Antonio Filippini: “Noi l’incubo di Ronaldo il Fenomeno, quante liti con Nedved e Davids! Pirlo ha tutto da perdere. Io e mio fratello vogliamo allenare insieme in A”

Nato per correre con le gambe e con la mente. Oggi Antonio Filippini ha 47 anni come il suo fratello gemello Emanuele: insieme inseguono un altro sogno, sempre col pallone tra i piedi, lungo la loro amatissima linea laterale

di Simone Lo Giudice

Mamma Terry, Mazzone e Guardiola

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images for Lega Serie B)

Gemelli diversi per zolla di campo prediletta, identici quando si parla di passioni che fanno battere il cuore e di obiettivi ancora da inseguire. Antonio ed Emanuele Filippini sono stati il più grande incubo dei fenomeni del calcio italiano dei primi Anni Duemila, Ronaldo in primis, e il più grande sogno di mamma Terry. Per lei entrambi hanno sudato fin da piccoli e purtroppo hanno pianto nei mesi scorsi, quelli in cui tanti bresciani hanno perso la vita senza poter salutare nemmeno i loro cari. Chi è rimasto si rimbocca le maniche e lavora sodo per omaggiarne la memoria, come fu per Vittorio Mero, compagno di squadra dei Filippini al Brescia, scomparso 18 anni fa dopo un tragico incidente. Comunque sia: “Baby, we were born to run” per dirla con le parole di Bruce Springsteen, l’idolo incontrastato della ‘coppia’ più famosa del calcio italiano. Antonio non si ferma e sogna, sempre al fianco della sua altra metà Emanuele.

Antonio, dopo il calcio lei ha scelto di allenare: come sta andando la sua nuova carriera?
Alleno da dieci anni: ho iniziato nel settore giovanile del Brescia, poi ho guidato gli adulti in Serie B, in C e in D. Sono stato all’estero col settore giovanile del Milan. Adesso sono in attesa di una nuova squadra.

Lei viene dall’esperienza al Livorno: che cosa ha significato allenare questa squadra?
Livorno è stata la mia seconda casa, è stato anche il club con cui ho giocato più partite dopo il Brescia. Come allenatore della prima squadra ho disputato dieci partite: mi hanno visto lavorare bene sul campo, con una squadra piena di giovani abbiamo giocato buone partite che mi erano valse la riconferma. Purtroppo il presidente Aldo Spinelli ha venduto la società con cui avevo già l’accordo per restare: stavo già preparando la squadra per quest’anno. Chi è arrivato però ha preferito un altro allenatore.

La sospensione del campionato per l’emergenza sanitaria ha influito sulle vostre scelte?
Assolutamente sì! Nel primo periodo abbiamo fatto allenare i giocatori tramite training working da casa: è stato complicato più che difficile, ma mi sono rivelato preparato anche sotto questo punto di vista.

Lei si è emozionato durante il minuto di silenzio di Livorno-Cittadella, suo esordio in B: è successo qualche settimana dopo la scomparsa di vostra madre…
È stata durissima. Ero a Livorno e col lockdown non ci si poteva muovere. Purtroppo mia mamma è stata coinvolta come tanti bresciani in questa pandemia: è stata sfortunata come tante altre persone che in quel momento hanno perso la vita. Mi sono commosso prima di giocare contro il Cittadella. Avrei barattato il mio esordio in Serie B col Livorno con la vita di mia mamma: ho anche pregato, ma non c’è stato niente da fare. Non l’abbiamo nemmeno vista. Il dramma è stato anche questo: che oltre a perderla non abbiamo potuto né vederla né salutarla come meritava e come ci meritavamo.

Che ruolo ha avuto la vostra mamma nella vostra crescita calcistica?
Quando eravamo giovani era la nostra prima tifosa, ma anche la nostra prima allenatrice. Appena arrivavamo a casa ci metteva sotto col mangiare e con la vita sana. Ci ha sempre messo in riga tra virgolette, ma sempre con la buona educazione e senza mai esagerare come fanno i genitori di oggi.

Brescia si sta riprendendo dopo l’emergenza sanitaria?
Sono tornato a Brescia: vivo a Polpenazze del Garda. Noi siamo bresciani e sappiamo rispettare le regole: i contagi sono sempre di meno, speriamo di andare avanti così per evitare una seconda ondata.

Lei ed Emanuele avete giocato al Brescia a lungo: quale stagione non ha mai dimenticato?
Il 2001-02, quando ci siamo salvati vincendo all’ultima giornata contro il Bologna. È stata una stagione difficile, prima di tutto perché avevamo perso il nostro compagno di squadra Vittorio Mero: è stata una tragedia, quando perdi un compagno di squadra è come perdere un fratello. Oltre a giocare a calcio uscivamo insieme a cena: era un ragazzo estroverso come noi. Poi ci sono stati l’infortunio di Baggio, il doping di Guardiola, i problemi di Bachini. È stato fondamentale l’aiuto di Mazzone: era un grandissimo nella gestione del gruppo, grazie a lui siamo riusciti a salvarci dopo un’annata davvero pesante. Il mister non dava molta confidenza ed era molto tranquillo durante la settimana. La domenica però arrivava il fratello gemello: Mazzone si trasformava e diventava un allenatore focoso. Sapeva leggere bene le partite, eravamo pronti a tutto. Con lui ci siamo salvati per tre anni di fila: a Brescia non era mai successo.

Che cosa ha imparato da Mazzone?
La gestione del gruppo e dei singoli giocatori: se c’è qualcosa da dire glielo si dice con la massima tranquillità e con la massima coerenza. Sotto l’aspetto tattico oggi il calcio è cambiato e bisogna essere più propositivi. Io voglio avere in mano la partita anziché darla in mano all’altra squadra.

Come aveva reagito Guardiola al caso di doping? C’è un po’ di Pep nel suo calcio?
Ciò che assumeva in Spagna era regolarissimo, in Italia invece in quel periodo era una sostanza proibita, quell’integratore era stato preso per doping. Guardiola però aveva dimostrato che in Spagna poteva assumerlo senza problemi e per questa ragione è stato assolto. Ho giocato insieme a Pep: io ed Emanuele siamo andati anche a vederlo, abbiamo seguito i suoi allenamenti al Manchester City. Abbiamo appreso tante cose sulla sua metodologia di allenamento, sulle sue idee e sui suoi principi tecnico-tattici.

Come erano gli allenamenti con Baggio e Guardiola?
Ci brillavano gli occhi ogni volta che toccavano la palla, che si parlavano e che ci rendevano partecipi dei loro discorsi. Con l’arrivo di questi due grandi campioni abbiamo alzato il nostro rendimento in campo e siamo migliorati come giocatori. Erano anche umilissimi per cui era facile dargli tutto quello che avevi.

Avete soprannominato Baggio “Cooter”: come mai?
Filippo Galli ci aveva detto a noi bresciani che probabilmente sarebbe arrivato Roberto Baggio. Ci aveva raccomandato di non dirlo a nessuno perché ci stava facendo una confidenza: eravamo in Spagna per un’amichevole. Noi bresciani l’abbiamo soprannominato “Cooter” come il meccanico di Hazzard, il personaggio immaginario di una serie televisiva. Era il nome in codice con cui potevamo parlarne liberamente, sul pullman dicevamo: “Se dovesse arrivare Cooter, mamma mia! Farebbe la differenza”.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy