Burdisso: “Ibra unico, procuratore mai. Resto nel calcio e sogno di vincere la Champions”

Nicolas Burdisso, si gioca come si vive: personaggio schietto l’argentino, uno dalle idee molto chiare. Un futuro nel mondo del calcio da allenatore o dirigente. E il sogno di vincere i pochi titoli che gli sono mancati da allenatore.

di Luigi Pellicone

Si gioca come si vive. Nicolas Burdisso ha smesso da pochissimo e adesso raccoglie le idee. Vuole un futuro nel calcio. Il sogno? Andare a vincere quello che gli è mancato in campo. E trasmettere ai giovani i valori che ne hanno caratterizzato la carriera. Sacrificio, passione, sudore e lealtà.

Cosa fa adesso Nicolas Burdisso?
Sono a Torino, ho aspettato qualche proposta ma non c’è stato niente che mi interessasse. Adesso ho organizzato le idee, sono preparato a questo momento. Escludo la carriera da procuratore. Ho già fatto il corso di allenatore. Mi è arrivata anche qualche proposta a livello dirigenziale. Sto valutando. Adesso devo raccogliere quanto seminato in anni di calcio.

Quale è stato il momento più bello della sua carriera?
Non posso dirne solo uno. Ho giocato i mondiali, ho vinto le Olimpiadi, sono arrivato a squadre come Inter e Roma e ho vinto tutto con il Boca. Sono tutti momenti belli perché ho scelto di vivere questa vita.

(Photo by New Press/Getty Images)
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Il momento più brutto?
Il più brutto invece è l’infortunio al ginocchio. Ero al livello più alto della carriera. Mi è costato la nazionale e la titolarità della Roma. Anche quando ho dovuto smettere di giocare per la malattia di mia figlia.

Si gioca come si vive. Cosa l’ha reso orgoglioso in carriera?
I valori. Non sono cambiati mai. Anzi, con gli anni li ho coltivati. Lavoro, sacrificio, sudore, onestà. A Torino e Genova ho fatto la chioccia a Perin, Sirigu, De Silvestri, è stato bello vedere come sono cambiati in questi anni.

Ha qualche rimpianto?
Mi sarebbe piaciuto vincere un Mondiale con l’Argentina e vincere una Champions, sono gli unici titoli che mi mancano. Vorrà dire che li andrò a vincere in un altro modo. Magari da allenatore, sarebbe bello…

Ha giocato con tante maglie: a chi è rimasto legato fuori dal campo?
All’Inter ho vissuto anni molto belli. Con Samuel, Cambiasso, Milito, Veron, Zanetti, eravamo una bella comunità argentina. A Roma mi sento sempre molto spesso con Daniele De Rossi. In Argentina, però i rapporti sono diversi, ma il calcio è di altri tempi. Più uomini.

 (Photo by NewPress/Getty Images)
(Photo by NewPress/Getty Images)

A proposito di Inter, Derby di Milano molto argentino…
Il Derby di Milano è uno spettacolo del Calcio. Ho giocato a Roma, Torino e Genova. Ho vissuto River-Boca, ma il derby di Milano è diverso. Il derby della Madonnina ha un richiamo internazionale e ha un carico di storia come nessuno. L’ho vissuto a lungo.

Higuain e Icardi: chi marcherebbe dei due?
Difficile, perché quello che non ha uno ce l’ha l’altro. Sono orgoglioso che entrambi siano argentini e siano i bomber dell’Inter e del Milan. Mauro è già un simbolo, un capitano che porta avanti la dinastia argentina all’Inter. Higuain è un calciatore pazzesco. Ha avuto molto coraggio a andare a Milano. Mi godrò la partita.

E guardando all’Albiceleste, cosa manca all’Argentina?
Mancano organizzazione e programmazione. I talenti ci sono. Serve un leader carismatico e un’organizzazione importante in federazione. Spero arrivi il momento per tornare a vincere.

(Photo by Chris McGrath/Getty Images)
(Photo by Chris McGrath/Getty Images)

Lei ha un carattere molto schietto: ha mai avuto problemi con i compagni?
Quando ho avuto dei problemi, li ho sempre risolti in modo molto diretto. Ho sempre avuto un grande rapporto con tutti gli allenatori. Faccio fatica a trovare allenatori scarsi nella mia carriera. Sarebbe un peccato dire che non ho legato con qualcuno. Ci sta. Ma l’importante è che, anche non andando d’accordo, non ho mai portato i problemi fuori dal campo dentro il campo.

Calciatore peggiore da affrontare?
Ibrahimovic, sicuramente. Competitivo al massimo, ogni partita era una sfida. Totti in allenamento si divertiva molto ma in partita era difficile. Meno male che li ho avuti spesso come compagni. Anche Messi, altrimenti sarebbe stato complicato…

Cosa consiglia a un giovane alle prime armi?
Il talento ti aiuta, ma fino a un certo punto. Va aiutato. La capacità di apprendimento è fondamentale. Servono sacrifici per imparare e capire subito l’allenamento, vivere per questa professione.

Cosa consiglia a chi smette?
Si smette di lavorare, ma la vita è appena iniziata. A 37 anni è un peccato non pensare che la vita ricomincia ed è ancora più bella, con possibilità diverse e sempre in campo. Occorre cogliere l’essenza di questa fortuna.

 

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