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Cardone: “Aspetto la panchina giusta, intanto mi dedico al mattone. Ecco come è cambiato Pioli al Milan…”

Simone Lo Giudice

 (Photo by New Press/Getty Images)

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Che cosa rappresenta il Milan per lei?

È la squadra che tifo fin da piccolo. Ho avuto la fortuna di fare il settore giovanile al Milan e di ritornarci dopo qualche anno di gavetta in giro per l’Italia. È stato un riconoscimento importante. La stagione non è andata benissimo, con Capello però ho giocato una ventina di partite. Era l’anno dopo l’addio di Baresi. C'erano grossi nomi, ma siamo arrivati ottavi. L’anno dopo, quello dello scudetto con Zaccheroni, sono rimasto per sei mesi. A gennaio sono partito perché non mi sentivo gratificato. Ho lasciato il mio Milan a malincuore. Volevo sentirmi protagonista. Non sono andato in giro a vincere scudetti, ho vissuto ben tre retrocessioni di fila. Restare in una società grandissima e giocare mezz’ora in un anno non faceva per me.

Ha ancora qualche amico al Milan?

Ho visto Maldini qualche volta alle partite della Primavera. Quest’estate Donadoni mi ha ospitato nella sua masseria: è una persona squisita. Non ho amici al Milan, però sono stato sempre molto apprezzato.

Il Milan è in pole per vincere lo scudetto?

Contro la Lazio l’ho visto bene, mi è piaciuto tanto. È la stessa squadra dell’anno scorso, ma mi sembra più convinta. Adesso è consapevole dei suoi mezzi, può raggiungere risultati che sembravano impossibili. Ci sono buoni giocatori. Molti di loro avevano bisogno di tempo per crescere. Giocare al Milan è difficile, non è come giocare altrove. È una squadra giovane e si vede che le cose stanno funzionando bene. Penso anche alla voglia di abbracciarsi tutti quanti dopo un gol: sono particolari, ma hanno la loro importanza.

Juve-Milan dirà tanto anche se siamo solo a settembre?

Qualcosa dirà di sicuro. È sempre una partita di grande livello. Credo che sarà importante per entrambe le squadre. Per il Milan potrebbe essere veramente un momento chiave. È una di quelle partite che ti possono dare quel quid in più in termini di consapevolezza. È una partita importante anche per la Juve che non è partita bene. Di fronte troverà il Milan, una squadra con la S maiuscola. Sono molto curioso.

Come è nata la sua passione per il calcio?

Io sono nato a Pavia e ho fatto i primi quattro anni nel settore giovanile del Lacchiarella, la squadra del mio paese. Era il 1978. Ricordo le mie foto col completino del Vicenza che era una squadra importante: c'erano grandi giocatori come il compianto Paolo Rossi. La passione è cominciata così. Poi quando sono nato io c’erano meno cose rispetto ad oggi. Volevo fare il calciatore. Al mio ritorno al Milan nel 1997 in prima squadra ricordo le chiacchierate con Ariedo Braida. Una volta mi ha detto che nessuno avrebbe scommesso su di me cinque anni prima. Non ero un calciatore di talento, ma ho lavorato davvero tanto.

A che cosa ha rinunciato per diventare calciatore al Milan?

Mio padre mi ha aiutato tanto. Abitavo a Lacchiarella in provincia di Milano. Coi rossoneri ci allenavamo vicino a Malpensa. C’era un po’ di strada da fare. Il pullman ci aspettava in piazzale Lotto. Uscivo alle sette di mattino e rientravo alle otto di sera. Se vuoi fare il calciatore devi diventare uomo abbastanza in fretta. Questa è stata la mia esperienza. Ci sono calciatori che hanno seguito strade diverse e ce l'hanno  fatta lo stesso. Per qualità e per caratteristiche, quello per me era l’unico modo per poterci provare.

 (Photo by New Press/Getty Images)

Lei vive a Monza: ha rivisto o sentito Galliani e Berlusconi?

Prima del lockdown ho sentito Galliani per capire se ci fosse la possibilità di fare qualcosa al Monza. Ho parlato col loro direttore sportivo, poi non se ne è fatto nulla. Mi sarebbe piaciuto, ma va bene lo stesso.

Ha detto che lavora nell'edilizia: si occupa della parte gestionale? O va mai in cantiere?

Mi occupo della commercializzazione degli appartamenti. Curo i rapporti coi fornitori. Faccio un po’ il procuratore, seguo le trattative. È un percorso lungo in cui devo crescere, però la voglia non mi manca.

Lascia aperta anche una porta per il calcio?

Deve arrivare una bella occasione. Deve essere un lavoro vero. Mi sono arrivate tante proposte di società dilettantistiche, ma fare l’allenatore in seconda o terza categoria non ti permette di vivere, devi fare pure un altro lavoro. Sono cose che vanno ponderate. Non voglio perdere la credibilità che mi sono costruito in anni di sport e sacrifici. Non ha senso per me. Basta poco per rovinare tutto quello che si è fatto.