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Bolzoni story: “Mancini un maestro con i giovani, Conte mi voleva alla Juve. Dybala-Inter matrimonio perfetto”

Una terra dove vino e talento abbondano, una bella stagione che gli ha spalancato di nuovo le porte della Serie A, un Paese dove ha ritrovato motivazioni e sorrisi. Oggi Francesco Bolzoni ha 33 anni e vede il calcio nel suo presente e nel suo futuro

Simone Lo Giudice

Bolzoni story: “Mancini un maestro con i giovani, Conte mi voleva alla Juve. Dybala-Inter matrimonio perfetto”- immagine 3

San Colombano al Lambro dove l'uva e la fatica sono di casa. Qui Francesco Bolzoni è cresciuto prima di spiccare il volo destinazione Milano. Con il tempo ha cambiato ruolo più o meno come un buon vino che, invecchiando, rivela nuovi lati di sé. Mario Balotelli è stato un gran compagno di avventura, Roberto Mancini l'allenatore perfetto per bruciare le tappe prima dell'arrivo di José Mourinho, l'uomo del Triplete vinto l'anno dopo il passaggio di Bolzoni al Genoa in cambio di Diego Milito e Thiago Motta. Antonio Conte al Siena gli ha regalato una seconda giovinezza, invece Paulo Dybala a Palermo magie che fanno ancora brillare gli occhi. Francesco ne ha viste tante e vorrebbe fare altrettanto seduto in panchina. Il segreto sarà ancora lavorare sodo e invecchiare bene. Come fa un buon vino.

Francesco, lei è ripartito dalla Svizzera dopo l'esperienza al Bari: come si sta trovando?

Dopo sei mesi fuori rosa, avevo voglia di stare più vicino alla mia famiglia. Ho accettato la proposta del Team Ticino Under 21, squadra acquistata dalla nuova proprietà del Lugano. Giochiamo in una serie corrispondente alla vecchia C2 italiana: ci sono tre gironi da 14 squadre, le prime due vanno ai playoff promozione, le ultime due retrocedono. Le cose sono andate bene, sono contento della mia scelta.

Lei è nato a Lodi città che ha sfornato calciatori: è ancora la sua città di riferimento?

No, da una decina di anni vivo a Gallarate in provincia di Varese, la città di mia moglie. Viaggio, faccio avanti e indietro per cinquanta chilometri. In Svizzera si sta bene sul piano calcistico e a livello di vita.

Com'è nata la sua passione per il calcio?

Sono cresciuto a San Colombano al Lambro in provincia di Milano, paese famoso per la festa dell'uva. Mia madre gestiva la famiglia da sola e doveva assicurarsi che io e mia sorella fossimo occupati. Lei ha scelto la danza, io il calcio. Mi è sempre piaciuto. Ho cominciato un anno prima del previsto. Giocavo coi ragazzi nati nell'87'. Sono stato per cinque anni a San Colombano, poi sono andato all'Inter.

Lei è nato attaccante: come è diventato centrocampista?

Facevo la seconda punta. Il cambio in via definitiva è arrivato quando sono passato all'Inter. Ho fatto bene da centrocampista con il mister Roberto Samaden, direttore del settore giovanile nerazzurro.

Che rapporto ha con l'Inter oggi?

La tifo ancora. La maglia nerazzurra mi è rimasta addosso, l'ho indossata per dieci anni. Ho un buon rapporto. Tanti mister che ho avuto sono rimasti in società, alcuni allenano. Piero Ausilio è stato il mio direttore sportivo sia in Primavera che in prima squadra. Per me l'Inter resta la mia seconda famiglia.

Lei ha giocato con Mario Balotelli e Leonardo Bonucci con la Primavera nerazzurra nella stagione 2006-07: che cosa ricorda di entrambi?

Mario ne combinava una al giorno, ma aveva spunti unici. Arrivava dagli Allievi Nazionali con grande umiltà. Al secondo anno ha fatto la differenza. Io e Balotelli eravamo sempre insieme anche in prima squadra. Leonardo era un tipo risoluto con molta personalità: questo lo ha aiutato ad arrivare in alto.

Che tipo di rapporto c'era tra Mario Balotelli e Roberto Mancini?

