Protti: “Dopo il ritiro, attore a teatro e giornalista. Ho detto ‘no’ al Milan per il Livorno, non sono andato all’Inter per ‘colpa’ di Zamorano. Oggi faccio il dirigente e vorrei…”

Per lui è sempre stata una questione di cuore: Igor Protti nella sua carriera ha giocato sì col pallone, ma non lo ha mai fatto coi suoi sentimenti e con quelli dei suoi tifosi. Per lui il calcio è stata una missione sempre e ovunque e continua ad esserlo anche oggi nella sua seconda vita in cui aspetta una nuova avventura per innamorarsi ancora

di Simone Lo Giudice

Bari, Allegri e il teatro 

Lei ha esordito col Bari in A e nel 1995-96 ha vinto la classifica marcatori retrocedendo in B: che sensazione è stata?
Ho provato una grande delusione perché il mio unico pensiero era cercare di salvare la squadra. Abbiamo lottato col coltello tra i denti, ma non ci siamo riusciti. Il campionato era a 18 squadre e retrocedevano le ultime quattro e c’erano meno possibilità di salvezza rispetto ad oggi in cui le squadre sono 20 e retrocedono in 3. Abbiamo pareggiato due volte con la Juve che poi avrebbe vinto la Coppa dei Campioni, abbiamo battuto l’Inter 4-1 e 1-0 il Milan che quell’anno conquistò lo scudetto: risultati incredibili, però arrivammo comunque quartultimi.

Ha capito di aver compiuto un’impresa?
Col tempo mi sono reso conto che diventare capocannoniere in Serie A non è una cosa che capita tutti i giorni soprattutto per uno come me che nel settore giovanile aveva cominciato da centrocampista. Nessuno ci era mai riuscito con una squadra retrocessa e non è più ricapitato. So di aver fatto una stagione pazzesca e sono orgoglioso di essere tra i pochissimi giocatori in grado di vincere la classifica con una squadra del sud: gli altri sono stati Maradona, Cavani e Higuain col Napoli. Potremmo aggiungere anche il Cagliari con Gigi Riva, ma è una squadra particolare: rappresenta un’isola intera ed è difficile considerarla sud per la latitudine, Olbia ad esempio non è più sud Italia bensì centro.

Bari manca alla Serie A?
Assolutamente sì. Bari ha vissuto anni complicati con gestioni societarie che hanno portato al fallimento che sembrava una cosa impossibile. Quando è arrivata la notizia ero in ritiro come dirigente con il Livorno e ci ho messo un po’ a metabolizzarla. La nuova società del Bari però è molto forte economicamente e ha un’esperienza importante nel mondo del calcio col Napoli. Sono sicuro che tra poco tempo la rivedremo in Serie A. Spero che quest’anno venga fatto il primo passo in questo senso vincendo i playoff di C: il Bari è favorito, ma dovrà fare attenzione.

Si vede bene di nuovo al Bari in futuro?
Ho un rapporto fantastico con la piazza. Quanto torno a Bari a volte mi sento in imbarazzo per l’amore e l’affetto che la gente mi dimostra 24 anni dopo. Tra me e Bari c’è un legame indissolubile. Se un giorno qualcuno dovesse pensare che io possa fare qualcosa di buono per il club non più da calciatore ma in qualche altro ruolo mi renderebbe orgoglioso. Prenderei in grandissima considerazione una chiamata del Bari.

Nell’estate 1996 è saltato il suo passaggio all’Inter: Milano non era nel suo destino…
Era stato trovato l’accordo tra le due società, ma avevamo deciso insieme di aspettare la cessione di Zamorano che l’anno prima non aveva fatto benissimo. Questa operazione però non è andata in porto ed è saltato il mio trasferimento. L’anno successivo io sono andato alla Lazio, Zamorano invece è rimasto all’Inter e ha disputato un ottimo campionato. Milano evidentemente non era nel mio destino.

