Bojinov: “Nel 2006 a un passo dall’Inter, Mou mi ha dedicato la Champions. Il segreto di Nedved? Le caramelle. Vorrei chiudere a Lecce e poi….”

Bojinov: “Nel 2006 a un passo dall’Inter, Mou mi ha dedicato la Champions. Il segreto di Nedved? Le caramelle. Vorrei chiudere a Lecce e poi….”

Trentatré anni e non sentirli: oggi Valeri Bojinov corre e suda come un ragazzino nella sua Bulgaria aspettando la chiamata giusta magari proprio dall’Italia, la seconda casa dove ha lasciato tanti amici e dove sogna di costruire anche la seconda vita quando si sfilerà via gli scarpini

di Simone Lo Giudice

Nedved e Mourinho

Come è nata la trattativa con la Juventus?
Ero in vacanza in Bulgaria, Corvino mi ha chiamato per chiedermi se volessi andare alla Juve: io scherzando gli ho chiesto se ci sarei andato davvero. Il direttore mi ha detto che la squadra era finita in B per Calciopoli, ma non mi importava: la Juve è la Juve. Sarei stato il primo bulgaro a giocare coi bianconeri. Ricordo il mio primo giorno: basta entrare dentro quegli spogliatoi per sentire un’aria speciale. Alla Juve conta solo vincere, si parlava solo di questo vedendo le foto coi trofei e tutti quegli scudetti. In quella squadra c’erano campioni come Nedved, Ibrahimovic, Camoranesi, Del Piero e Buffon. Io volevo giocare col numero nove: Ibra mi ha detto che se fosse andato via lui me lo avrebbe lasciato e che sarei andato in camera con Pavel. Ibra non voleva restare in B ed era pronto a passare al Milan o all’Inter: era molto scherzoso, affascinante e simpatico, poi diceva sempre tutto quello che pensava.

Come è stato il suo rapporto con Nedved?
I miei compagni squadra alla Juve erano miei idoli: gli avevo fatto da raccattapalle a Lecce e avevo giocato contro di loro a Firenze. Per me essere lì è stata una grandissima esperienza: alla Juve ho imparato come allenarmi, come vivere e come mangiare. Dopo l’addio di Ibra sono andato in stanza con Nedved e siamo stati sempre più vicini. Seguivo i suoi consigli. Non ho mai visto un giocatore così: prima di andare all’allenamento si allenava e lo faceva anche dopo la seduta. D’estate andava in barca con sua moglie e aveva un tapis roulant a bordo per tenersi in forma. Pavel non si riteneva un grande giocatore: sosteneva che le sue qualità migliori fossero la corsa e il carattere. Ibra scherzava sempre con Pavel: una volta gli ha detto che se avesse avuto i suoi colpi avrebbe vinto venti Palloni d’Oro.

Una sera Pavel le ha fatto realizzare un sogno…
Mi considerava un po’ suo figlio in un certo senso. Mi prestava anche la sua auto per andare a Milano dato che io ne avevo una con appena due posti. C’era un grande rapporto tra noi. Lui abitava fuori Torino circondato dai campi da golf vicino alla residenza di Agnelli. Una sera mi ha invitato a mangiare a casa sua e mi ha fatto sollevare il Pallone d’Oro: io lo avevo visto dal vivo solo una volta, quando Shevchenko lo avevo mostrato a San Siro nel 2004. Pensavo che pesasse poco. Nedved mi ha detto che quando i giocatori “pesanti” ricevono un premio deve essere pesante.

Che cosa ricorda dei weekend con Nedved?
Ogni sabato sera Pavel mangiava le caramelle gelée Haribo prima di andare a letto: ne faceva fuori due pacchetti. Diceva che gli davano l’energia che gli sarebbe servita il giorno dopo. Pavel aveva un fisico bestiale con addominali scolpiti: era asciutto, non c’era un filo di grasso. Mi diceva che io ero pazzo perché mangiavo la pasta col pane: a me piaceva fare la scarpetta a tavola. Oggi sono uscito dal giro e mi vergogno di chiamarlo e di cercarlo. Conosco tante persone in Italia, giocatori e procuratori, ma non ho mai chiesto favori a nessuno. Sono abituato a guadagnarmi tutto da solo.

Lei ha conosciuto anche Mourinho ai tempi dell’Inter…
È nato tutto in occasione di Parma-Milan nel marzo 2010: allora rossoneri e nerazzurri si giocavano lo scudetto. Non ero partito titolare, Guidolin mi aveva fatto entrare a un quarto d’ora dalla fine: all’86’ ripartiamo in contropiede, Marrone tira in porta, Abbiati para, io mi butto sulla respinta e faccio gol con tap-in e vinciamo 1-0. Nel post-partita mi avevo chiesto a chi volessi dedicare quella rete: ho risposto a Mourinho e all’Inter.

