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Calciatrice danese bloccata al confine con la Svezia: “Mi hanno detto che il mio non è un lavoro…”

MALMO, SWEDEN - APRIL 01: A general view outside the stadium prior to the Second Leg of the UEFA Women's Champions League Quarter Final match between FC Rosengard and FC Bayern Munich at Malmo Idrottsplats on April 01, 2021 in Malmo, Sweden. Sporting stadiums around Sweden remain under strict restrictions due to the Coronavirus Pandemic as Government social distancing laws prohibit fans inside venues resulting in games being played behind closed doors. (Photo by Linnea Rheborg/Getty Images)

In periodo di pandemia, i calciatori hanno le stesse esenzioni dei normali lavoratori per muoversi nel proprio paese e all'estero nel caso la necessità lo richieda. Ma giocare a calcio è un lavoro? Non secondo tutti, come racconta Katrine Veje...

Francesco Cavallini

Fai quel che ami e non lavorerai un giorno in vita tua, dicevano gli antichi. E certamente chi fa il calciatore ad alti livelli dovrebbe rientrare in pieno nell'adagio. Certo, giocare a pallone è una gioia, ma è anche e soprattutto un lavoro, con tanto di contratti, regolamentazioni e tutto ciò che ruota attorno a qualsiasi altra occupazione. In periodo di pandemia, poi,  non è che i calciatori si salvino dai tamponi costanti, anzi, sono controllati con una certa frequenza e in caso di positività subiscono le stesse identiche restrizioni degli altri lavoratori, così come hanno le stesse esenzioni per muoversi nel proprio paese e all'estero nel caso la necessità lo richieda. Ma giocare a calcio è un lavoro?

CONFINE - No, almeno per un poliziotto svedese sulla frontiera tra la Danimarca e la Svezia. A raccontare ad Aftonbladet questa strana storia è Katrine Veje, calciatrice danese della squadra svedese del Rosengård (il quartiere di Malmö in cui è cresciuto Ibra), club 11 volte campione nazionale e anche arrivato ai quarti di finale di Champions League. Come ogni mattina, la calciatrice va a prendere il treno per andare ad allenarsi, con i risultati del test settimanale per il Covid-19 e i documenti che attestano il fatto che è una tesserata del Rosengård. Ma questo non è bastato alle guarde di frontiera, che non la volevano far entrare in Svezia, perchè il suo test è considerato troppo datato e lei viene da un altro paese. E alle proteste, arriva la risposta che non ti aspetti.

LAVORO - "Uno dei poliziotti mi ha detto che fare la calciatrice non è un lavoro e che quindi dovevo tornarmene a casa. Ho cominciato a ridere, perchè pensavo mi stesse prendendo in giro". E invece no. "Non è che in giro mi riconoscano spesso, ma se dico Rosengård lo sanno tutti che è una squadra famosa, che ha fatto anche i quarti di finale di Champions". Per fortuna l'altro poliziotto in servizio spiega al collega che effettivamente sì, fare la calciatrice è un lavoro, e alla fine Katrine Veje può andare ad allenarsi. Ma questo non la rende meno furiosa... "Il mio primo pensiero è stato che a un uomo non sarebbe mai accaduto. Quindi ero molto arrabbiata. Ho anche chiesto il nome del poliziotto per fare reclamo, ma non me lo hanno fornito".  Una storia che dimostra quanto la strada per la parità di genere sia perlomeno complicata...