Come è stata la sua esperienza alla Lazio?
Ho vissuto un anno a due facce: la prima parte molto difficile sia per me che per la squadra. Quella Lazio era stata costruita per vincere lo scudetto, ma avevamo fatto una partenza disastrosa con Zeman che è stato sostituito da Dino Zoff alla seconda giornata del girone di ritorno. Abbiamo fatto una rincorsa folle e partendo da quintultimi siamo arrivati quarti. Nel girone ho segnato sei gol: uno nel derby contro la Roma al 92′ che vale per dieci. Sono entrato a quarto d’ora dalla fine e ho realizzato il pareggio: chi conosce quei derby sa che cosa ho provato.

Lei ha giocato insieme a Pavel Nedved: che calciatore era?
Pavel era arrivato in Italia proprio quell’anno: abbiamo fatto quaranta giorni di ritiro in Repubblica Ceca ed eravamo compagni di camera. Non sapeva nemmeno una parola di italiano però si è instaurato un rapporto di stima reciproca. Era un professionista fuori dal comune, lo avevamo soprannominato “Computer”: l’allenatore diceva di fare un certo tipo di esercizio, lui metteva il dischetto e partiva senza fare fatica. Era un piacere vedere Nedved calciare di destro e di sinistro: è stato uno dei centrocampisti più forti che la storia del calcio abbia espresso. Per arrivare a certi livelli sia da calciatore che da dirigente bisogna avere qualità: è normale che occupi una posizione importante alla Juve.

La 10 di Maradona sulle spalle pesa a Napoli?
Pesa tanto, più della 9 di Schillaci a Messina… Purtroppo sono arrivato a Napoli nel periodo peggiore: la società era in difficoltà, la maggior parte dei giocatori della rosa erano in prestito da altre società. Dopo l’allenamento la sera andavo a casa e la mattina dopo quando arrivavo a volte trovavo un altro giocatore al mio fianco: era un porto di mare, arrivavano allenatori e giocatori e poi andavano via. Prima Mazzone con Giannini poi Galeone con Allegri. Quell’instabilità ci ha condizionato: abbiamo disputato un campionato molto negativo, però mi innamorai della città e della gente. Al sud sono stato bene e Napoli è una città pazzesca. Ho giocato tutto il campionato con infiltrazioni alla caviglia. Ho lottato con tutte le mie forze per dare il meglio fino all’intervento di marzo, purtroppo non è bastato per salvarci e restare in Serie A.

Com’era Allegri da giocatore?
Noi eravamo stati compagni di squadra nella Primavera del Livorno e in prima squadra nell’85’. Massimiliano da ragazzo era diverso rispetto ad oggi: da calciatore all’inizio era un po’ superficiale, viveva il calcio per divertimento senza farsi grandi paranoie, se vinceva era contento, se perdeva non si strappava i capelli. Era diverso da me che dopo una sconfitta non parlavo per 2-3 giorni. Allegri è stato bravo a costruirsi una carriera da allenatore così importante: dalle sue squadre ha tirato fuori sempre il meglio. Nessuno può dire che non sia un buon tecnico.

Alla Juve manca Allegri?
La società ha fatto un cambio radicale. Le caratteristiche di Sarri sono molto diverse da quelle di Allegri ed era prevedibile che ci fosse un periodo di difficoltà, però credevo che il lavoro di Sarri avrebbe portato a risultati differenti dal punto di vista del gioco, dell’organizzazione e di quello che si fa in campo. Lo stop del campionato non ha aiutato questa crescita e la Juve oggi è un po’ indietro. Sarri è un grande allenatore: lo conferma ciò che ha fatto al Napoli e al Chelsea, nonostante questo la sua squadra dà la sensazione di avere delle difficoltà.

