Lucio: “Voglio diventare come Mou. Balotelli non aveva voglia di giocare. Conte non ha la faccia né il Dna da Inter”

Lucio: “Voglio diventare come Mou. Balotelli non aveva voglia di giocare. Conte non ha la faccia né il Dna da Inter”

Il tempo passa e quell’emozione non passa mai. Il 22 maggio 2010 ha segnato un prima e un dopo nella memoria interista e nella carriera di chi ha vissuto la notte di Madrid col pallone tra i piedi nella bolgia del Santiago Bernabeu. Lucio è stato uno di quei giovani combattenti diventati eroi con la maglia nerazzurra sulle spalle e che dieci anni dopo sognano di ripercorrere le orme del loro condottiero José Mourinho

di Simone Lo Giudice

Balo, post-Triplete, Juve

Che rapporto aveva con Mario Balotelli? Che cosa era andato storto nella semifinale Inter-Barcellona?
Mario era giovane, aveva una personalità forte e voleva giocare sempre. Un calciatore però deve rispettare l’allenatore e le sue decisioni. Mario è una persona buonissima e ha un grande cuore però quella volta ha sbagliato: non doveva mancare di rispetto a Mourinho e quindi a tutta la squadra. Da tempo il Barcellona non perdeva subendo tre gol. Quando è entrato in campo Balotelli ha calciato via un pallone che avrebbe potuto portare al quarto gol: eravamo in contropiede. Mario non aveva voglia di giocare e di correre: per questo tante gente si è arrabbiata con lui. Avremmo potuto chiudere il discorso qualificazione: il 3-1 era un buon risultato, il 4-1 sarebbe stato buonissimo per andare a giocare Barcellona con più tranquillità. Zanetti, Materazzi e Mourinho sono stati duri con Mario che all’epoca era molto giovane: per questa ragione la squadra ha compreso la situazione e non è sorto un problema ancora più grande.

Mourinho è andato via dopo il Triplete: come è stato dover ricominciare senza di lui? Si è sentito un grande vuoto?
Sì, c’è stato un vuoto perché tutta la squadra era abituata al suo modo di lavorare e di confrontarsi, in generale al suo modo di fare. Mourinho ha un carattere forte e vuole sempre vincere e quando non ci riesce si arrabbia: il giorno dopo una sconfitta non parla e quando lo fa è sempre duro. José voleva vincere tutte le partite: che si trattasse di una finale o della prima gara di campionato non faceva differenza, per lui erano tutte importanti: è stato questo il segreto del 2010. È normale che la squadra abbia risentito della sua partenza.

Per questa ragione l’Inter ha incontrato tante difficoltà negli anni successivi?
Sì, dopo Mourinho abbiamo cambiato molti allenatori: tutti avevano le loro metodologie differenti, ciascuno vedeva il calcio a modo suo, ognuno aveva il suo carattere. Per questa ragione la squadra non si è più ritrovata e non stava bene. Dopo Benitez è arrivato Leonardo poi Gasperini: dover passare da un mister all’altro significava dover cambiare modo di giocare. Quando si cambia così tanto è difficile. Noi eravamo una squadra esperta fatta di uomini vincenti tra i più forti al mondo e non è stato semplice vivere quei momenti. Abbiamo vinto tutto con Mourinho, quando siamo stati guidati dagli allenatori arrivati dopo di lui sembrava non sapessimo giocare a calcio e che non avessimo vinto niente. Quando arrivava un nuovo allenatore dovevamo ricominciare sempre da zero: erano situazioni difficili da affrontare.

In quel caso è stata la società a sbagliare? Era responsabile di quella instabilità?
Sì! Quel gruppo aveva fatto qualcosa di spettacolare nel 2010 e senza quella instabilità societaria saremmo potuti andare sicuramente avanti e avremmo potuto vincere ancora.

Nel 2011 avete rimontato in casa del Bayern agli ottavi di Champions con Leonardo: è stata la vostra ultima grande notte?
In parte sì, ma se vinci la Champions poi nell’edizione successiva l’unica cosa importante è vincerla ancora. Se hai già provato che cosa significa riuscirci e l’anno dopo non riesci a ripeterti sul campo è una frustrazione.

 

Il suo modello è Mourinho: le piacerebbe lavorare di nuovo con José?
Sì, sarebbe un sogno poter imparare come lavora: mi permetterebbe di crescere come allenatore. Quando la situazione mondiale migliorerà, comincerò il corso e verrò in Europa. Vorrei tornare negli stadi in cui ho giocato e vorrei andare da Mourinho per osservarlo da vicino per 2-3 settimane: i suoi metodi sono vincenti e per questo motivo potrei imparare molte cose. Quando fai il calciatore ti focalizzi su alcune cose e pensi solamente ad essere concentrato in campo. Sogno di diventare un grande allenatore come José: lui ha lavorato tanto per arrivare dov’è. Se un giorno dovessi anche solo raggiungere i suoi livelli sarei un uomo felice.

Come è la situazione in Brasile? Il coronavirus vi ha colpito?
Io sono nato a Planaltina: una piccola città, una comunità molto unita. Oggi invece vivo nella capitale Brasilia. Grazie a Dio, stiamo tutti bene: qui la situazione è sotto controllo ed è più tranquilla rispetto ad altre aree del Paese. San Paolo e Rio de Janeiro sono le città in cui c’è la situazione peggiore: lì tante persone sono state contagiate e ci sono stati tanti morti. La gente si sta comportando bene a Brasilia restando a casa: tante persone stanno facendo la quarantena per evitare che il virus si diffonda, è la cosa giusta da fare in questo momento.

Quale è stato il segreto delle sue vittorie da calciatore?
In tutte le squadre in cui ho giocato la gente apprezzava il fatto che fossi un leader. Penso che questo spirito vincente debba contraddistinguere anche un allenatore: la gente e la mia famiglia sostengono che io abbia le caratteristiche giuste per farlo, nella mia testa c’è questo desiderio. Ho giocato per tanti allenatori in Germania, in Italia e nella Nazionale brasiliana: ho imparato tante cose grazie a loro.

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