Carboni l’architetto: “Ristrutturo stadi, il prossimo l’Azteca. Cuper mi voleva all’Inter ma ho rifiutato. Ho provato a portare CR7 al Valencia. Messi è stufo della società…”

Giocatori si nasce, ‘architetti’ si diventa. Oggi Amedeo Carboni ha 55 anni, vive da 23 sotto il sole della Spagna e ha cambiato tante cose senza mettere da parte l’amore per il calcio: quello che lo ha portato da Arezzo a Roma fino a Valencia, dove ha scoperto il senso della sua vita

di Simone Lo Giudice

Valencia, Cuper e l’Inter

Ci sono viaggi che sono semplici parentesi e altri che hanno i contorni di una finestra che dà su un altro mondo. Finite le stagioni romane, scelta Valencia come meta, nel 1997 Amedeo Carboni ha messo dentro la sua valigia tante cose: curiosità e ambizione, tanto entusiasmo e quel sano atteggiamento di apertura che ogni viaggiatore dovrebbe avere nei confronti di una nuova avventura. In questa storia però non è mancato il dolore: quello provato per le due finali di Champions perse all’inizio del Duemila. Nel 2006 Carboni si è tolto la maglietta e ha cominciato a indossare la giacca sempre per il bene del Valencia: così ha sfiorato il colpo del secolo riuscito alla Juve due estati fa. Oggi Carboni non è più sul campo, ma non ha smesso di girare intorno agli stadi di tutto il mondo. Un’altra avventura partita dalla sua Valencia.

Amedeo, che momento sta vivendo? 
Vivo a Barcellona quasi da 3 anni, ho trascorso qui il periodo di lockdown: spero che l’emergenza sanitaria non ritorni, la situazione non è bella… Oggi sono socio di MolcaWorld, una società che si occupa di marketing per grandi aziende come Bayer, Ferrari, Heineken. Siamo originari di un paesino vicino Valencia e 5-6 anni fa la prima squadra di calcio della città ha chiesto una mano ai nostri architetti per ricostruire lo stadio: così abbiamo modernizzato il Mestalla, dall’esterno dello stadio ai seggiolini fino agli spogliatoi. Poi abbiamo lavorato per il Siviglia, il Betis, il Malaga, il Levante, l’Atletico Madrid, il Celta Vigo e la Real Sociedad. La Liga ci ha preso come punto di riferimento per ristrutturare gli stadi considerati i nostri numeri e i nostri ritorni economici. Con l’esperienza di Valencia è cominciato tutto.

Che effetto le ha fatto ammodernare lo stadio che è stato casa sua da calciatore?
Devo ammettere che adesso è più bello e un po’ più inglese. Al Mestalla il campo è vicinissimo agli spalti, non ci sono barriere come in tutti gli impianti spagnoli. La capienza è di 53mila posti, è uno degli stadi più belli d’Europa: per questa ragione è stato scelto spesso per ospitare le finali delle coppe. Questa nuova attività mi permette di parlare coi presidenti, vedere i campi e i giocatori. Abbiamo fatto un colpo da novanta firmando l’accordo per ammodernare l’Atzeca in Messico in vista del Mondiale 2026. Sono stato lì diverse volte: ho seguito gli allenamenti del Tigre e ho rivisto tanti giocatori che militavano in Spagna. Mi piace avere un database di tutti i calciatori, è una cosa che mi diverte.

La sua storia sportiva è cambiata in positivo quando lei ha lasciato l’Italia per la Spagna…
Ho avuto la fortuna di ritrovarmi nel pieno del boom economico, sociale e sportivo della Spagna. Sono arrivato qui nel ’97 quando stava esplodendo tutto in positivo. Dopo di me sono arrivati grandissimi giocatori come Figo e Zidane. La Spagna godeva del famoso sgravio fiscale per gli stranieri: questo ha spinto a venire qui altri calciatori come Ronaldo il Fenomeno e Kakà. Sono arrivato al momento giusto: Valencia è stata la città che ha beneficiato più delle altre di questo boom economico, sociale e sportivo. I 9 anni in cui ho indossato la maglia del Valencia sono considerati i più importanti della storia del club.

Bruciano ancora le due finali di Champions perse?
Bruciano eccome, specialmente la seconda perché eravamo convinti di poter fare bene. Alla prima contro il Real eravamo arrivati impreparati: non tirammo mai in porta. Ero squalificato e arrabbiato: avevo già 35-36 anni e mi chiedevo quando mai sarei tornato in finale di Champions col Valencia. Quell’anno eravamo un po’ come l’Atalanta, la Cenerentola del torneo e nessuno ci prendeva sul serio. La stagione successiva contro il Bayern a San Siro invece tutti si aspettavano grandi cose da noi e per questa ragione è stato ancora più bello: quella Champions è stata stratosferica.