Il Mancio era innamorato di Mario, lo vedeva tantissimo. Tra di loro c'è sempre stato rapporto simile a quello tra padre e figlio. Il mister faceva in modo che Mario restasse dentro le righe e che sbagliasse il meno possibile. Balotelli è cresciuto tantissimo per merito di Mancini.

Secondo lei Mario avrebbe potuto fare qualcosa in più nella sua carriera?

Ha giocato in grandi squadre. Forse avrebbe potuto incidere di più negli anni al Manchester City in Inghilterra. In Italia Balotelli ha lasciato il segno quasi sempre, a parte nell'ultimo anno al Milan.

Come si trovava lei con Mancini?

Due mesi dopo il mio arrivo in Primavera dagli Allievi Nazionali mi sono trovato catapultato nell'Inter dei grandi. Ricordo che Mancini è venuto a seguire un derby: gli hanno chiesto chi volesse portare in prima squadra, ha risposto Bolzoni. Ho avuto un buon rapporto col Mancio perché mi faceva giocare. Al secondo anno ho fatto sette presenze tra Coppa Italia e Champions League e quasi tutte da titolare.

Qual è la qualità più grande del mister?

Dà fiducia quando non te lo aspetti. Non gli interessa se sei un giovane oppure un vecchio del gruppo. Se crede in te, ti butta nella mischia. Mi allenavo coi più grandi, avevo solo 17 anni e non era semplice. Ricordo la semifinale di andata in Coppa Italia contro la Lazio: Luis Figo si fa male dopo 20 minuti, Mancio aveva una panchina strepitosa, nonostante questo sceglie di mandare me in campo sullo 0-0. In quei momenti senti la fiducia del tuo allenatore e ti scatta qualcosa dentro.

Come è andata con José Mourinho invece?

Mi ha parlato alla festa Primavera quando è arrivato all'Inter nel 2008. Ha detto che sarei rimasto in prima squadra, poi però non mi ha dimostrato la fiducia che mi aveva dato Mancini. C'era già grande concorrenza a centrocampo. Con l'acquisto di  Sulley Muntari per me lo spazio si è ridotto ancora di più. Mou ha un approccio diverso rispetto a Mancini, lavora con le parole per stabilire un rapporto. Roberto è più diretto, mi ha trattato da adulto. Mou accettava i miei sbagli perché ero un giovane.

E Zlatan Ibrahimovic come interagiva con i più giovani?

Era un professionista pazzesco. Arrivava al campo due ore prima e se ne andava via per ultimo. Stava attentissimo alla dieta. Non ci calcolava molto, però non ci massacrava nemmeno. Ogni tanto qualche portiere della Primavera ci andava di mezzo quando ci allenavamo con i più grandi. Ibra gli diceva: "Oh, vado io in porta se non sei capace!". Se facevi le cose per bene Zlatan non rompeva le scatole.

L'Inter 2008-09 era già pronta per vincere il Triplete?

C'erano 20 calciatori di primissimo livello che oggi a trent'anni giocherebbero in qualsiasi top club. Al mio arrivo in prima squadra c'erano Adriano, Zlatan Ibrahimovic, Alvaro Recoba, Julio Cruz, Hernan Crespo, poi è arrivato David Suazo. Remavano dalla stessa parte. Cruz segnava da subentrato. Suazo ha fatto 20 gol giocando sì e no. È bastato cambiare qualche pedina per vincere. Mou ci è riuscito così.

Ha il rimpianto di essere andato via nell'anno sbagliato?

Non ho mai pensato di restare. Sapevo che l'Inter avrebbe rivinto lo scudetto, non potevo immaginare il Triplete. Ho buttato via la stagione 2009-10, non sono riuscito ad andare via perché Mourinho non voleva. Restare un altro anno avrebbe significato rallentare tutto. Sono contento di non essere rimasto. Sono andato al Genoa nell'affare che ha portato Diego Milito e Thiago Motta a Milano.

Qual è stato il suo momento più bello all'Inter?

A livello giovanile la vittoria del campionato Primavera nel 2006-07 arrivata in maniera inaspettata contro la Juve di Sebastian Giovinco, Davide Lanzafame e Paolo De Ceglie. Con la prima squadra l'esordio in Champions contro il PSV nel 2007: espulso Cristian Chivu, Mancio mi ha messo in campo.