Anfield: il tempio sacro della religione dei Reds

Anfield: il tempio sacro della religione dei Reds

Si gioca Liverpool-Everton ed il mondo è ancora una volta pronto a rimanere a bocca aperta davanti allo spettacolo di Anfield, uno degli ultimi templi di un calcio che forse non c’è più.

di Redazione Il Posticipo

Esiste un luogo dove il calcio, la passione e la storia vincono sugli affari. Sui proventi, sugli introiti, sulla modernità. Highbury è caduto, il Boleyn Ground lo ha seguito e anche Anfield, per un periodo, non si è sentito troppo bene. Si parlava di addio, di lasciare quel terreno ormai sacro per i tifosi del Liverpool. Per uno stadio più moderno, più consono al ventunesimo secolo. Ma nessuno aveva chiesto il parere a chi sulle tribune ci si sarebbe dovuto sedere. Ecco, appunto, meglio lasciar perdere. Si resta nel Tempio. Al massimo lo si può rimodernare. I Reds nel ventunesimo secolo non ci vogliono entrare, punto e basta. Quasi logico, considerando che esclusi gli exploit in Europa (il miracolo di Istanbul e le coppe del 2001) in Inghilterra non si vince dal 1990.

La Kop, il cuore del cuore di Liverpool

Ma la questione è un’altra. Dentro Anfield c’è una tradizione quasi inenarrabile, che è difficile da spiegare senza aver mai vissuto il brivido di ammirare la partita dalla Kop. Già, la Kop, il settore caldo, il cuore del cuore di Liverpool. Che in realtà si chiamerebbe Spion Kop, dal nome di un’altura in Sudafrica, luogo di una battaglia delle guerre boere di inizio Novecento. Anacronistico, per carità, ma di effetto. L’idea che quei tifosi siano lì dall’alto, pronti ad assalire (figuratamente parlando, s’intende) la squadra avversaria con il loro ruggito. Una curva così iconica che ha dato il nome a tanti altri settori in giro per il mondo, dove probabilmente non sanno nemmeno chi o cosa sia Spion Kop. Ma le leggende mica hanno bisogno di troppe informazioni, no?

You’ll Never Walk Alone

E quando la Kop prima della partita canta, c’è da far sciogliere il cuore. Canta una canzone americana (!), ma che ogni cittadino di Liverpool, forse persino i cugini dell’Everton, ha fatto sua. Una canzone che parla di sofferenza, di forza e di speranza. Perfetta per una città portuale, dove da sempre solo il duro lavoro ha saputo redimere, economicamente parlando, le classi più deboli. La città dei dockers, i portuali, quelli che per anni, secoli, si sono caricati sulle spalle le merci ed il sogno di una vita migliore. Vita migliore che, un paio d’ore (o forse quattro) a settimana regala il Liverpool. Che arriva come il sole alla fine della pioggia e racconta ai Reds che non cammineranno mai soli. You’ll never walk alone. E la dichiarazione d’amore è più che reciproca.

Anfield canta per i morti di Hillsborough

La Kop poi concede il bis. Sempre, anche in trasferta. Al minuto 89. Una cifra che ancora ferisce l’animo della tifoseria. Da quell’anno ci sono due fiamme ad accompagnare il liver bird sullo stemma. Sono per i 96, a Liverpool li chiamano così. Le vittime del disastro di Hillsborough, che appunto nel 1989 hanno convinto la Football Association a dare finalmente un occhiata alle normative sugli stadi, proibendo i posti in piedi. È stato un duro colpo per la Kop, così come per uno dei suoi simboli. Steven Gerrard, che assieme a Bill Shankly, Kevin Keegan e Kenny Dalglish rappresenta forse il gotha della storia dei Reds, a Sheffield ha perso un giovane cugino. Da quel momento, come recita la sua autobiografia, lui gioca per Jon-Paul. E la Kop canta per lui e gli altri. Ogni santa domenica. Una specie di liturgia. Che rende Anfield uno degli ultimi templi di un calcio che forse non c’è più.

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