Senti Bernardeschi e pensi a Felipe Anderson

Di Marco Piccari. La differenza tra un campione e un buon giocatore, la differenza tra chi ha piedi e testa e chi ha solo piedi. La differenza tra Bernardeschi e Felipe Anderson.

di Marco Piccari

Rispetto le decisioni del mister, gioco in un grande club e con grandi giocatori.Non è un extra-terreste a parlare così, ma Federico Bernardeschi. Sì proprio lui, quello che contro la Fiorentina ha dipinto un affresco su calcio di punizione. I fischi del Franchi e la pressione di giocare in una grande squadra non hanno impedito al talento italiano di lasciare una firma importante in un incontro che potrebbe essere determinante nella corsa scudetto dei bianconeri.

Lui, ragazzo semplice e sorridente, presentato come uno dei migliori talenti tricolori, non ha mai reclamato il posto e non si e mai depresso per le panchine. L’ex viola ha lavorato in silenzio e con il giusto spirito ha sfruttato ogni occasione per catturare l’attenzione del mister Allegri.  Quattro gol in campionato, 5 presenze da titolare e 11 ingressi dalla panchina, ma il suo sguardo è sempre stato vivo. E del resto quelle parole,  rispetto le decisioni del mister sono là a testimoniare la forza di un ragazzo talentuoso e determinato con tanta voglia di esplodere definitivamente: forte con i piedi e nella testa. 

Tutto il contrario di Felipe Anderson, brasiliano della Lazio, forte con i piedi, ma debole nella testa e con uno sguardo malinconico che non ti aspetti di vedere in un ragazzo di 24 anni. Arrivato alla Lazio nel 2013, l’ex Santos è sempre stato accompagnato da ottimi giudizi. La tecnica non gli è mai mancata, ma questo suo talento è spesso ingabbiato da un atteggiamento cupo, che impedisce a questa stella di brillare. In Italia si è visto nel suo splendore nella stagione 2014-15 sotto la guida di Pioli. Anzi, ad essere sinceri si è visto in quel campionato per quattro mesi, con colpi e numeri da capogiro, accompagnati da un leggero sorriso nel suo volto.

Quattro mesi di gol e assist che hanno portato a paragoni eccessivi. È il nuovo Cristiano Ronaldo, ha affermato qualcuno, è un fenomeno, ha urlato qualcun altro. Tanti commenti positivi, forse troppi. Infatti, appena il suo rendimento è calato, il brasiliano è tornato ad incupirsi spegnendo nuovamente il suo talento. Nel frattempo sulla panchina della Lazio ha cominciato a splendere il talento del tecnico Simone Inzaghi, che chiedeva al ragazzo sacrificio, corsa e determinazione. Ma Felipe Anderson in campo, fatta eccezione per qualche rara giocata, ha spesso mostrato un atteggiamento svogliato e triste, come quei bambini che quando non ricevono il pallone non vogliono più giocare. Peccato!!!

Nella stagione attuale, dove la Lazio ha viaggiato ad alta quota, Felipe Anderson, a causa di un infortunio, ha inciso poco e niente. Le nove presenze, di cui una sola da titolare, dimostrano la sua scarsa influenza nel cammino della squadra. E allora lui che fa? Poco, verrebbe da rispondere, anzi tanto visto sotto un altro punto di vista. Il tecnico lo manda in campo contro il Genoa in un momento di difficoltà della squadra, chiedendogli sacrificio e corsa, ma lui entra in campo morbido e svogliato. Un atteggiamento fastidioso che poi a fine gara ha portato tensione con il tecnico e il gruppo.

Tutto il contrario di Bernardeschi che, nonostante le panchine, sorridendo e lavorando ha sempre rispettato le decisioni del mister. Un campione lo si vede da questo e non dai numeri e dalle giocate che arrivano ed evaporano nel giro di pochi mesi. La differenza tra un campione e un buon giocatore, la differenza tra chi ha testa e solo piedi, la differenza tra Bernardeschi e Felipe Anderson. Il primo è un talento accompagnato da maturità e sorriso, il secondo è solo un talento triste. Il primo è destinato ad esplodere come tanti grandi del passato, il secondo invece corre il rischio di perdersi come tanti campioni solamente presunti.   

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