Nel ’99 lei è tornato al Livorno che ha riportato in B e in A: è riuscito a fare di più di quello che si aspettava?
Sì, assolutamente. Il primo anno è stato di transizione, al secondo anno siamo stati sconfitti nella finalissima dei playoff dopo aver preso gol al 120′ su autorete. Al terzo anno per fortuna siamo arrivati primi dopo una cavalcata trionfale: in tutto il campionato abbiamo perso solo una partita contro lo Spezia. Quella è la promozione a cui sono più legato. Arrivavamo al campo un’ora e mezza prima della partita e la curva era già quasi completamente piena, le famiglie mangiavano sulle gradinate prima del fischio d’inizio. Avevamo coinvolto tutta quanta la città.

Dopo la B aveva pensato di smettere…
Alla fine della stagione 2002-03 avevo deciso di smettere: ero diventato capocannoniere in Serie B dopo esserlo già stato in A e due volte in C. Poi quel matto del mio amico Cristiano Lucarelli mi ha chiesto di ricominciare, Spinelli ha fatto la stessa cosa, Walter Mazzarri è venuto a casa per chiedermelo. Erano stati trattenuti i giocatori che avevano formato lo zoccolo duro della squadra dalla promozione dalla C alla B. Mi sono convinto e ho raggiunto la squadra dopo dieci giorni di ritiro. Abbiamo fatto una stagione magnifica e siamo andati in A dopo 50 anni.

Tra lei e Cristiano Lucarelli c’è un rapporto speciale: che cosa avete in comune?
Siamo caratterialmente diversi, ma abbiamo molte cose in comune. Prima di tutto l’amore per il Livorno: quando giocavamo non facevamo i professionisti. Io non lo sono mai stato: sono diventato tifoso e mi sono innamorato di tutte le squadre con cui ho giocato, secondo me il calcio va fatto prima tutto con passione. Io e Cristiano condividevamo anche idee di vita e alcuni modi di pensare e poi nessuno dei due voleva sopraffare l’altro: i calciatori sono un po’ prime donne, noi invece abbiamo messo sempre l’amore per la squadra davanti a tutto il resto. Quando hanno giocato con me Lucarelli, Tovalieri, Kennet Andersson, Margiotta, Giacomo Lorenzini e Fabio Alfieri hanno fatto registrare il loro record di gol in quella categoria: questo conferma che in campo non ero un attaccante egoista che pensava solo a se stesso.

Dopo il ritiro lei ha scelto di intraprendere la carriera dirigenziale: cosa le ha dato questa scelta? Perché non ha allenato?
Non è la scattata la molla, adesso invece qualche pensiero l’ho fatto… Ho preferito un ruolo dirigenziale perché buttarmi a fare l’allenatore significava rientrare nelle dinamiche precedenti, io invece avevo bisogno di staccare un po’. Ho fatto quattro anni di esperienza da dirigente: al Tuttocuoio in C con Cristiano abbiamo ottenuto un decimo posto, miglior risultato eguagliato della storia del club in quella categoria. Poi sono stato per tre anni a Livorno: sono tornato in C da club manager, abbiamo vinto il campionato al secondo anno e ottenuto una salvezza miracolosa in B la scorsa stagione. Sono andato via perché ho capito che non c’era più quel rapporto di stima reciproca necessario per lavorare insieme. Purtroppo secondo me il Livorno è da qualche mese che ha lasciato questa categoria.

Lei ha fatto anche un po’ di beneficenza come attore a teatro: che parti ha recitato?
Ho fatto la voce narrante di “Pierino e il lupo”, in una “Bohème” tra un atto e l’altro una sorta di spiegazione di quello che sarebbe successo, poi una comparsa con la compagnia Mayor Von Frinzius di Lamberto Giannini. Abbiamo realizzato spettacoli insieme a ragazzi che vengono chiamati “disabili” ma che di disabile non hanno niente: ho recitato insieme a loro. Ho scritto anche articoli per “Il Tirreno di Livorno” per parlare di aspetti dello sport che mi sembravano interessanti. Mi piace fare cose diverse rispetto a quello che ho fatto in passato.

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