Che rapporto aveva con Cuper?
Cuper era il miglior italiano che ci potesse essere in Spagna. Era un finto burbero: uno sempre zitto che si teneva tutto dentro, ma aveva un cuore grande. C’era un rapporto speciale tra noi: io ero un po’ il vecchio della squadra e lui mi vedeva sempre come un punto di riferimento. Poi avevo la sua stessa mentalità: facevamo difesa e contropiede. Cuper era una persona squisita ma un po’ sfortunata: non so nemmeno quante finali abbia perso…

È vero che voleva portarla all’Inter?
Sì, sono stato io a rifiutare. Non l’ho fatto perché non volevo andare all’Inter. Dissi al mister: “Lei va a Milano e porta un giocatore di 36 anni? Così la cacciano dopo un mese!”. Il giorno dopo la sconfitta del 5 maggio 2002 con Gresko titolare a sinistra mi chiamò e mi disse: “Sei contento? Mi hai fatto perdere un campionato perché non sei venuto all’Inter!”. Io gli dissi che non c’entravo niente… Andare a Milano sarebbe stato insensato per me: non volevo tornare in Italia a 36 anni dopo essermene andato via.

 

Lei ha avuto Benitez a Valencia ed è stato suo collaboratore ai tempi dell’Inter: che cosa non ha funzionato nel 2010?
Rafa è un allenatore un po’ sacchiano: gli piace insegnare calcio ed è bravo a farlo. All’Inter non è andata bene per tanti motivi: la squadra veniva dal Triplete e quell’estate c’era stato il Mondiale che aveva coinvolto tanti brasiliani e argentini e quando siamo partiti in ritiro con la prima squadra eravamo in 13, nessuno di loro era tornato. Avevamo definito con la società tre acquisti importanti: io parlavo coi procuratori, ero l’uomo di fiducia di Rafa e lavoravo con Piero Ausilio e Marco Branca.

Quali giocatori volevate portare all’Inter?
Uno era Sanchez dell’Udinese, poi c’era Mascherano del Barcellona e il terzo obiettivo era un altro bel centrocampista. Erano giocatori di primo livello. Pensavamo che la squadra avesse bisogno di un ricambio dopo aver vinto tre titoli in una sola stagione. Malgrado tutto vincemmo due competizioni: perdemmo la Supercoppa europea con l’Atletico ma conquistammo quella italiana e il Mondiale per Club che l’Inter non aveva mai vinto nella sua storia. Poi Rafa fece un’intervista un po’ aggressiva per spingere il presidente a fare acquisti, Moratti la prese male e così abbiamo trascorso il Natale a casa. Dopo di noi comprarono 11 giocatori, ma pazienza: son cose che succedono.

Lei ha fatto il ds al Valencia e ha provato a comprare Ronaldo: perché è sfumato tutto?
Avevamo trovato le risorse economiche per prenderlo: avevamo preso accordi con la Nike e con la Coca Cola, gli sponsor del giocatore. Ronaldo all’epoca guadagnava già 10 milioni netti all’anno: un sacco di soldi per un club come il Valencia. Era il periodo in cui aveva litigato col Manchester United, non aveva ancora vinto la sua prima Champions League. Io parlavo col procuratore Jorge Mendes. Nel 2006-07 il Valencia stava vivendo un boom, c’era un presidente importante che aveva deciso di fare lo stadio nuovo spendendo quasi 250 milioni. Avevo il suo ‘sì’ per prendere Ronaldo: sarebbe stato un colpo da novanta che avrebbe potuto cambiare la storia del Valencia. Avevo i contratti firmati da Mendes: tra me, Ronaldo e il suo agente non mancava niente. L’affare però non si fece e qualche anno dopo lo prese il Real Madrid. Certi colpi di mercato cambiano la storia, peccato non essere riuscito a portarlo al Valencia.

Che cosa ne pensa delle prime due stagioni di Ronaldo alla Juventus?
Ha fatto molto bene: è un giocatore pazzesco, lui e Messi appartengono ad un’altra generazione, sono di un altro pianeta. Sono due campioni, gli altri sono buoni giocatori se non buonissimi. Nessuno di loro però sa fare 50 gol a stagione per 10 anni consecutivi come hanno fatto Ronaldo e Messi.

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