Benarrivo: “Basta col calcio dopo il crac Parmalat, oggi mi dedico al mattone. Asprilla era pazzo, Cannavaro già un fenomeno. Penso ogni giorno alla finale persa a USA ’94”

Benarrivo: “Basta col calcio dopo il crac Parmalat, oggi mi dedico al mattone. Asprilla era pazzo, Cannavaro già un fenomeno. Penso ogni giorno alla finale persa a USA ’94”

Una vita sulla fascia, defilato rispetto all’azione di gioco, ma sempre pronto a inserirsi per dire la sua. Dopo il ritiro Antonio Benarrivo ha scelto di cambiare completamente vita: l’ex terzino è tornato dove tutto è cominciato e dove oggi spesso ripensa a quello che è stato, mentre la sua Puglia prova a rialzarsi dopo l’emergenza sanitaria

di Simone Lo Giudice

Parma scelta di vita

Da Brindisi a Padova, da Parma a Pasadena: la carriera di Antonio Benarrivo è stata costruita mattone dopo mattone. Ce l’ha fatta col talento, col sudore e le combinazioni giuste del caso. Il suo percorso calcistico somiglia a quello degli altri suoi colleghi che ce l’hanno fatta: è un bel puzzle da incorniciare, appendere in salotto e mostrare con orgoglio. Quello del “Ben” è incompleto: il pezzo mancante è rimasto tra i ciuffi d’erba del Rose Bowl di Pasadena in California, Stati Uniti, il 17 luglio 1994. Quel giorno il sogno azzurro di Benarrivo è sfumato per sempre, quello gialloblù invece è continuato per altri dieci anni agli ordini di grandi allenatori, con futuri campioni del mondo al proprio fianco e l’obiettivo di vincere nuovi trofei stagione dopo stagione. Il crac Parmalat e le conseguenze che ne sono derivate hanno ribaltato il Parma come un calzino e spinto l’ex terzino a rivedere i suoi piani dicendo basta col calcio, il suo più grande amore, onorato ogni giorno della sua lunga ed esaltante carriera.

Antonio, lei si è allontanato dal mondo del calcio: come è successo?
Ho finito di giocare nel 2004: all’epoca avevo già firmato un contratto da dirigente. Poi però c’è stato il crac Parmalat e la nuova società ha portato i suoi uomini, di conseguenza il ‘Ben’ è stato messo da parte nonostante avesse fatto la storia di quella società vincendo tutto quello che c’era da vincere. Non c’è stato più posto per ciò che apparteneva a Tanzi: me compreso. Ho preso la drastica decisione di allontanarmi dal mondo del calcio: mi ero reso conto di essere un numero, non c’era stato rispetto per la storia. Se fosse rimasto Tanzi probabilmente sarei ancora a Parma. Questa cosa mi ha segnato un po’: ero convinto che sarebbe stata rispettata la mia scelta di essere rimasto a Parma a vita.

Lei ha rifiutato offerte di altre squadre in quegli anni?
Ho fatto una scelta di vita: giocavo per una società ambiziosa, avevo scelto di sposare quel progetto. Ero pronto a proseguire da dirigente, ma questa opportunità mi è stata sradicata dal sistema. Quando qualche squadra mi cercava ne parlavo con la famiglia: Tanzi diceva di voler vincere e che non ci sarebbe riuscito se si fosse privato dei migliori. Io gli dicevo di fare di me ciò che voleva. Non me la sono sentita di avere un atteggiamento diverso: ero innamorato di quella squadra e di quella città, mettermi di traverso significava pestarmi i piedi da solo. Ho la coscienza pulita. Sono stato a Parma 13 anni e ho alzato da capitano la Coppa Italia del 2002, l’ultimo trofeo vinto dalla società.

Al Parma ha avuto allenatori come Nevio Scala, Carlo Ancelotti e Alberto Malesani: quale è stato il più importante per lei?
Ho avuto anche Cesare Prandelli e prima ancora Renzo Ulivieri che oggi fa il docente nei corsi Uefa A e Uefa B per diventare allenatore. Ricordo anche Pietro Carmignani che ha fatto il traghettatore dopo Ulivieri e con cui abbiamo vinto la Coppa Italia nel 2002. Ho preso qualcosa da tutti loro. Se devo sceglierne uno dico Nevio Scala perché, oltre ad essere un allenatore, era un amico. Trovare uno che sappia integrarsi in un gruppo così bene come lui non è facile: Nevio ti dava consigli da padre, come tecnico è andato umanamente oltre ogni limite.

Lei è stato allenato da Ancelotti quando era agli inizi e ha segnato un gol decisivo per la sua carriera…
Sono felice di aver segnato quella rete al Vicenza: gli salvò la panchina e fu il trampolino di lancio della sua carriera secondo il mio punto di vista. Nel 1996-97 a dicembre eravamo quartultimi in classifica, dopo la partita di Vicenza non perdemmo più: a fine stagione arrivammo secondi a 2 punti dallo scudetto. La cavalcata di quel Parma fu qualcosa di straordinario, non ricordo squadre in grado di farne una simile.