Come era nata quella dedica?
Quell’anno ero andato a vedere l’Inter con Daniele Galloppa che è un grande tifoso nerazzurro. Mi piaceva Mourinho come personaggio e mi piace la squadra col tridente Eto’o-Milito-Pandev e Sneijder. Galloppa aveva chiesto di andare a vedere Inter-Chelsea agli ottavi di finale di Champions: avevamo trovato i biglietti vicino alla Curva Nord, la squadra di Mou aveva vinto 2-1 e mi aveva impressionato. Due settimane dopo abbiamo giocato contro il Milan e ho dedicato la mia rete al portoghese e all’Inter. Il giorno dopo ho ricevuto la telefonata di Josè Mourinho. Pensavo fosse uno scherzo e ho chiuso il telefono. Mi ha chiamato di nuovo, ho riattaccato ancora. Poi ho ricevuto la chiamata del team manager dell’Inter: mi ha detto che Mourinho voleva parlare con me.

E Mou che cosa le ha detto?
Mi aveva chiamato per ringraziarmi perché avevo dedicato il mio gol a lui e all’Inter e per farmi i complimenti. Mi aveva detto di segnarmi il suo numero di telefono e di andarlo a trovare a casa sua a Como. Io però non sono un ragazzo che se ne approfitta e non ci sono mai andato. Qualche giornata dopo ho segnato alla Fiorentina e mi è arrivato un altro messaggio: “Complimenti per il gol, sei un grande. José Mourinho”. Quando l’Inter ha vinto la Champions nel 2010, Mourinho mi ha scritto: “Questa vittoria è anche tua”. Dopo la finale col Bayern mi ha chiamato e ci siamo sentiti.

Mou aveva in mente grandi cose per lei…
Al primo anno al Parma nel 2009-10 ero in prestito dal Manchester City. Mourinho mi aveva chiesto quale fosse la mia situazione e che procuratore avessi: voleva presentarmi Jorge Mendes. Io l’ho ringraziato per il pensiero, ma ci tenevo a restare col mio procuratore Jerry Palomba. Mou mi aveva detto che sarei potuto andare al Porto. Io non me la sono sentita di lasciare le persone con cui ero cresciuto e diventato calciatore.

Fuori dall’Italia quale è stata l’esperienza che le è piaciuta di più? Quale invece l’ha delusa?
In Serbia al Partizan Belgrado sono stato molto bene: anche se il livello del campionato è basso, ho giocato in una grande squadra. Lì c’era una tifoseria molto appassionata. Mi piace tanto Belgrado: ho comprato tre case lì. Lì ho conosciuto anche Stankovic. Sono stato un anno e mezzo a Belgrado vincendo la Coppa di Serbia, ma non il campionato perché mi sono trasferito in Cina.

Per quale ragione si è trasferito nella Serie B cinese?
Ci sono andato per soldi. È stata un’esperienza bella, ma difficile. Ho giocato per una squadra neopromossa, il livello però era molto basso. Gli avversari non mi davano gli stimoli giusti. Era tutto diverso rispetto a come ero abituato io. Noi ci allenavamo alle quattro del pomeriggio con 40 gradi e umidità del 100%. Guadagnavo tanti soldi, ma non c’è l’ho fatta. Per me è importante divertirmi nello spogliatoio e quando scendo in campo. Poi nessuno parlava inglese: per ordinare qualcosa dovevo usare Google. Avevo un contratto di 10 mesi, dopo 5 non ce l’ho fatta più.

Quali sono i suoi progetti dopo il calcio giocato? Che cosa vuole fare nella sua seconda vita?
Al momento vorrei continuare a giocare, ma non so dove. Spero di avere un’altra possibilità. Poi vorrei iscrivermi al master di allenatore per provare a conoscere  un altro mondo. Potrei fare il direttore sportivo oppure il procuratore: non lo so ancora al momento. Sicuramente non uscirò dal mondo del calcio. Vorrei lavorare in Italia perché la gente ti rispetta e ti apprezza. In Bulgaria invece c’è un po’ di gelosia, le persone famose non piacciono. Mi dispiace perché io sono bulgaro e amo la Bulgaria però certe cose devono cambiare: spero che un domani questo possa accadere.

Sente qualche suo ex compagno?
Vucinic: quando lo chiamo mi dice di non rompergli le scatole perché sta giocando a golf, lui ne va matto. Mirko ha smesso col calcio e dice che io sono pazzo perché a 33 anni voglio ancora giocare. Io gli dico sempre che non so fare altro nella mia vita. Voglio giocare finché sarà possibile perché è una cosa che amo. Mi sto allenando in Bulgaria con tanti giovani che mi chiedono come faccio ad avere ancora così tanta voglia di allenarmi. Ho 33 anni, ma dentro mi sento un ragazzino. Per mantenere certi livelli devi combattere con te stesso ed essere un esempio per tutti quanti.

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