questo comporta le modifiche a stemmi e maglie.

di Redazione Il Posticipo

In un mondo sempre più globalizzato, si pone costantemente la necessità di essere il più possibile politically correct. Ogni spettatore è parte di una potenziale fetta di mercato che non può essere ignorata nè tanto meno trattata a cuor leggero. Non è certo un caso che, a seconda del target a cui sono diretti, tutti gli spettacoli soffrono di geolocalizzazione o, nei casi più spinosi, di censura. Poteva il calcio rimanere escluso dalle tipologie di intrattenimento coinvolte? Ovviamente no. Certo, difficile nascondere e censurare il gioco violento, ma i moderni mezzi di comunicazione permettono invece di far sì che qualcosa di esterno al gioco e che dà fastidio possa essere facilmente editata in fase di produzione.

Roma, niente seni per la Lupa Capitolina

Proprio come, ad esempio, è accaduto al logo della Roma in occasione della partita contro il Barcellona. Un match con una audience mondiale, trasmesso in tutto il mondo, compreso l’Iran, una nazione in cui il pallone va davvero per la maggiore. E quindi anche la TV iraniana ha avuto le sue trasmissioni dedicate alla partita dell’Olimpico, ma i telespettatori più attenti avranno notato che qualcosa nella grafica dello studio non quadrava. Cosa? Beh, una sfocatura convenientemente piazzata proprio all’altezza del logo della Roma, a coprire le mammelle della Lupa Capitolina. Un’immagine evidentemente incompatibile con la policy dell’emittente, che di conseguenza ha evitato di incorrere a sua volta nella censura, stavolta morale, delle autorità religiose, che in Iran equivalgono a quelle civili.

Negli Emirati Arabi non si nomina il Qatar

Stavolta il Barça non ha invece avuto problemi, ma qualche tempo fa anche i blaugrana sono finiti nella rete della censura, stavolta per motivi politici. Negli Emirati Arabi infatti lo scorso anno è stata inaugurata una nuova policy volta ad oscurare l’immagine del Qatar, che molti paesi dell’area del Golfo Persico ritengono un paese troppo vicino alle posizioni dei gruppi fondamentalisti. E non appena la restrizione è entrata in vigore, ci ha rimesso anche il Barcellona, dato che le pubblicità che rappresentavano calciatori con la maglia dei catalani sono state ricoperte in parte con fogli bianchi. Motivi di sponsorizzazione, dato che le divise in questione mostravano in bella vista il logo della Qatar Airways, meritandosi così la censura nei centri commerciali e sui cartelloni.

Il Real Madrid e la croce della discordia

Ma chiudiamo con un altro caso che ha causato parecchie polemiche e che potremmo definire un mix tra mossa di marketing e…autocensura preventiva. A partire da inizio 2017 infatti i partner commerciali del Real Madrid in alcuni paesi del Medio Oriente hanno cominciato a produrre merchandising dei Blancos con una versione del logo leggermente modificata. Un cambiamento neanche troppo evidente, ma che ha creato quasi un caso internazionale: dallo stemma del Real è scomparsa la croce che adorna la corona in cima al simbolo. Il motivo? Una certa sensibilità da parte dei mercati mediorientali nei confronti di prodotti recanti immagini riconducibili al cristianesimo. Un modo come un altro per vendere più maglie? Sì, ma anche per molti uno schiaffo non necessario alla tradizione e all’identità del club. E la dimostrazione che il politically correct è un qualcosa di così soggettivo che accontentare tutti diventa davvero impossibile.

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