Lucio: “Voglio diventare come Mou. Balotelli non aveva voglia di giocare. Conte non ha la faccia né il Dna da Inter”

Lucio: “Voglio diventare come Mou. Balotelli non aveva voglia di giocare. Conte non ha la faccia né il Dna da Inter”

Il tempo passa e quell’emozione non passa mai. Il 22 maggio 2010 ha segnato un prima e un dopo nella memoria interista e nella carriera di chi ha vissuto la notte di Madrid col pallone tra i piedi nella bolgia del Santiago Bernabeu. Lucio è stato uno di quei giovani combattenti diventati eroi con la maglia nerazzurra sulle spalle e che dieci anni dopo sognano di ripercorrere le orme del loro condottiero José Mourinho

di Simone Lo Giudice

Modello Mourinho

Nella sua vita partire per andare lontano non lo ha mai spaventato: così è stato quando ha lasciato il Brasile a 22 anni per vedere come si stava in Europa, “la metà del campo” giusta per chi vuole cullare i suoi sogni nel mondo del calcio fino in fondo e magari finché non si realizzano. Sul terreno di gioco andava più o meno allo stesso modo: quando voleva spaccare la partita, Lucio partiva palla al piede dalla sua metà campo in cerca di gloria senza paura. L’incontro con Mourinho gli ha cambiato la vita e soprattutto il palmarès: insieme a José l’ex difensore ha vinto tutto quello che non aveva vinto prima, soprattutto quella Champions che sognava da bambino. Dopo la notte di Madrid però è cominciata anche la lunga notte dell’Inter durata fino a un paio di stagioni fa: retrogusto un po’ amaro delle cose perdute per sempre sul prato del Bernabeu, dove l’Inter di Mourinho è diventata storia anche perché di fatto dopo quella sera non è più esistita. Con la Juve non è sbocciato l’amore, quello che invece lo lega ancora allo Special One: la sola idea di ripercorrere le sue orme rende Lucio oggi un uomo felice.

Lucio, come sta? Che cosa fa oggi nella sua vita?
Ho smesso di giocare a calcio a fine gennaio, poi sono andato un po’ in vacanza con la mia famiglia e purtroppo è scoppiato il coronavirus. Adesso sono a casa in Brasile con i miei cari. Sono tranquillo, quando questo momento passerà inizierò il corso da allenatore. Per cominciare questa carriera devo studiare molto perché giocare è una cosa, allenare è un’altra. Se sei stato un grande calciatore non è sicuro che sarai anche un grande allenatore. Io voglio imparare molto: so che devo farlo.

Il suo modello è Mourinho?
Sì: lo è come allenatore, come uomo e come amico. Mi piace il suo carattere. Ho imparato molte cose all’Inter insieme a José, ad esempio come gestire uno spogliatoio. Fare l’allenatore è difficile, bisogna lavorare con tanti giocatori forti e famosi che provengono da culture diverse: all’Inter c’erano brasiliani e argentini, Eto’o camerunense e Sneijder olandese. Mourinho ha fatto un grande lavoro: è stato lui l’artefice dei successi del 2010 e di quella Inter che ha vinto tutto.

Che cosa è rimasto del Triplete 10 anni dopo? Avete una chat in comune tra ex compagni?
Siamo stati un gruppo indimenticabile e per questo motivo siamo sempre in contatto. All’Inter ho giocato con tanti amici come Zanetti, un esempio per tutti i calciatori. Poi con gente di spessore come Sneijder ed Eto’o, Julio Cesar e Maicon che sono amici. Abbiamo in comune un’esperienza stupenda: quella Champions è stata un regalo di Dio. Vincerla è il sogno di tutti i giocatori. Quando sono arrivato in Germania nel 2001 sentivo parlarne sempre. Era così anche al Bayern: loro vincono il campionato ogni anno, per questa ragione l’obiettivo numero uno è la Champions. Tutti i calciatori che giocano in Europa sognano di vincerla. Poi l’Inter ha fatto il Triplete nel 2010: nessuna squadra italiana ci era riuscita prima. Esserci riusciti ha segnato la vita di tutti noi e continueremo a festeggiarlo anche quando saranno passati 15 e 20 anni.