Quest’anno il Napoli ha sbagliato ad esonerare Ancelotti a metà stagione?
Napoli è una piazza molto difficile, una delle più complicate per allenare. Secondo me Carlo ha fatto bene a Napoli: avere la Juventus di Cristiano Ronaldo come rivale ha complicato le cose. I bianconeri hanno due squadre, Ancelotti non poteva dire la stessa cosa: i campionati si perdono quando mancano i ricambi, il Napoli non ha aveva una rosa profonda, la differenza principale con la Juve è stata questa. A Napoli poi è successo qualcosa che non conosciamo tra società e spogliatoio, il giocattolo si è rotto a stagione in corso ed è andata come è andata.

Malesani ha detto che i social lo hanno rovinato: lei che cosa ne pensa? Che tipo di allenatore era?
Malesani aveva idee di calcio straordinarie. Secondo me ha perso un po’ di umiltà, forse si è esaltato un po’ troppo, penso che abbia peccato leggermente di presunzione. Sul campo però ha idee per la fase offensiva che pochi altri allenatori hanno. Sono stato allenato da lui alla fine degli Anni ’90 e considero il suo modo di fare calcio ancora attuale. Nelle partite di oggi rivedo i movimenti che ci faceva fare lui: da allora ad oggi sono passati tantissimi anni. Malesani avrebbe potuto dare davvero tanto al calcio italiano, mi è dispiaciuto molto che sia uscito dal giro.

Lei al Parma ha avuto tanti compagni stranieri: chi era il più pazzo?
Il più pazzo era Tino Asprilla: appena arrivato era timidissimo, andava sotto la doccia quando tutti la avevano finita perché si vergognava. Quando è entrato nel sistema si è dimostrato ciò che era: un pazzo, ma un pazzo positivo. Ogni tanto aveva qualche disavventura con la macchina, ai calciatori sudamericani capita spesso. Oggi Tino sponsorizza un’azienda di profilattici: è il proprietario da quello che ho capito.

Chi invece ha reso meno del previsto?
Hristo Stoichkov: è rimasto da noi solo per un anno perché non si è adattato. Veniva dal Barcellona, forse al Parma ha vissuto una situazione completamente nuova per lui, forse aveva bisogno di una platea molto più grande per esplodere. Però ti posso assicurare che era troppo forte, Stoichkov aveva un talento strepitoso ed era in grado di vincere certe partite da solo. Peccato che a Parma non sia riuscito ad esprimersi.

Lei ha giocato col primissimo Buffon: che ricordo ha?
Buffon è nato coi guanti, ha fatto il portiere da quando era ragazzino. Al giovedì quando facevamo le partite tra prima squadra e Primavera con cui Gigi veniva a giocare anche se faceva parte degli Allievi. Allora era possibile vedere già tutte le sue qualità, faceva cose che vedevi fare ai grandi portieri. Come ogni ragazzino era incosciente e si buttava dappertutto in maniera pericolosa, ma i suoi interventi erano risolutivi. La sua grande forza è stata l’incoscienza. Fino a poco fa l’ho visto fare interventi con cui rischia di farsi male, Buffon è rimasto quel giocatore.

Lei era compagno di camera di Fabio Cannavaro a Parma: che cosa ricorda?
Quando Cannavaro è arrivato a Parma c’era Ancelotti. Fabio era un centrale difensivo, ma Carlo lo faceva giocare come terzino sinistro sulla mia corsia. Quel Parma aveva due giocatori per ogni ruolo e Ancelotti aveva battezzato Cannavaro così: allora Carlo non ci aveva visto bene perché avevamo il centrale difensivo più forte di tutti. In quella squadra però c’era tanta concorrenza: Apolloni, Ferdinando Couto e Sensini. Questa cosa avrebbe portato qualsiasi allenatore a mettere da parte un ragazzino tra virgolette come Cannavaro. Non ho mai visto un altro giocatore come Fabio per tempismo, scelta di tempo e senso dell’anticipo: lo dico a 51 anni, io vedo calcio da quando ne avevo 6. Fabio aveva grande elevazione, ma la sua forza era la scelta di tempo, sapeva andare a prendere il pallone nella parte più alta dello slancio. Poi anticipava l’avversario con grande semplicità: sapeva dove l’avversario e il pallone sarebbero finiti. Riusciva a fare 8-9 anticipi a partita. Un fenomeno.

Come contro la Germania in semifinale al Mondiale 2006…
Esatto, quello è Fabio Cannavaro, ma ciò che gli abbiamo visto fare in Germania, a Parma era all’ordine del giorno sia in allenamento che in partita. Cannavaro meritava il Pallone d’Oro: te lo posso assicurare nonostante i suoi amici Totti e Del Piero col sorriso lo punzecchino un po’ per questa cosa. Secondo me quando si vince c’è sempre un motivo. Cannavaro è stato l’uomo giusto al posto giusto, calcisticamente parlando la vita è un puzzle: se riesci a mettere i pezzi nei posti giusti arrivi in alto. Dobbiamo far capire ai genitori di oggi quanto sia difficile diventare calciatori indipendentemente dalle qualità che i loro figli possano avere. Nelle partite di oggi c’è l’allenatore che sta in campo e sugli spalti il padre del ragazzo che dà indicazioni dalla tribuna: è la cosa più sbagliata del mondo. I dati sono preoccupanti: solo un ragazzo ogni 70mila oggi riesce a passare dal settore giovanile al professionismo, nel 2000 ce la faceva uno ogni 30mila. Gli psicologi danno la colpa ai genitori.

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