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Argentina, le discese ardite di un popolo che non sa più vincere

Di Ignazio Castellucci. Il Mondiale agonico dell'Argentina rappresenta lo specchio di un paese in difficolta? L'albiceleste è frutto di scelte sbagliate?

Redazione Il Posticipo

Abbiamo assistito esterrefatti al perfetto assist di Caballero a Rebic; e poi al capolavoro di Modric, che ha infilato un perfetto 2-0 stroncando un piccolissimo sussulto della Albiceleste alla ricerca di un fortunoso pareggio. E infine al terzo e definitivo centro di Rakitic nel recupero, che – senza nulla togliere ai bravissimi croati – ha sentenziato l’inesistenza della nazionale argentina, e del suo capitano. Abbiamo assistito allo show triste di un esterrefatto Diego Maradona, sugli spalti di Nizhniy Novgorod mentre tutto ciò accadeva. L’identità argentina di chi scrive ha ricevuto un duro colpo; e così, immaginiamo, quella dei milioni di italiani d’Argentina, e degli argentini d’Italia: fino a ieri ci sentivamo tutti, nonostante la dolorosa eliminazione degli Azzurri, ancora a pieno titolo nella kermesse mondiale – qualche dubbio in verità lo avevamo già avuto dopo l’incontro con l’Islanda. Ora, invece, facciamo i conti per vedere se ancora avremo qualche residua chance di passare agli ottavi.

SAMPAOLI - La nazionale argentina è parsa totalmente allo sbando, priva di struttura, di idee,  di una guida efficace (il povero Sampaoli ha dato, col suo fare isterico, uno spettacolo pietoso); di uno spogliatoio sereno e coeso, specie nei rapporti tra atleti e CT. L’Argentina è parsa, ancora una volta, priva di quel Messi che chiaramente non funziona come dovrebbe quando gioca con l’Albiceleste. Leo Messi è nato per caso in Argentina, ha un talento sconfinato, ma ha lasciato il paese giovanissimo ed è cresciuto calcisticamente e umanamente in Spagna, paese cui deve tutto. Tre finali perse, rigori decisivi sbagliati; abbiamo anche visto il suo atteggiamento durante l’esecuzione dell’inno nazionale. Senza drammi, va preso atto del suo problema psicologico nel vestire la casacca albiceleste.

GLORIE - Le glorie dell’Argentina che fu hanno preso posizioni dure verso questa nazionale: il suo CT, la Federazione. Maradona l’abbiamo visto piangere in mondovisione. Ubaldo Fillol, il portiere di Argentina ’78, ha sottolineato come l’idea che un portiere debba saper giocare con i piedi è una nozione che si sta cercando di introdurre, del tutto erronea; mentre un portiere dovrebbe prima di tutto saper parare”. Mario Kempes (capocannoniere di Argentina ’78) ha parlato della necessità di ripartire da zero, dai vertici della Federazione che ha cambiato 8 tecnici della nazionale in dieci anni. Osvaldo Ardiles (Argentina ’78; molti lo ricordano a fianco a Pelé, tra i calciatori internati in un campo tedesco, nel film Fuga per la vittoria ) ha parlato di “cronaca di una morte annunciata”, segnalando come il patrimonio identitario della nazionale Argentina, costruito soprattutto con le due vittorie mondiali del ’78 e ’86, sia andato completamente distrutto.

ARDILES - E forse Ardiles ha ragione. Il calcio è ormai un fenomeno sportivo e economico globale; in Argentina ancora nascono dei talenti, ma organizzazione e risorse sono ormai altrove; e per fare bene in un Mondiale serve, dietro alla squadra, un sistema-paese che funzioni. Non è un caso che nelle ultime edizioni del Mundial le vittorie europee superino di molto quelle sudamericane, mentre emergono nuove potenze calcistiche anche in altri continenti. Quanto visto fin qui è la dolorosa metafora della sorte di un intero Paese che si è perso, giunto al termine delle rendite di posizione che aveva acquisito nel XX secolo; in crisi di autostima e di fiducia, con un futuro radioso mai realmente vissuto e ormai lasciato alle spalle.

CRISI - Negli anni ’40 del XX secolo l’Argentina era uno dei cinque o sei paesi più ricchi al mondo; negli anni ’70 e primi ’80 ha attraversato oscurità indescrivibili, piombo e sangue, finendo con una guerra iniziata malamente e persa peggio contro l’Inghilterra. In quegli anni di crepuscolo, comunque, il Paese era ancora in grado di vincere almeno un mondiale di calcio (sia pur con un po’ di marmelada peruana, come alcuni ricorderanno); o di impiegare Forze Armate credibili impensierendo non poco una potenza mondiale, anche se nel modo sbagliato e per motivi forse discutibili. Poi sono giunte ulteriori crisi economiche, il default del 2001, la presa d’atto di essere un paese in declino da ogni punto di vista, l’arretramento di tutti gli indici di sviluppo sociale ed economico e la discesa in tutti i ranking mondiali. Per tornare alla metafora militare – che tanto metafora non è, rappresentando una dimensione delle condizioni economiche di un Paese – l’Argentina ha dovuto rinunciare nel 2014 ad avere una componente da caccia nella propria aeronautica militare, dopo aver cannibalizzato e infine terminato i suoi vecchi aerei risalenti agli anni ’70 e nell’impossibilità di acquisirne di nuovi; in anni recenti ha perso navi,  sommergibili (sempre di meno, sempre più obsoleti, poco operativi e tenuti in pessime condizioni) e uomini della Marina per incapacità di gestione e carenza di risorse.

DECLINO - Il declino calcistico argentino è parte del disastro economico e politico del paese; un "autoaffondamento" che dura ormai da decenni e sempre più difficile da nascondere.  Il dolore esistenziale dell’argentino è strutturale; e oggi è particolarmente acuto, anche se non tutto è ancora perduto, numeri alla mano. Per passare agli ottavi non servirebbe un miracolo, basterebbe solo un po’ di immeritata fortuna; e poi una non scontata, certo non in queste condizioni, vittoria con la Nigeria. Il miracolo, se si passa, servirà dopo.