Carbone, fra sogni di Premier e amarcord: ” Mi piacerebbe allenare in Inghilterra. Che errore lasciare l’Inter…”

Carbone, fra sogni di Premier e amarcord: ” Mi piacerebbe allenare in Inghilterra. Che errore lasciare l’Inter…”

Un metro e settanta di talento e soprattutto passione: Benito Carbone giocava scalzo da bambino e ancora oggi è pronto a fare qualsiasi cosa nella sua seconda vita, tra gli insegnamenti di grandi amici e ancora tanti sogni nel cassetto

di Simone Lo Giudice

Passione in panchina

“Tu, tu che sei diverso”. Nella sua carriera Benito Carbone ha sognato di diventare ciò che cantava la sua concittadina Mia Martini: un giocatore diverso, in grado di fare la differenza in ogni universo. Per entrambi tutto è cominciato da Bagnara Calabra, prima che le rispettive capacità artistiche li portassero altrove. Carbone è cresciuto come calciatore come uomo a Torino, a Napoli e a Milano, poi anche fuori dall’Italia nelle sue stagioni inglesi. Oggi “Benny” non molla e sogna ancora in grande col pallone tra i piedi e la panchina alle sue spalle, dopo esperienze sfortunate che gli hanno insegnato sempre qualcosa.

Benito, ha chiesto un regalo a Babbo Natale? Ha un sogno nel cassetto per il nuovo anno?
Gli ho chiesto la possibilità di ritornare a far vedere ciò che valgo in panchina. Una soluzione che mi permetta di dimostrare che posso fare l’allenatore nella mia seconda vita. Lo faccio per passione.

Quando ha scelto di fare l’allenatore?
Quando giocavo a Pavia e avevo ancora due anni di contratto. Ho deciso di smettere perché era arrivata l’ora giusta per farlo. Mi piaceva l’idea di insegnare calcio, di trasmettere le mie motivazioni, di condividere le mie esperienze. Facevo da guida ai miei compagni di squadra, tra cui Acerbi e Giaccherini. Pensavo di avere le qualità giuste per allenare. Quando lo fai per passione hai determinati obiettivi, come fissare traguardi importanti: è ciò che ho fatto io. Sono certo che farò l’allenatore a certi livelli. 

Tra le esperienze che ha vissuto quale è stata quella in cui ha imparato di più? Lei ha lavorato con Walter Zenga…
Per i primi 4-5 anni ho fatto l’allenatore in prima. Le esperienze che ho vissuto mi hanno lasciato sempre qualcosa. Sono riuscito a capire i miei difetti e come potevo crescere. Quando ho cominciato ad allenare con Walter Zenga tutto è stato diverso. Walter è un mito, ha una grandissima esperienza. Ha cominciato a fare l’allenatore prima di me e ha vinto campionati all’estero. Prima dell’esperienza al Venezia siamo stati insieme al Crotone: avevamo legato tantissimo con la dirigenza, i tifosi e la città. Avevamo fatto un grandissimo finale di stagione, purtroppo l’ultima gara è andata male. Avevamo conquistato tutti con il lavoro, con la professionalità e con la nostra passione.

Che cosa le insegnato Zenga?
Walter legge molto bene la partita. Un’altra cosa che ho imparato da Zenga è che la maggior parte della volte non c’è bisogno di urlare o di alzare la voce tra primo e secondo tempo, bisogna fare in modo che la squadra recuperi e che l’allenatore dica poche cose ma giuste. In questo momento però voglio ricominciare a fare l’allenatore da solo. Dopo due anni stupendi, voglio tornare ad allenare in prima persona. Gli ultimi anni al Venezia e al Crotone mi hanno fatto vedere le cose in modo diverso: un conto è fare il primo, un conto è fare il secondo di un certo personaggio. Ho bisogno di avere determinate responsabilità addosso come le ho sempre avute nella mia carriera da calciatore.

Si vede allenatore all’estero considerata la sua esperienza da calciatore?
Mi vedo soprattutto all’estero. Quando facevo il calciatore ho conosciuto tante culture differenti e persone che provenivano da tanti Paesi diversi. Capisco le loro teste e le loro abitudini. Ho allenato l’Under 21 del Leeds quando lì c’era Massimo Cellino ed è stata un’esperienza meravigliosa. Mi piacerebbe molto allenare in Inghilterra, anche se il mio sogno rimane sempre quello di guidare in futuro una squadra di Serie A.

Quale è la grande differenza tra allenare in Italia o in Inghilterra?
All’estero tutti hanno molta pazienza: una volta sposato un progetto, ti danno la possibilità di sbagliare e valutano il lavoro fatto dall’allenatore sul campo. Non guardano tanto i risultati a meno che non siano obbligati a farlo.

Come giudica la scelta di Ancelotti: è tornato in Premier per stare un po’ più tranquillo?
Credo che sia stata una casualità perché Ancelotti e il Napoli si erano lasciati da poco. Carlo ha vinto dappertutto a grandissimi livelli e quando le società importanti sanno che è libero lo vogliono. In Inghilterra e in altri Paesi d’Europa si parla di progetto, in Italia invece possono farlo in pochi. Noi siamo riusciti a criticare Roberto Baggio per tutta la sua carriera: a conferma che in Italia non abbiamo pazienza.

Lei è nato a Reggio Calabria e ha giocato nella Reggina: che cosa ricorda?
È stata una delle mie prime squadre in Serie B. La seguo molto da vicino a maggior ragione quest’anno in cui ci sono due miei amici lì: l’allenatore Domenico Toscano e il suo vice Michele Napoli. La Reggina è stata sempre casa mia, tra l’altro da giocatore ho provato tantissime volte a tornare a giocare a Reggio, ma non ci sono mai riuscito.

Lei ha indossato la numero dieci di Maradona al Napoli…
Io sono arrivato al Napoli dopo Zola. C’era una canzone dedicata a noi: “Maradona, Zola, Carbone”. Sono stato molto orgoglioso di averla indossata, ho cercato sempre di onorare quella maglia perché era unica. Partita dopo partita volevo dimostrare di poterla indossare. Il pubblico napoletano mi ha fatto sentire importantissimo e ho fatto un’annata meravigliosa.

Lei ha duettato con Gigi d’Alessio quando giocava al Napoli…
Io e Gigi avevamo fatto una canzone per cercare di convincere il Napoli a non mandarmi via. La società però aveva problemi finanziari ed è stata costretta a vendere me e Fabio Cannavaro: io sono andato all’Inter, lui al Parma. Con quella canzone Gigi ha voluto lanciare un segnale per far capire che volevo rimanere. Io e Gigi ci siamo conosciuti ed è nata un’amicizia che dura ancora oggi. Lui ha scritto un testo: cantarlo insieme è stato bellissimo.

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