A casa degli inventori del rugby: storia inglese di una tradizione

Torna il 6 Nazioni con gli azzurri dell’Italrugby impegnati in casa dell’Inghilterra, gli inventori del rugby.

di Ronald Giammò

Non so spiegare il perché, ma se penso all’Inghilterra del rugby la prima immagine che mi viene in mente è sempre la stessa. Barry Lyndon, il film di Stanley Kubrick. La scena è quella della battaglia mai menzionata nei libri di storia, con i granatieri di sua Maestà schierati in linea, belli nelle loro uniformi rosse e bianche, che avanzano inesorabili verso i fucilieri del reggimento nemico. Le battaglie allora avevano un che di rugbystico – mi dico: gli schieramenti allineati, un che di virile nel mettere il proprio petto di fronte alle pallottole, la disciplina nel rimpiazzare il compagno caduto a terra garantendo così continuità e compattezza alle proprie linee.

Rugby come metafora di una battaglia

Poi è venuto Lord William Wavell Wakefield a schiarirmi le idee. Nato sul finire del secolo XIX, il suo nome è fra quelli che a Ovalia generano deferenza. Il suo cursus honerem lo cito da Wikipedia: “rugbista, nazionale inglese di rugby, dirigente sportivo, politico britannico, poi presidente della Rugby Football Union e deputato al Parlamento Britannico per il Partito Conservatore nonché primo ad essere ammesso nella Rugby Hall of Fame”. Che quel titolo – Lord – il Wakefiled se lo sia guadagnato sui campi da rugby, non è dato sapere. Quel che sappiamo, e poco importa se sia apocrifa o meno, è una frase a lui attribuita che riassume perfettamente l’essenza di questo sport: “da sempre gli uomini hanno giocato a battersi. Il rugby consente loro di farlo nel rispetto delle regole”. Ecco che cominciamo ad avvicinarci al cuore della questione. Il rugby come metafora di una battaglia: campo da conquistare, corpo a corpo, virilità e coraggio. Ma anche codice non scritto, galanteria, autocontrollo e rispetto delle regole. E in mezzo loro, gli inglesi, custodi di questa tradizione. Con le loro maglie bianche identiche a quelle di sempre; con il loro inno breve che sa di storia e d’orgoglio; con i loro canti che riecheggiano quelli dell’Impero che fu; con il loro stadio affettuosamente ribattezzato “giardino di casa”, e con il loro gioco, logorante e prepotente, in cui ogni situazione diventa occasione per rimarcare una differenza, un lignaggio, una paternità. GLI INVENTORI DEL RUGBY E’ semplice. Il rugby l’hanno inventato loro. 1823, cittadina di Rugby – nomen omen – le coordinate. William Webb Ellis colui che “con grande disprezzo delle regole del football così com’era giocato a quell’epoca, prese il pallone tra le braccia e corse con quello, dando origine alla principale caratteristica del gioco del rugby”. E’ genetica. Sono radici. E’ imprimatur. E’, ancora e sempre, una questione di tradizioni. Quasi duecento anni dopo ci presenteremo al loro cospetto, noi ancora in cerca di una definitiva identità, loro a caccia della seconda affermazione consecutiva nel torneo, unica squadra a punteggio pieno dopo due turni. Loro che sono riusciti a lasciarsi alle spalle un passato prossimo fatto di incertezze e interrogativi e che oggi hanno imparato a contaminarsi, ad aprirsi al nuovo, al diverso, a qualcos’altro da sé – Eddie Jones, il loro allenatore, è un australiano – per tornare finalmente a marciare spavaldi e a petto in fuori verso le trincee nemiche.

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