NBA a rischio rivoluzione: addio alle due Conference?

A margine dell’All Star Game, arriva una proposta destinata a far discutere. L’abolizione delle Conference e l’accesso ai playoff NBA alle effettive sedici migliori squadre della lega. Idea fattibile? E soprattutto, apprezzata?

di Redazione Il Posticipo

Se amate il basket di una volta e siete abbastanza conservatori (o più semplicemente nostalgici), il consiglio è quello di non leggere righe che seguiranno. In occasione dell’All Star Game, la grande vetrina NBA, tra schiacciate fantasma, gara del tiro da tre punti e la classica partita tra le stelle della Lega, è arrivata una dichiarazione che non è passata inosservata, destinata a far discutere e che rischia di modificare per sempre la percezione del campionato di basket più celebre del mondo. La proposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria: l’abolizione delle Conference. Niente più divisione tra Est e Ovest e, soprattutto, accesso ai play-off alle 16 migliori franchigie e non più a otto per ciascuna delle due graduatorie.

Est e Ovest, una rivalità leggendaria

Solamente chi non segue la NBA mancheà di comprendere quanto questa idea, già accarezzata da qualche anno da parte di chi gestisce la Lega, sia potenzialmente in grado di creare il caos, sportivamente parlando. Da che mondo è mondo, anzi, da che NBA è NBA, l’Anello, il simbolo della vittoria, se lo sono sempre conteso due squadre che dovevano rappresentare rispettivamente l’est e l’ovest del paese. Dalla formula che oggi rischia di essere modificata sono nata rivalità leggendarie, come quella tra i Los Angeles Lakers e i Boston Celtics o, volendo rimanere in tempi più recenti, quella tra i Cleveland Cavaliers e i Golden State Warriors. Facile immaginare quindi che per i puristi la semplice idea di toccare questa suddivisione rappresenta una vera e propria bestemmia cestistica.

Una riforma meritocratica?

Ma da sempre c’è anche chi si lamenta di quello che è il lato negativo di questo regolamento. Con la divisione in Conference non è detto che le squadre che si vanno a giocare i play-off siano necessariamente le migliori 16 di tutta la NBA. La necessità di inserire nella post-season otto squadre per Conference infatti solitamente penalizza il…lato migliore del tabellone, dato che spesso restano fuori franchigie con percentuali migliori rispetto a quelle che si qualificano nella Conference che in quell’anno è in meno competitiva. Non è raro assistere a squadre con un record negativo qualificarsi per i play-off, mentre dall’altra parte squadre che magari hanno più vittorie che sconfitte non riescono a entrare nelle prime otto posizioni. Agli occhi dei promotori, quindi, questa è una riforma in senso meritocratico, che premia le effettive migliori 16 franchigie e garantisce che, attraverso il sistema delle teste di serie, le due migliori squadre della NBA possano incontrarsi solo in finale, invece di incrociarsi magari nell’atto conclusivo della propria Conference e rendendo, a volte, la finale assoluta non una formalità ma quasi.

Nessuno tocchi le Conference

Ma, come era prevedibile, l’idea sta creando parecchie perplessità. In primis dal punto di vista organizzativo, perché la struttura delle Conference è fatta in modo che le squadre incontrino più spesso nel corso di un campionato le squadre a loro più geograficamente vicine (tre volte) e meno spesso le franchigie più lontane (due volte). Ora, in pura teoria, per garantire un’effettiva uguaglianza tra le partecipanti, tutti dovrebbero incontrare tutti lo stesso numero di volte e, possibilmente, senza giocare un match in più in casa o in trasferta. Il che, considerando le 30 franchigie attualmente presenti nel sistema NBA, significherebbe abbassare il numero delle partite di regolar season a 58 o aumentarlo all’improbabile cifra di 116, al posto delle attuali 82. La prima idea non piace assolutamente a chi detiene i diritti televisivi, mentre la seconda soluzione, anche con i ritmi pazzeschi del campionato, è un qualcosa di totalmente impossibile. Eppure le proteste più vivaci vengono dai tifosi. Che, forse per abitudine, forse per uno romanticismo mai del tutto sopito, non hanno alcuna intenzione di veder rivoluzionata la lega che amano e sono più che disposti a continuare con le regole attuali. Insomma, la classica sfida tra vecchio e nuovo. Un classico di questo sport. Come un Lakers-Celtics o un Cavaliers-Warriors. Alla fine, tutto torna.

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