Lei si è riscattato dopo la Champions persa nel 2002 col Bayer Leverkusen in finale contro il Real: brucia ancora?
Non mi brucia tanto perché nessuno aveva mai sentito parlare del Leverkusen prima di allora. Nella stagione 2001-02 siamo arrivati meritatamente in finale di Champions: contro il Real però mancava Ze Roberto squalificato e avevamo di fronte Zidane, Raul, Roberto Carlos, Hierro e Makelele. Quel Real era fortissimo, il Leverkusen ha lottato molto e per questa ragione ricordo quella finale col sorriso sulle labbra. Nessuno all’inizio pensava che il Bayer sarebbe arrivato in finale: volevamo vincere, ma sapevamo che battere il Real era difficile.

Quale è stato il momento più bello vissuto con l’Inter nella Champions del 2010?
Per me la finale col Bayern. Io scherzavo con la mia famiglia dicendo che non avrei mai vinto la Champions perché era una competizione troppo difficile: più di 30 squadre in gara, un percorso duro per andare in finale. Nel 2010 ce l’ho fatta e mi sono ritrovato di fronte il Bayern con cui avevo giocato fino al 2009, prima che arrivasse van Gaal in panchina: lui non mi voleva, così ho deciso di trasferirmi all’Inter.

Quindi quella finale è stata una rivincita per lei?
È stato bello, ma non la considero una rivincita nei confronti del Bayern. Quella sera ho realizzato il sogno di vincere la Champions e sono stato contento avendo visto il rispetto che mi hanno riservato i tifosi del Bayern e quelli dell’Inter.  Al fischio finale mi hanno applaudito: nessuno aveva desiderato la mia partenza.

Com’è stato vivere quella serata al fianco di Mourinho?
José voleva vincere con tutte le sue forze come sempre e questo lo rendeva speciale. Mourinho parlava tanto con noi, sapeva come motivarci. È stato un bel momento per tutti, abbiamo provato grande soddisfazione. Abbiamo fatto quello che tutti sognavano: era da 45 anni che l’Inter non vinceva la Champions, eravamo felici per quello che avevamo fatto. È stato importante per tutta la squadra aver trionfato quella sera.

Le dispiace per come è finito il rapporto tra lei e l’Inter?
Sì, io non volevo lasciare l’Inter, ma la società voleva cambiare tutto. I giocatori del 2010 sono andati via e chi non lo ha fatto non si allenava con la squadra principale, ma da solo. Chi comandava voleva che ce ne andassimo: non ho mai capito il motivo. Nell’estate 2012 quando sono arrivato in Brasile ha cominciato a chiamarmi ogni 15 minuti Marco Branca per dirmi che dovevo trovare un’altra squadra. Quando le pressioni dell’Inter si sono intensificate un giorno è arrivata la proposta della Juve: la prima volta dissi ‘no’. Quando mancavano cinque giorni alla chiusura del mercato mi ha chiamato Conte. Mi volevano  perché Bonucci rischiava una squalifica di due anni per calcioscommesse. Il mio ex rappresentante mi consigliò di andarci visto che l’Inter mi voleva mandare via. Non avevo altre opzioni: la mia famiglia viveva in Italia e decisi di accettare. Nelle prime 2-3 settimane a Torino però ho capito che era stata una scelta sbagliata: andare alla Juve è stato un errore.

Che cosa ne pensa di Conte all’Inter?
La situazione che si creata alla Juve quando c’ero io era comprensibile perché c’erano sei difensori della Nazionale italiana in rosa: Conte non avrebbe mai lasciato fuori uno di loro per mettere me, uno straniero. Lo considero un buon tecnico, sta facendo un buon lavoro anche se quando guardo le partite e lo vedo penso che non abbia la faccia e il Dna dell’Inter. Questa è una mia opinione ovviamente.

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