Senderos: “Rangnick al Milan? Pochi, gli allenatori-manager vincenti. Studio insieme a Trezeguet”

Senderos: “Rangnick al Milan? Pochi, gli allenatori-manager vincenti. Studio insieme a Trezeguet”

La Svizzera nel destino, un po’ di Spagna nel sangue e Londra nel cuore: Philippe Senderos ha chiuso col calcio giocato pochi mesi fa e studia il futuro nella città dove è arrivato quando era solo un ragazzino e dove è diventato uomo. L’ex difensore di Arsenal e Milan sta proseguendo il suo nuovo percorso di formazione online causa lockdown: quando tutto sarà finito potrà cominciare finalmente la sua seconda vita

di Simone Lo Giudice

London Calling

Capello rasato e sguardo di ghiaccio: un aspetto da duro, il carattere forte tipico di quelli che non si tirano mai indietro. Nella sua vita Philippe Senderos non lo ha mai fatto nemmeno quando ha cambiato tutto la prima volta all’età di 18 anni, quando ha preferito Londra, le sue incognite e tentazioni al posto sicuro che gli sarebbe spettato nella sua Ginevra. L’ex difensore arrivato in punta di piedi nell’Arsenal degli Invincibili è diventato il punto di riferimento della difesa che ha sfiorato la Champions qualche anno dopo. Poi, Hannover, 23 giugno 2006, Svizzera-Corea del Sud: punizione di Hakan Yakin, stacco prepotente di Senderos che prende palla e avversario, gol e sangue sulla fronte del gigante svizzero che esulta indicando il cielo. La cartolina di una carriera, condizionata purtroppo da tanti infortuni: per superarli è servito il coraggio, per non perdere mai il sorriso ha dato una mano il sangue latino che scorre nelle sue vene. Il Milan è stato un sogno, il Real Madrid è rimasto tale: Philippe si ritiene comunque un privilegiato in un momento in cui la sua Inghilterra sta soffrendo per l’emergenza sanitaria.

Philippe, lei ha smesso di giocare da poco: che momento sta vivendo?
Mi sono ritirato da pochissimo, a gennaio. Sto vivendo un momento particolare come tutti, è strano. Sto passando tanto tempo in casa: non avevo mai fatto questa cosa nella mia vita. Mi sento comunque un privilegiato perché ho avuto la possibilità di fare una grande carriera.

Dove si trova adesso?
Sono in Inghilterra a Londra insieme alla mia famiglia. Qui la situazione non è buona, noi cerchiamo di non uscire perché abbiamo i bambini piccoli. Abitiamo vicino la famiglia di mia moglie e vediamo spesso i suoi genitori, ma dobbiamo stare attenti a tutto.

In Inghilterra si sta parlando della ripresa della Premier: secondo lei ricomincerà? Ci sono le condizioni per farlo?
Penso che tutti stiano guardando un po’ alla Germania come esempio in questo momento. Lì il campionato è ripreso: sono state adottate misure importanti per farlo. Prima di ricominciare servono tanti test e bisogna assicurarsi che tutto vada al meglio, bisogna accertarsi che il rischio che corrono i giocatori sia minimo. Penso che la salute dei calciatori e delle loro famiglie sia molto importante. Non possiamo dire che il calcio deve ricominciare perché è bello per la società: dobbiamo pensare anche alla salute della gente che lavora in questo settore.

Pensa che inizialmente i calciatori siano stati troppo esposti al virus?
Penso che tanta gente sia stata messa a contatto col virus. Dobbiamo seguire le indicazioni del Governo. Possiamo andare avanti o fermarci. Stiamo andando verso la ripresa. Abbiamo visto ciò che è successo e dobbiamo imparare da tutto questo.

Londra è rimasta la sua città dopo gli anni all’Arsenal?
Mi sono sposato con una ragazza inglese e ho una casa a Londra da tanto tempo. Quando siamo tornati dagli Stati Uniti dopo la mia esperienza in Mls abbiamo pensato di far cominciare la scuola qui a nostro figlio e di fargliela frequentare finché non avrei smesso. Per ora siamo qui, non sappiamo dove ci sposteremo quest’estate. Io sono nato a Ginevra. Ho lasciato la Svizzera a 18 anni e sono arrivato a Londra: qui ho trascorso quasi la metà della mia vita, sono cresciuto come uomo e mi sono trovato bene all’Arsenal. Questa città mi ha dato tanto.

Che cosa ricorda del suo arrivo all’Arsenal?
A 17 anni ho vinto gli Europei Under-17 con la Svizzera: è stato qualcosa di storico, io ero il capitano di quella squadra. C’erano tanti club che mi volevano: è stata una fortuna aver potuto scegliere ciò che volevo. Ho avuto l’opportunità di venire a Londra per visitare il centro sportivo, ho visto il campo di allenamento e le partite dell’Arsenal. Poi ho parlato con Wenger e ho scelto di spostarmi in Inghilterra.

Che tipo era Wenger caratterialmente?
Studiava tantissimo il gioco, le partite e gli avversari. Non faceva scelte tanto per farle: erano tutte sempre molto pensate ed era sicuro di ciò che faceva. Wenger trasmetteva sicurezza ai suoi giocatori: noi eravamo certi di ciò che facevamo in campo. Il gioco dell’Arsenal è unico, fatto di tanti passaggi. Wenger ha cambiato il modo di fare calcio in Inghilterra: ha portato uno stile meno diretto rispetto a quello che c’era prima del suo arrivo, cambiando  il calcio inglese. Anche quando l’Arsenal perdeva, era sempre nel miglior modo possibile. Wenger voleva che l’Arsenal giocasse in quel modo: lo facevamo tutti i giorni in allenamento e lo replicavamo in ogni partita.

Nel 2005-06 avete disputato una Champions strepitosa senza prendere gol agli ottavi, ai quarti e in semifinale: aver perso la finale col Barcellona è il suo grande rimpianto?
Sì. Abbiamo fatto registrare il record di 10 gare senza prendere gol e non abbiamo giocato contro piccole squadre: abbiamo sfidato la grande Juve su due partite, il Real Madrid dei Galacticos e il Villarreal. Sono cose che restano nella storia: abbiamo fatto una grande impresa. Non abbiamo vinto il torneo: purtroppo l’unica cosa che viene ricordata è questa ed è strano. Una finale si può vincere e si può perdere. Quel giorno certe situazioni hanno fatto sì che vincesse il Barça, è andata così. La Champions mi manca, avrei voluto vincerla.

La partita col Real al Bernabeu era stata speciale per lei perché suo padre è spagnolo: lei era nervoso quella sera?
Sì, tutti i membri della famiglia di mio padre sono soci del Real e io sono andato tante volte al Bernabeu. Per me quella gara è stata speciale:  da bambino avevo le foto del Real appese nella mia camera. Giocare con l’Arsenal contro i Galacticos al Bernabeu per me è stato come vivere un sogno. Quando ti rendi conto che sei in campo di fronte a tanta gente sei nervoso, ma quando la partita comincia poi pensi solo a quello.

Avete eliminato la Juve di Ibrahimovic e Trezeguet senza subire nemmeno un gol in due gare: come era stato sfidarli?
Erano due grandi campioni ed è sempre difficile affrontare giocatori così forti. Trezeguet sta frequentando un corso di direttore sportivo con la Federazione spagnola: ci siamo ritrovati lì, stiamo seguendo lo stesso corso di formazione. Abbiamo parlato un po’ insieme di quelle partite in Champions: sono bei ricordi per me, un po’ meno per lui. Però era un bel periodo: ci ricordiamo con piacere ciò che abbiamo vissuto.

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