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Cardone: “Aspetto la panchina giusta, intanto mi dedico al mattone. Ecco come è cambiato Pioli al Milan…”

Una squadra del cuore da sognare fin da bambino, la carriera tra grandi sacrifici e piccoli miracoli, un gol quasi maggiorenne che sa ancora di rivincita. Giuseppe Cardone ha 47 anni e non ha smesso di ragionare passo dopo passo, mattone dopo mattone

Simone Lo Giudice

Trecento chilometri tra rinascite, cadute e ancora rinascite. Trecento chilometri e quattro stazioni, tutte in mezzo al verde: da Bologna risalendo verso Piacenza, da Parma scendendo direzione Cesena. Trecento chilometri di via Emilia tra l’Adriatico e Milano, città di sogni realizzati e scelte coraggiose con la maglia rossonera sulle spalle. È la storia di Giuseppe Cardone, il ragazzo di Lacchiarella, il paesino ai piedi del capoluogo lombardo dove l'ex difensore ha imparato a sognare dietro al pallone. Da lì è cominciato un lungo viaggio fatto di stadi, duelli e di qualche letto d’ospedale di troppo. Poi il 2005, quel gol al Bologna con la maglia del Parma nello spareggio-salvezza e la rivincita nei confronti del destino. Lo stesso che è ancora tutto da scoprire con una grande certezza tra le mani: lavorare sempre, mattone dopo mattone.

Giuseppe, lei è diventato allenatore: che momento sta vivendo?

Ho lavorato nei settori giovanili: per un anno alla Pro Sesto, per due stagioni al Parma. Sono stato anche collaboratore tecnico di Stefano Vecchi a Venezia. Ho conseguito il titolo al Master di Coverciano, finora però non ho ricevuto nessuna proposta. Fortunatamente so fare anche altro. Mi dedico all'edilizia, la mia attività parallela da quando ho smesso di giocare. Ho iniziato ad investire insieme ad altri soci. A breve partiremo con un'operazione su Monza che seguirò più o meno direttamente. Oggi abito qui. Ho preso il patentino di agente immobiliare quando vivevo ancora a Parma. Possiedo anche il diploma di geometra.

Com'è stato lasciare il calcio giocato?

Quando ho smesso nel 2009 ero saturo. Ho passato gli ultimi anni più in ospedale che in campo. Non ne volevo più sapere del calcio. Sentivo di non avere più niente da dare. La passione che nutro per questo sport poi mi ha spinto a riavvicinarmi, allora ho cominciato il percorso di Coverciano. Finora non ho ottenuto i risultati che speravo, ma va bene lo stesso.

Gli infortuni l'hanno allontanata dal calcio?

La mia carriera è stata particolare. Sono salito di categoria anno per anno fino ad arrivare in Serie A: dopo quattro anni di professionismo, sono arrivato nel massimo campionato e ci sono rimasto per 13 anni consecutivi. Purtroppo ho subito un gravissimo infortunio nel 2003: avevo 29 anni, ero nel pieno della maturità e avevo consapevolezza dei miei mezzi. Al Parma con Prandelli stavo facendo benissimo. In uno scontro mi sono rotto la gamba e ho avuto una marea di complicazioni. Ho avuto un’infezione e ho rischiato l’amputazione dell’arto. Sono una persona di carattere e ho cercato di andare sempre oltre le avversità. Dopo infortuni così perdi qualcosa, a livello meccanico sei soggetto a farti male più spesso. Poi è arrivato il momento in cui arrivavo al campo all’ultimo minuto, allora ho deciso di smettere.

 Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Il gol-salvezza segnato col Parma al Bologna nel 2005 è stato il suo riscatto?

È stato il momento più intenso della mia carriera. Ero capitano di quel Parma. Avevamo vissuto una stagione difficile con l’amministrazione controllata. Dopo il crack della Parmalat avevamo rischiato di  scomparire. Abbiamo perso per 1-0 l’andata dello spareggio col Bologna, al ritorno abbiamo ribaltato il risultato. Siamo riusciti a rendere una città intera orgogliosa di noi. Sono cose che mi porto dentro.

Lei ha un rapporto particolare con l’Emilia Romagna: cosa è scattato con questa regione?

Ho fatto tutta la via Emilia: da Piacenza a Parma, da Bologna a Cesena e Modena. Ho mangiato sempre bene. Sono realtà diverse che vivono il calcio in maniera differente. Il Bologna ha grande storia. Parma è stata una realtà importante: è l’ultima italiana ad avere vinto la Coppa UEFA. A Piacenza il calcio conta, ma sono importanti anche altre cose. A Cesena è una piccola piazza e niente vale di più della squadra della città. Mi ha colpito molto l'attaccamento tra squadra e tifosi. Poi in Emilia la gente è molto aperta.

Il Parma è stato un po’ sfortunato nelle ultime stagioni?

Ci sono state tante vicissitudini negative. Ricordo grandi momenti con Tanzi. Sotto il presidente però si è vissuto anche uno degli anni più difficili non solo per la società ma anche per la città. Quella situazione ha messo in difficoltà tante persone che facevano un lavoro normale. Poi c'è stato il fallimento durante il periodo di Ghirardi. La squadra è ripartita dalla Serie D. Negli ultimi anni è successo davvero di tutto.

Lei è stato allenato da Pioli al Parma: che cosa ricorda del mister?

Non ho avuto un grandissimo rapporto col mister. Non ci siamo capiti, però sotto l’aspetto calcistico, per competenze e per conoscenze, era preparato anche allora. Per come lo vedo e per come lo sento parlare, soprattutto per ciò che dice chi ha contatto diretto con lui, posso confermare che Pioli oggi è cambiato.

Che cosa mancava a Pioli?

Doveva fare un passo in più nella gestione del gruppo per diventare un allenatore di altissimo livello. Gli va riconosciuto il merito di avercela fatta. Tanti allenatori partono in un modo e non crescono. Pioli ha avuto l’umiltà e l’intelligenza di capire che doveva lavorare su alcune cose. I suoi risultati lo confermano.