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Tommasi dall’AIC alla cattedra: “Riparto dalla scuola. Zeman mi voleva alla Lazio. E gioco ancora…”

Simone Lo Giudice

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Nel 2004 lei ha avuto un grave infortunio al ginocchio: quell'episodio ha cambiato la sua carriera in negativo?

Nei giorni scorsi a cena con amici ho ricordato che il 28 luglio 2004 sono finito sotto i ferri: il mio nuovo ginocchio compie 16 anni. È stato un banco di prova, una sfida da vincere per tornare a praticare lo sport che ancora oggi pratico. Mi ha colpito leggere un'intervista del dottor Mariani in cui indicava il mio intervento del 2004 come uno di quelli che gli sono rimasti in mente e che lo hanno gratificato di più dal punto di vista professionale. Sentire parlare così un medico della caratura di Mariani fa capire che forse non avevo grosse possibilità di tornare a giocare a calcio. È stata una sfida davvero complicata per me.

Poi lei ha ridiscusso il suo accordo professionale con la Roma firmando un contratto al minimo sindacale: come è nata questa scelta?

Il contratto era scaduto e non c'era da rinegoziare nulla. Andava firmato un nuovo accordo, ma dovevo capire se la proposta poteva interessare alla società. L'arrivo di Spalletti quell’anno ha inciso perché per primo mi ha proposto di tornare a giocare. La Roma era stata sanzionata per la vicenda Mexes e aveva difficoltà a fare mercato. Nel mio caso si è parlato di rinnovo, non di nuova acquisizione. All'inizio avevo detto che non ci sarebbe stato nessun problema a rescindere il contratto qualora non fossi riuscito a garantire performance adeguate. L'incertezza persisteva così ho tolto il problema economico dal tavolo. Volevo ritornare nello spogliatoio da calciatore e non da dirigente. Poi ho fatto di più di quanto pensassi.

Nel 2006 dopo 10 anni si è interrotto il suo rapporto professionale con la Roma: come vede i giallorossi oggi?

Sono cambiate tante cose da allora, ma l'ambiente romano è rimasto lo stesso: c'è grande passione, tanto entusiasmo e potenzialità. Il successo di Di Francesco di due anni anni fa con la qualificazione alla semifinale di Champions è emblematico di ciò che è capace di fare la Roma: imprese memorabili e  rischio di depressione sportiva dietro l'angolo. Questo aspetto permane. Dal punto di vista tecnico la Roma sta cercando di rimanere al passo con società che hanno altri budget e penso che lo stia facendo rimanendo la squadra che eravamo noi: sempre capace di lottare per il vertice.

(Photo by New Press/Getty Images)

Lei è stato il primo calciatore italiano in Cina: come è nata questa proposta?

Arrivavo da un infortunio col Levante con cui ero in scadenza. Così sono andato per 4-5 mesi al Qpr per mettermi in gioco. Andavo per i 35 anni e mi avevano scelto come uomo di esperienza per creare uno spogliatoio di un certo tipo. La società stava pianificando la stagione successiva: io ero a Londra senza la mia famiglia che era  rimasta a Roma e stavo cercando di capire quante possibilità avevo di restare un altro anno. Alla fine non ho finito nemmeno il primo campionato: mi sono liberato, a gennaio è arrivata la proposta cinese. Ho intravisto la possibilità di conoscere un Paese che non pensavo avrebbe fatto parte del mondo calcistico come invece sta facendo oggi.

Che esperienza è stata?

Conoscere la Cina è un vantaggio. Poterlo fare da un ruolo privilegiato come quello del calciatore poi era un'occasione da prendere al volo. Il campionato si disputa nell'anno solare e c’è grande attenzione nei confronti degli stranieri soprattutto nella prima parte della stagione. Io giocavo nel Tianjin Teda che giocava la Champions League. Nessuna squadra cinese aveva mai passato il girone di qualificazione. La società voleva mettere in piedi una buona squadra per il campionato e la Champions. Ho cominciato in Cina e a giugno ho deciso insieme alla mia famiglia di rimanere fino a fine campionato: questo la dice lunga su come mi sono trovato. I primi mesi non vedevo l'ora di tornare a casa poi ho cambiato idea.

Poi lei è tornato a Verona e ha giocato col Sant’Anna d'Alfaedo dove milita ancora oggi: che cosa significa per lei?

Dopo la Cina ho giocato con la squadra del mio paese dove non ero mai stato e sono contento che sia diventata quella in cui ho fatto più militanza: non era facile superare i dieci anni di Roma. Al momento ho fatto più partite in Seconda Categoria che in Serie A: numeri alla mano sono un giocatore di Seconda Categoria e questo la dice lunga sull'amore che nutro nei confronti di questo sport. L'anno prossimo disputerò il dodicesimo campionato col Sant'Anna. Questo è stato da sempre il mio focus istituzionale: quando mi sono presentato come presidente dell’Aic ho detto fin da subito che secondo me quel ruolo andava ricoperto da un calciatore in attività.

Lei ha giocato con La Fiorita di San Marino nelle coppe europee: che esperienza è stata?

A metà del mio percorso col Sant'Anna ho incontrato per motivi istituzionali Andy Selva che aveva da poco istituito l'Associazione Calciatori Sammarinesi. Abbiamo collaborato insieme: io gli ho dato una mano nella creazione di questa associazione. Quando ha scoperto che giocavo in Seconda Categoria mi ha chiesto se mi andava di fare l'Europa League con La Fiorita. Inizialmente ero titubante perché non sapevo il livello calcistico che mi aspettava essendo da cinque anni un calciatore di Seconda Categoria. Ho cominciato per scherzo. Nel luglio 2015 col Vaduz abbiamo perso 5-0, al ritorno 5-1: ho segnato ed è stato il primo gol della storia della società nelle coppe europee. Scherzando col presidente ho detto che ero il capocannoniere della squadra e che mi sarei sentito tale finché qualcuno non mi avrebbe superato. Abbiamo fatto anche i preliminari di Champions League negli ultimi due anni: la scorsa stagione abbiamo segnato su autogol del portiere della squadra di Andorra quindi non so se vale per il nostro score. Ad oggi sono l'unico calciatore della Fiorita a segno in Europa e in teoria ancora convocabile.

Come si vede in futuro? Sempre con ruoli dirigenziali nel calcio oppure c'è qualche altro progetto che vuole portare avanti?

Uno è partito sei anni fa: è una scuola privata qui a Verona che stiamo gestendo io, mia moglie e una coppia di amici. Oggi conta più di 300 bambini iscritti. Mi sta prendendo: abbiamo la responsabilità di intere famiglie dopo un periodo particolare come il lockdown. Tra poco bisognerà pensare alla ripresa della scuola. È stimolante avere a che fare con la vita delle persone e soprattutto con quella dei bambini. Adesso mi sto dedicando a cose che avevo accantonato: parlare di scuola mi sembrava un po' fuori luogo da presidente dell'Aic. Ho un ruolo di gestione e sono il responsabile legale. Per quanto riguarda la dirigenza sportiva credo di aver dato. Se devo fare un bilancio delle mie competenze, la conoscenza del mondo del calcio nelle sue varie sfaccettature è una di quelle che posso mettere nel curriculum e che potrebbe fare ancora parte della mia vita. È passato solo un mese dalle mie dimissioni ma è  il momento di voltare pagina.

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