Tommasi dall’AIC alla cattedra: “Riparto dalla scuola. Zeman mi voleva alla Lazio. E gioco ancora…”

Tommasi dall’AIC alla cattedra: “Riparto dalla scuola. Zeman mi voleva alla Lazio. E gioco ancora…”

Nella sua vita il pallone non è mai mancato e forse non mancherà mai. Un mese dopo le dimissioni da presidente dell’Aic, Damiano Tommasi si racconta tra nuove avventure ‘in cattedra’ e vecchi amori che non finiranno mai

di Simone Lo Giudice

Da Verona a Roma

Una montagna, un pallone e una ambizione che senza l’umiltà non gli avrebbe permesso di fare strada. Chi cresce a Vaggimal, in quella piccola frazione del comune di Sant’Anna d’Alfaedo, non è fatto per i voli pindarici ma al tempo stesso non ha paura di mettere nel mirino le vette circostanti, quelle che una volta scalate danno su un’altra dimensione. Damiano Tommasi è diventato un calciatore al Verona in Serie B, a Roma campione d’Italia. L’operazione al ginocchio del 28 luglio 2004 ha segnato un prima e un dopo fatto di pazienza e nuove sfide. Tommasi è stato un pioniere in Cina, è diventato un giocatore di Seconda Categoria e ha assaporato l’Europa a San Marino. E un mese dopo le dimissioni da presidente dell’Aic, guarda al futuro coi bambini della sua scuola. Ah, non ha intenzione di smettere di giocare.

Damiano, è passato un mese dalla conclusione della sua esperienza dirigenziale con l’Aic: che momento sta vivendo adesso?
Al momento sono parecchio indaffarato perché sto facendo cose che avevo accantonato. Adesso penso a sistemare casa e a seguire i miei figli. Mi dedico a tutte quelle cose che per motivi istituzionali avevo un po’ abbandonato o che non riuscivo a seguire bene per via dell’Associazione. Tutti dobbiamo fare ciò che non è stato fatto durante il lockdown.

Quanto è stato difficile guidare l’Aic durante l’emergenza sanitaria e il lockdown?
È complicato fare sintesi tra sensibilità diverse. Come ho sempre fatto nella mia vita anche questa volta ho guardato la parte stimolante di quel lavoro, cioè rappresentare un mondo in cui mi sono sempre riconosciuto e in cui ho vissuto per tanti anni. Di solito in questo periodo facevamo il giro dei ritiri: era un momento di sufficiente distacco dal campionato. Ci permetteva di sederci al tavolo e parlare in maniera profonda. Tutti sapevamo di far parte di un mondo che ha bisogno di dialogo e di riflessioni.

Quali sono gli obiettivi che la categoria dei calciatori deve ancora raggiungere?
C’è una campagna elettorale in corso e non vorrei che le mie dichiarazioni venissero strumentalizzate. Sicuramente la categoria deve essere in grado di fare sintesi tra ambiti diversi: dal calcio femminile a chi sciopera, dalla Champions League alle Nazionali. Servono dialogo e unione. Questa categoria è formata da atleti, può dire molto ed essere una grande risorsa, ad oggi però non è riconosciuta come tale in termini progettuali e di pianificazione e questo fa perdere qualcosa a tutto il sistema.

Lei proviene da una famiglia numerosa: in che modo questa cosa ha influito sulla sua carriera da calciatore?
Io sono il terzo di cinque figli e ho avuto la fortuna di avere due fratelli maggiori come compagni di giochi. Già all’epoca non mi sentivo mai totalmente all’altezza, ma ero sufficientemente motivato da dire che volevo farlo anche io. Questa è stata una costante del mio carattere. Sono cresciuto così: da bambino volevo giocare con gli amici dei miei fratelli e coi bambini più grandi ed essere alla loro altezza.

Che cosa le ha dato il posto in cui è cresciuto? Che valori che le ha trasmesso?
Io sono cresciuto in un piccolo paesino, Vaggimal, una frazione del comune di Sant’Anna d’Alfaedo dove gioco da undici anni. Il parroco di Vaggimal distribuiva le buste per raccogliere il contributo delle famiglie, poi lo divideva per gruppi di case, contrade e frazioni. Sono in nato in mezzo alla montagna veronese: ti insegna a rimanere coi piedi per terra e a non fare voli pindarici.

