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Amoroso: “Vendo vestiti e cavi per cellulare. Udine casa mia, potevo andare alla Juve ma Henry…”

Un idolo brasiliano in famiglia, un tridente in Italia che alla lettura suona bene come una filastrocca, un telefono tra le mani per tenersi in contatto sempre con la sua seconda casa. Marcio Amoroso ha 47 anni e ha un sogno per suo figlio Matteo

Simone Lo Giudice

Amoroso: “Vendo vestiti e cavi per cellulare. Udine casa mia, potevo andare alla Juve ma Henry…”- immagine 3

Adattarsi, reinventarsi, ricordarsi sempre dove tutto è cominciato. Oggi Amoroso vive a Campinas nella città del Guaranì, il primo club che ha creduto in lui, a 400 chilometri di distanza da Rio de Janeiro dove abitano i suoi genitori. La famiglia è sempre stata al primo posto per l'ex attaccante brasiliano: un porto sicuro dove tornare e cullare i sogni più difficili da realizzare. Quando aveva 15 anni abitava sotto le tribune dello stadio e sognava Zico, il mito da inseguire che un giorno gli ha aperto persino le porte di Udine. Sono passati vent'anni da "Amoroso, Bierhoff e Poggi son tre punti anche oggi", il coro cantato dai tifosi friulani nei loro anni più belli. Oggi Marcio è uomo che vive di grandi ricordi e nuovi sogni per il futuro. Spera che il prossimo a scrivere la storia con un pallone sia suo figlio Matteo.

Marcio, come sta? Che cosa fa oggi?

Bene! Faccio tantissime cose. Ho una ditta di edilizia e costruzioni, di case e appartamenti. Mi occupo di vestiti: mi figlio maggiore gestisce il nostro marchio Revero che in italiano significa "Vero Re". Facciamo magliette, pantaloncini per uomini. Il mio business principale però è la YouNnect: produciamo caricatori e auricolari per cellulari. C'è molta richiesta perché tutti ne hanno bisogno.

Lei va anche in ditta?

Siamo quattro soci, io e un altro siamo quelli maggioritari. Abbiamo il nostro ufficio a Campinas vicino a San Paolo. A gennaio la nostra gestione ha compiuto un anno. Siamo una delle tre realtà più importanti del Brasile nel nostro settore.

Fa qualcosa legato al calcio?

L'altro mio mestiere importantissimo è seguire mio figlio Matteo che gioca nell'Internacional di Porto Alegre. Ha compiuto 19 anni e ha una clausola contrattuale di 40 milioni di euro per l'estero. È cresciuto all'Udinese: quell'esperienza gli è servita tantissimo quando è venuto a giocare in Brasile. È un ragazzo promettente. È un centrocampista mancino che può fare la mezza punta. Il primo calciatore in famiglia è stato mio zio, poi sono arrivato io, ora c'è Matteo.

Tutto merito di suo zio quindi?

Mio zio José ha giocato nel Botafogo e nel Fluminense. Io ho cominciato a dare i primi calci al pallone in famiglia. Mio nonno era certo che sarei diventato un grande calciatore. I miei genitori sono tifosi del Flamengo. Il mio idolo è sempre stato Zico: vederlo giocare dal vivo al Maracanà è stato stupendo. Ho  voluto fare sempre quello che faceva lui. È impossibile paragonarlo. È stato il calciatore più grande.

Che cosa le ha lasciato la sua infanzia in Brasile?

La mia famiglia è di Rio de Janeiro. Prima della mia nascita si sono spostati a Brasilia dove mio padre ha lavorato nel Senato federale. Sono cresciuto nei club sportivi per soci tra piscine e campetti per giocare a calcio. Sono cresciuto nel settore giovanile del Guaranì, squadra di Campinas. Ci sono arrivato a 15 anni. In prima squadra con Djalminha e Luizão abbiamo formato un tridente fantastico. Sono nati tanti calciatori: Julio Cesar ex difensore della Juve, Evair poi all'Atalanta, João Paulo del Bari, Ricardo Rocha del Real Madrid. Il più grande di tutti però è stato Antonio Careca. Abitavo da solo, vivevo sotto le tribune dello stadio insieme ad altri 47 ragazzini. Il Guaranì è ancora la mia squadra del cuore.

Il 1994 le ha cambiato la vita?

Ho vinto il Pallone d'Oro brasiliano, sono stato la rivelazione del campionato, capocannoniere e miglior giocatore. Ho battuto il record di Ronaldo il Fenomeno: alla mia età lui aveva vinto le stesse cose, ma non era stato capocannoniere. Purtroppo mi sono lesionato gravemente il ginocchio: sono stato costretto ad operarmi e a restare fuori per un anno. Mi è servito molto per il resto della mia carriera.

Com'è nata la trattativa con l'Udinese?

Gino Pozzo era venuto in Brasile prima dell'infortunio. Il presidente del Guaranì gli aveva chiesto dieci milioni di dollari, ma l'Udinese non aveva quei soldi nel 1994. Gino ha preso tempo. Mi sono infortunato, così sono costato tre milioni e mezzo. Potevo andare al Barcellona allo stesso prezzo, ma io ho preferito l'Udinese. Pozzo ha fatto una scommessa e l'ha vinta. Poi mi ha venduto per 40 milioni di euro al Parma.

Com'è stato l'impatto con Udine e con l'Italia?

Mi sono adattato subito. Zico mi ha messo in contatto con Alessandro Scarbolo e Michele De Sabata, presidenti del club fondato in suo onore. Gli aveva raccomandato di darmi una mano. Sono stati due fratelli. Mi ha aiutato tantissimo anche Franco Causio: il "Barone" è stato il mio allenatore personale.

E Alessandro Calori?

Ho stretto un grande legame con lui e con Paolo Poggi, Valerio Bertotto e Fabio Rossitto. C'era una bella amicizia. Calori è stato il capitano ideale per me. Un giorno mi ha detto che dovevo cambiare mentalità perché non ero più in Brasile e che in Italia solo i più forti riuscivano a giocare. Mi ha preso per il collo prima della gara con la Fiorentina nel 1996: poi ho fatto due gol, abbiamo vinto ed è nato Amoroso.

Com'è stato lavorare con Alberto Zaccheroni e Francesco Guidolin?

All'inizio ho incontrato qualche difficoltà, ma Zaccheroni sapeva che potevo cambiare le partite. Il mister mi ha detto che dovevo giocare in attacco, non a centrocampo. Saltavo bene di testa, vincevo l'uno contro uno, potevo essere micidiale negli ultimi 15 metri. Quando è arrivato Guidolin avevo già l'esperienza dei due anni con Zaccheroni ed è stato tutto più facile per me.

Nel 1998-99 lei ha vinto la classifica marcatori in Serie A: come ha fatto?

Avevo al massimo una-due occasioni a partita, se mi capitava mezza opportunità dovevo buttarla dentro. Quell'anno ha cambiato la mia vita. Ho segnato 22 gol in 33 partite e ho vinto davanti a tanti mostri sacri: Gabriel Batistuta e Oliver Bierhoff, Marco Delvecchio e Filippo Inzaghi, Alessandro Del Piero e Francesco Totti. C'era anche Ronaldo il Fenomeno. Non è stato facile vincere quella classifica.

Come vede l'Udinese di oggi?

La seguo perché mio figlio maggiore Giovanni è un frutto della terra friulana. Chi indossa quella maglia deve sapere che c'è una storia da rispettare. È stata scritta da Zico, da Amoroso e Poggi, da Di Natale.