Come è stato il grande salto in città e la Serie B col Verona?
È stato importante per tre motivi. Mi ha permesso di vivere a casa coi miei genitori fino al giorno in cui mi sono sposato: tanti calciatori non hanno questa fortuna, devono spostarsi molto giovani dalla loro regione e devono lasciare amici e parenti. Poi il Verona era la squadra per cui tifavo e per cui tifo ancora: sono cresciuto col Verona di Bagnoli che ha vinto il campionato, per me era un grosso stimolo e un grande onore far parte di quella società. Infine il Verona poteva permettersi di lanciare qualche giovane e non doveva puntare per forza sempre il campione di turno. È stato fondamentale partire dalla Serie B: un campionato meno esigente della A mi ha permesso di avere continuità e di avere la fiducia della società. Giocare con costanza mi ha fatto andare avanti fino alla convocazione in Nazionale.

Dopo il Verona lei è passato alla Roma. È vero che sarebbe potuto andare alla Lazio?
È vero: Zeman mi voleva alla Lazio ma per ironia della sorte è stato lui a raggiungermi quando ero alla Roma.

Come è stato il rapporto con Zeman?
È un rapporto di parte. Mi rendo conto di non essere obiettivo quando parlo di Zeman: con lui mi sono misurato per davvero con la Serie A. Al primo anno arrivavo dalle Olimpiadi e dalla Serie B col Verona e avevo delle scusanti. La stagione successiva da un lato dovevo dimostrare il mio valore, dall’altro dovevo capire se ero in grado di sostenere la Serie A. Disputarla con la Roma poi ha un valore particolare. Aver avuto Zeman in quel periodo è stato decisivo: mi ha supportato, mi ha fatto giocare sempre, non ha mai messo in discussione il mio rendimento. Tra me e Zeman c’è un’affinità elettiva che va oltre il giudizio che io possa dare di lui come allenatore. Zeman è una di quelle persone che ti lasciano un’impronta. Probabilmente è l’allenatore che ho assorbito di più e che mi ha spinto ad affrontare la mia carriera con un certo approccio. Consapevole dei miei limiti ma consapevole che se uno dà il 100% raccoglierà i frutti.

È stato Capello a rendere la Roma vincente oppure quella squadra era già pronta?
Non eravamo pronti per vincere nemmeno al primo anno di Capello. Lo scudetto del 2001 è stato il successo di una squadra fatta per vincere. Abbiamo battuto una concorrenza incredibile: basta pensare quali squadre si giocavano lo scudetto in quegli anni. Capello aveva vissuto la Roma da giocatore quindi ne conosceva pregi e difetti. C’è tanto di lui in quel successo. La sua esperienza, la chiarezza delle sue idee, l’appoggio incondizionato dell’ambiente nei suoi confronti sono state le chiavi del trionfo.

Lei è stato allenato da Giovanni Trapattoni: che cosa le ha lasciato il Mondiale 2002?
È stata una bellissima dal punto di vista professionale, purtroppo non ha avuto l’esito che meritavamo. Quella Nazionale sulla carta c’era. Forse a centrocampo mancavano Pirlo e De Rossi, anche Albertini: a parte quel reparto però era formata dai migliori giocatori degli ultimi trent’anni. C’erano Maldini e Nesta, Totti e Del Piero. Per me è stata un’esperienza molto importante: essere tra i migliori ventitré calciatori italiani al mondo è stato un motivo di orgoglio. Guardo sempre il bicchiere mezzo pieno: probabilmente quella sconfitta è stata propedeutica per vincere il Mondiale quattro anni dopo.

Si è parlato in negativo dell’arbitraggio di Byron Moreno: che cosa ne pensa?
Personalmente non dovrei nemmeno parlare di Byron Moreno perché è stato il guardalinee ad annullare il mio gol contro la Corea del Sud, ma io non sapevo nemmeno chi fosse. L’arbitro ha convalidato una decisione presa dal suo assistente: dovrei prendermela con lui, ma io non so nemmeno come si chiama.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy